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The Undertaker: l’ultima corsa

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La triste immagine con che segna l’addio al leggendario personaggio statunitense The Undertaker (1965)

Il pro-wrestling è una disciplina difficile da codificare: è per metà sport e per metà spettacolo. Il piano del reale e della finzione sono in continua sovrapposizione. La furia agonistica e la psicologia umana si intrecciano senza soluzione di continuità, poggiando su un vera e propria sceneggiatura, scritta ad arte ed influenzata dalla reazione dei fan. Se fosse possibile individuare un momento in cui il sottilissimo filo che separa storyline e realtà è stato reciso, forse non dovremmo cercarlo così lontano. Domenica scorsa, nella notte tra il 2 e il 3 Aprile, il mondo del wrestling è stato scosso dalle fondamenta: The Undertaker, uno dei wrestler più influenti di sempre, si è ritirato. Ripiegando elegantemente il proprio ring attire al centro del quadrato, Mark William Calaway – questo il suo vero nome – ha detto basta. Con un gesto così elementare, ma allo stesso tempo tanto carico di significato, questa figura leggendaria ha definitivamente eclissato la possibilità di un ritorno a combattere, svestendo una volta per tutte i panni del becchino e recidendo il legame ultratrentennale che lo univa alla disciplina. È la metafora visiva più forte alla quale gli appassionati potessero assistere: la rinuncia ad un personaggio, il ritorno alla propria umanità di un individuo che, per lo sport, ha dato tutto se stesso.

Dopo aver giocato a basket – con scarsi risultati – alla Waltrip High School di Houston, Marc Calaway, ragazzone di circa 210 cm, si dedica immediatamente al pro-wrestling debuttando verso la metà degli Anni ’80 nelle federazioni indipendenti texane, promotions in cui interpreta diverse gimmick (personaggi) e in cui ottiene vari riconoscimenti. Dopo un lustro di gavetta, ottiene un contratto dall’allora World Championship Wrestling, all’epoca federazione in lotta con la WWE per il dominio degli ascolti televisivi. Mean Mark Callous, questo il suo personaggio, non lascia un grosso segno in WCW, tanto che allo scadere del suo contratto la Federazione non gli propone il rinnovo e, a questo punto, Calaway si accasa in World Wrestling Federation, l’attuale WWE.

Vince McMahon, il proprietario della Federazione, è da sempre attratto magneticamente dai big men, ragazzi alti e dotati di stazza, perfetti per attrarre il pubblico e dare l’idea di quanto un wrestler dovesse assomigliare ad un superuomo. È un momento topico per l’intera storia del wrestling, anche se -ovviamente – nessuno può saperlo. Un discorso che voglia cristallizzare l’importanza futura di The Undertaker per la disciplina non può che partire dalla contestualizzazione storica del momento in cui nasce il suo personaggio. Siamo nel 1990, verso la fine della così detta Gimmick Era: quel momento storico del wrestling in cui i personaggi da mandare in onda subivano una caratterizzazione molto marcata, stereotipata ma anche a volte forzata, tale da rendere grotteschi alcuni dei wrestler protagonisti di quegli anni. Anche Mark doveva ricevere una gimmick e la WWE gli donò, inconsciamente, il personaggio meglio scritto della storia del wrestling: The Undertaker, appunto, il becchino. Da questo momento in poi termina la storia di Mark Calaway ed ha inizio l’epopea del personaggio avvolto dal maggior mistero nella storia del wrestling, un personaggio che ingloberà completamente l’uomo, una gimmick che non verrà mai rotta, fino a Domenica scorsa.

