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“The Show Must Go On”: il mese che ha cambiato l’Occidente

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Matthew McConaughey e Jennifer Lawrence notte degli Oscar 2014...Per il bel Matthew è stata la notte della consacrazione nel pantheon del cinema dopo un inizio carriera tra film di spessore minore
Matthew McConaughey e Jennifer Lawrence, nella notte degli Oscar 2014. Per il bel Matthew è stata la notte della consacrazione nel pantheon del cinema, dopo un inizio carriera tra film di minore spessore

2 Marzo 2014<<And the Oscar goes to…>>. La voce che pronuncia queste parole è quella della Jessica Rabbit del cinema moderno, Jennifer Lawrence, attrice dal talento sconfinato e di stordente bellezza – già vincitrice dell’Oscar alla Migliore Attrice Protagonista 2013 – chiamata a presentare i nominati e il vincitore dell’Oscar al Miglior Attore Protagonista 2014. Si concede un’intensissima pausa scenica e annuncia <<…Matthew McConaughey!>>. Il personaggio interpretato da McConaughey è Ron Woodroof, fondatore del Dallas Buyers Club che dona il nome a quell’affresco di cruda e sconcertante bellezza diretto da Jean-Marc Vallèe, nominato a ben sei Academy Awards. Il tema centrale del film è l’AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita: si percepisce chiaramente quanto la malattia fosse sconosciuta e pertanto sottovalutata, quanto non fossero chiare ai cittadini le cause del contagio e quanto le industrie farmaceutiche e l’FDA (Food and Drug Administration) speculassero sulla mancanza di chiare informazioni sulla malattia.

Se c’è un momento storico in cui l’Occidente intero si accorge della gravità della malattia, questo va rintracciato nell’Autunno del 1991. Fino ad allora il virus aveva già mietuto vittime celebri quali Rock Hudson (attore), Nicholas Eden (parlamentare inglese), Keith Haring (artista), Michel Foucault (filosofo) e Bruce Chatwin (scrittore) ma nessuna morte ha avuto la forza mediatica di scatenare ciò che sarebbe successo nel mese tra il 24 Ottobre e il 24 Novembre del 1991. Il 14 Ottobre i Queen avevano pubblicato The Show Must Go On, una toccante ode nata dall’estro di Bryan May, leggendario chitarrista del gruppo. Freddie Mercury, voce divina, frontman incontenibile ed enorme icona degli Anni ’80, aveva eseguito il pezzo – dopo uno shot di vodka – fornendo un’interpretazione struggente, tragica. Il video del singolo, non girato dai membri della band, è un semplice collage di vecchi video ed esibizioni. Freddie non appare in pubblico dal 18 Febbraio ’90. Si vocifera sia malato. Mentre l’Europa ha sempre adorato i Queen, gli USA sono rimasti più freddi durante la loro sfolgorante parabola eppure The Show Must Go On è una hit pure oltre oceano, addirittura più che in UK. Siamo in Ottobre, e come da tradizione, inizia quello che è lo spettacolo statunitense per eccellenza: parte la Stagione NBA. E’ il primo anno dell’era di Michael Jordan, nuovo padrone assoluto della lega. Fino al 1990 la NBA era controllata da Larry Joe Bird ed Earvin “Magic” Johnson Jr., da sempre acerrimi rivali. Un dualismo così polarizzato da indurre i registi di Broadway a produrvi un Musical a tema.

Magic/Bird on Broadway è il musical sulla rivalità più famosa della storia del basket, diretto da Eric Simonson
Magic/Bird on Broadway è il musical sulla rivalità più famosa della storia del basket, diretto da Eric Simonson

I due incarnano l’essenza della rivalità sportiva, valicandone i confini: sono entrati nella NBA nello stesso giorno(12 Ottobre 1979) dopo aver disputato l’annuale finale del campionato universitario NCAA (la Michigan State di Magic sconfisse l’allora imbattuta Indiana State di Larry) ma sono poli opposti in tutto: uno è un’ala bianca(il più grande bianco della storia del gioco) mentre l’altro è il più grande playmaker (di colore) di sempre. Bird gioca con i Boston Celtics, Johnson nei Los Angeles Lakers. Il caso ha voluto che l’unica cosa ad accomunarli fino al college, il numero 33, smettesse di farlo all’arrivo in NBA, dato che Magic aveva in squadra Kareem Abdul-Jabbar, leggendario numero 33 giallo-viola.

Sono la storia della lega. Ci si aspetterebbe una stagione volta al riscatto di questi due campioni,un inseguimento a Michael Jordan. Durante la preparazione alla nuova stagione la NBA fa svolgere dei controlli ai propri giocatori. A seguito proprio di un controllo di routine il dottor Michael Mellman comunica a Magic di aver contratto il virus dell’HIV. E’il 24 Ottobre ’91. Magic non aveva l’AIDS ma doveva cessare l’attività sportiva, dato l’eccessivo stress della vita NBA che avrebbe reso certa la degenerazione del virus, già altamente probabile ai tempi. La notizia non trapela, Magic è lontano dalle scene. Si brancola nel buio, tanto che il coach dei Lakers, Mike Dunleavy, afferma il 5 Novembre di aspettarsi un ritorno del proprio playmaker a breve. Effettivamente Magic si presenta in pubblico due giorni dopo, in conferenza stampa, annunciando pubblicamente la propria sieropositività. Non si nasconde né si piange addosso. Ammette di aver sbagliato. Johnson e Jerry Buss, proprietario dei Lakers e “suo secondo padre”, spesso si lasciavano andare insieme agli eccessi fuori dal campo. Questa sarebbe stata la sua punizione ma non gli avrebbe impedito di continuare a vivere a lungo. Parole di circostanza, si crede.

E’ una coltellata profondissima nel costato degli Stati Uniti. Johnson era idolatrato: stella indiscussa dei Lakers Anni ’80 (quelli formato showtime), soprannominato Magic sin dai tempi dell’Everett High School da Fred Stabley Jr. del Lansing State Journal, era magia pura sul parquet. Per effettuare un paragone che calzi con questa storia, Magic è per la pallacanestro ciò che Bohemian Rhapsody è per la musica. E’ talento puro declinato in ogni modo possibile, un diamante dalle mille sfaccettature, un intreccio di generi interpretati al massimo livello. Alto 206 cm, un controllo di palla mai visto, una visione di gioco irripetibile: gioca in tutti i ruoli, rapido, potente, intelligente. Un mix senza paragoni nello sport, che rappresenta per gli occhi ciò che “la rapsodia boema” è per le nostre orecchie.

 

 

Molto meno gradevole è invece in quel Novembre la vista di Garden Lodge, la villa di Freddie Mercury ad Earls Court: è assediata da giornalisti che, fiutando la notizia della malattia, cercavano lo scoop. Il 22 Novembre il manager dei Queen, Jim Beach, fu convocato lì per redigere il comunicato ufficiale sulla sieropositività del frontman, reso poi pubblico il giorno seguente. Alle 18:48 del 24 Novembre 1991, a seguito di una broncopolmonite