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Survivor Series 1990: l’esordio di The Undertaker, accompagnato dal manager di wrestling statunitense Brother Love (1963)

The Undertaker debutta in WWE in occasione di una puntata di Superstars of Wrestling. La registrazione andrà in onda, però, in seguito: il debutto televisivo del becchino vien fatto risalire, dunque, alla notte delle Survivor Series del 1990. The Undertaker, accompagnato da Brother Love, viene presentato da Ted Di Biase come membro a sorpresa del proprio team. L’interpretazione del personaggio fornita da Calaway è magistrale: silenzioso e quasi dominato da una forza occulta, Undertaker domina il match sfoggiando la propria temibile mossa finale, la Tombstone Piledriver, un marchio di fabbrica cucito dal sarto per quel personaggio. Il debutto è stato deflagrante, ma ancor più delle performance nel quadrato, stupisce l’espressività di Taker, capace di immedesimarsi nel personaggio tanto da rendere credibile una gimmick che avrebbe potuto tranquillamente essere ritenuta ridicola: un becchino che sin da piccolo parlava con le salme. Il taglio originariamente dato al character viene radicalmente mutato quando a sostituire Brother Love arriva Paul Bearer, misterioso e storico manager del wrestler texano. Undertaker e Bearer compongono uno dei binomi più importanti della storia del wrestling e danno la possibilità di ampliarsi alla gimmick di Undertaker: emergono nuovi poteri soprannaturali e dettagli intriganti sul passato di Taker. Sotto la guida di Bearer, il becchino inizia la propria ultraventennale striscia di vittorie a Wrestlemania, l’evento più importante dell’annata WWE, e resta imbattuto fino a Survivor Series 1991, quando – con l’aiuto di Ric Flair – conquista il primo titolo mondiale WWE, strappandolo all’indiscusso eroe di quegli anni, Hulk Hogan. Lo stesso Hogan si riprenderà il titolo una settimana dopo, ma ormai son state gettate le basi del mito.

La WWE aveva tanta fiducia in Calaway da concedergli una vittoria contro la propria icona storica in uno degli eventi più importanti dell’intera annata, ad un solo anno dal proprio debutto. The Undertaker è già, a sua volta, un’icona: malgrado il personaggio complesso, il tifo in ogni arena degli USA inizia a non mancargli, La WWE ha per le mani un personaggio leggendario. La promotion di McMahon ha, però, anche un grosso problema: la WCW la sta massacrando nella guerra di ascolti. Le gimmick stereotipate non andavano più bene: bisognava attingere dalla realtà e un personaggio come The Undertaker con la realtà non andava di certo d’accordo. La linea della WWE fu, però, ben chiara: The Undertaker sarà uno dei pilastri su cui fondare il contrattacco nella guerra degli ascolti.

Per quanto atteneva le capacità sul ring, The Undertaker era una sicurezza: elegante malgrado l’enorme stazza, con quel suo atteggiamento dinoccolato era perfetto per infondere allo spettatore tanto la sensazione di dominio assoluto dell’incontro quanto l’idea di essere un incassatore sopra la media, capace di assorbire un gran numero di colpi e non mollare. Ad un livello simile di psicologia del ring si univa il multiforme talento tecnico che metteva in scena: un arsenale di manovre inaspettatamente ampio, un vasto numero di trademark moves e, con ogni probabilità, le migliori abilità di striking puro mai viste su un ring WWE. L’insieme di queste capacità lo rende una star, il proprio carisma naturale gli vale il tifo dei fan e il rispetto dell’intero spogliatoio della Federazione. Gli viene attribuita una lunga serie di soprannomi (The Phenom e The Deadman su tutti) e arriva, soprattutto, la possibilità – calibrata ma fondamentale – di esprimere tutto il proprio talento recitativo al microfono nei promo, sempre conclusi con il suo classico «Rest in peace». Vengono sviluppati ancor di più i caratteri dark del personaggio e, in questo modo, The Undertaker può essere protagonista anche nella così detta Attitude Era, quel momento storico del wrestling in cui i personaggio mostravano nuove sfumature dei propri caratteri e il limite tra realtà e finzione era decisamente meno marcato.

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The Undertaker faccia a faccia con il suo “fratellastro” Kane (1967): una delle rivalità/collaborazioni più importanti della storia del wrestling

Undertaker vive il proprio periodo da Lord of Darkness alla grande, prima di regalarci un biennio storico a cavallo tra il 1997 e il 1998. A Wrestlemania 13 si laurea nuovamente campione battendo Sycho Sid. A seguito della vittoria torna sulle scene anche Paul Bearer che, però, si schiera contro Taker e rivela che nel losco passato del becchino ci sarebbe anche un incendio all’interno del quale tutta la sua famiglia sarebbe morta, fatta eccezione per il fratello, Kane. Attraverso questa narrazione fittizia la WWE era riuscita a scardinare l’armatura di scarso realismo che separava The Undertaker dalla Attitude Era: ora era possibile anche addentrarsi nelle pieghe del passato di un personaggio inaccessibile come quello del becchino. Kane fa il proprio debutto a In Your House 17: Badd Blood, nel corso del primo Hell in a Cell match di sempre, quello tra The Undertaker e Shawn Michaels, favorendo la vittoria di quest’ultimo. È l’inizio di una delle rivalità/collaborazioni più importanti della storia del wrestling.

In un rapporto di odio e amore, spesso lui e Kane rinverdiranno i fasti della rivalità nel corso della propria intera carriera, a partire dal primo storico match tra i due (vinto ovviamente da Taker) a Wrestlemania 14. Questo irripetibile biennio sarà, però, denso di emozioni: Undertaker sarà protagonista, insieme a Mankind (il macabro personaggio interpretato da Mick Foley) di un brutale Hell in a Cell match a King of Ring 1998. In questo match Foley fu gettato prima sul tavolo dei commentatori dalla cima della gabbia (un volo di circa cinque metri), perdendo i sensi e slogandosi una spalla. Successivamente, dopo aver destato la paura di molti per le sue condizioni, Mankind  si arrampicò nuovamente sul tetto della gabbia e The Undertaker gli inflisse una chokeslam che lo fece schiantare direttamente sul ring sottostante, passando attraverso la gabbia. Malgrado la perdita di alcuni denti, la frattura delle costole e la slogatura, Foley diede a lungo battaglia a Taker, prima di essere sconfitto e meritarsi una standing ovation.

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King of the Ring 1998: suggestiva foto scattata a seguito della seconda caduta dalla cima della gabbia di Mankind

Dopo due anni vissuti su questi livelli,  il 1999 è, poi, l’anno in cui Taker mette in mostra la propria enorme leadership a capo delle stable The Ministry of Darkness e Corporate Ministry. Gli Anni ’90 di The Undertaker andrebbero probabilmente incorniciati come un inno all’adesione al proprio personaggio e alla fedeltà di un wrestler che non abbandonerà mai più la WWE, combatterà contro tutte le più grandi star del mondo (da Shawn Michaels a The Rock, da Stone Cold Steve Austin a Bret Hart, passando per Triple H ed Hulk Hogan) e diventerà simbolo dell’intera filosofia dietro al wrestling della Federazione di Stamford.

Ad inizio Anni Duemila, anche The Undertaker aveva bisogno di dare una svecchiata al proprio personaggio. In occasione di Judgement Day 2000 si presentò nuovamente sulle scene ma sfoggiando un nuovo look: fece il suo ritorno in scena irrompendo nell’Iron Man match tra The Rock e Triple H sulle note di American Badass di Kid Rock, con i capelli tagliati raccolti (successivamente saranno tagliati) ed in sella ad una motocicletta. È l’inizio del suo pericolo da Big Evil o, appunto, American Badass, una parentesi in cui il suo personaggio era più vicino al biker che al becchino e la sua finisher era diventata la Last Ride Powerbomb. Un segmento di carriera ritenuto non positivissimo (non mancheranno comunque le vittorie, anche di titoli importanti) dagli addetti ai lavori ma decisamente significativo a riguardo della sua dedizione alla disciplina e alla Federazione. C’è tra i fan, però, tanta voglia di rivedere The Phenom con la propria, storica gimmick da becchino. Complici un periodo di assenza e il rinnovarsi della rivalità con il fratellastro Kane, The Undertaker torna a Wrestlemania 20 nelle vesti che lo hanno reso icona: a seguito dei classici, lugubri, rintocchi di campana compie uno degli ingressi più belli della storia della disciplina, vince il proprio match e si assesterà per oltre un lustro nelle zone alte del roster WWE, avvolto da una quasi inscalfibile aura di imbattibilità, capace addirittura di vincere il Royal Rumble Match 2007 entrando con il numero 30 (primo di sempre a riuscirci) e di essere praticamente sempre nel Main Event di Wrestlemania, evento in cui continuerà ininterrottamente a vincere.

 

 

Vincerà a più riprese il titolo mondiale e segnerà addirittura il ritiro di una delle più grandi superstar di sempre, Shawn Michaels. A partire da Wrestlemania 27 presenzierà molto di rado agli eventi WWE. Il momento del ritiro del Deadman pare arrivare in occasione di Wrestlemania 28, quando vince un Hell in a Cell Match contro Triple H, definito come «The end of an era», al termine del quale lui, HHH e Shawn Michaels (arbitro speciale del match) escono abbracciati sullo stage. Così non sarà: a Wrestlemania 29 batte l’idolo delle folle CM Punk, presenziando subito dopo anche ad una puntata di Smackdown! In cui combatte, perdendo, assieme a Kane e Daniel Bryan, contro i lanciatissimi giovani dello Shield (Dean Ambrose, Seth Rollins e Roman Reigns). Sembra che Taker possa essere tornato costantemente nel roster, invece bisognerà aspettare Wrestlemania 30 per rivederlo sul ring. In occasione del trentesimo anniversario di Wrestlemania tutti si aspettano la sua ventiduesima vittoria di fila nell’evento più importante dell’anno contro un part timer, Brock Lesnar. E invece accade l’imponderabile: Lesnar interrompe la streak di The Undertaker.

 

 

Sembra essere davvero la fine di un mito. In quei giorni si speculò molto sulla decisione di far cadere la striscia di imbattibilità di Undertaker: probabilmente la scelta del vincitore ricadde su Lesnar perché, un campione tanto affermato che combatteva così di rado, non correva un grande rischio di vedersi bruciato da un avvenimento simile. Al contrario, qualsiasi giovane promessa forse non avrebbe retto la pressione. La fine è, in ogni caso, ben lontana: Undertaker torna per sconfiggere il suo erede spirituale Bray Wyatt a Wrestlemania 31 e – dopo qualche mese – per invocare la rivincita contro Lesnar. Dopo un match molto controverso, i due si affrontano in un Hell in a Cell match, vinto da Lesnar. Riunitosi a Kane per sconfiggere la Wyatt Family, Undertaker verrà successivamente nominato avversario di Shane McMahon per Wrestlemania 32 in un nuovo Hell in a Cell match. La penultima apparizione sul ring del Phenom è datata alla scorsa Royal Rumble, in occasione della quale è stato eliminato da Roman Reigns. A seguito di tale evento, è nata la rivalità tra i due che ha portato al match di ritiro di The Undertaker nella venticinquesima Wrestlemania della propria carriera, un match vinto da Reigns.

Come dicono le regole non scritte del wrestling: i grandi devono ritirarsi perdendo, magari a Wrestlemania. Mark Calaway ha usato il proprio ultimo respiro agonistico per dar la spinta definitiva alla carriera di un giovane wrestler che la WWE vorrebbe imporre come il nuovo volto della Federazione: l’ultimo tributo di amore e fedeltà di The Undertaker alla propria Federazione, una fFderazione mai come oggi sospesa tra il fascino vintage dei wrestler che tornano in Federazione a distanza di anni (Kurt Angle e gli The Hardy Boyz ad esempio) e una nuova generazione di superstar provenienti dalle indipendenti. In questo contesto The Undertaker era l’anomalia storica, l’anello di congiunzione tra momenti polarizzati della disciplina che mai più si toccheranno, il mito senza tempo, la pietra miliare a cui tutti guardavano all’inizio del proprio percorso.

Adesso che la campana ha emesso il proprio triste, ultimo, rintocco. A noi non resta che restare in contemplazione della grandezza di una leggenda scritta partendo da un personaggio poco probabile, dell’immensità di una carriera durata oltre trent’anni, del numero di titoli vinti (davvero pochi, se proporzionati ad una carriera simile), dei ventun’anni di imbattibilità sul più grande palcoscenico del mondo e del carisma, quello davvero eterno, con il quale quest’uomo è stato in grado di ammaliarci.

Thanks for the ride, Taker.

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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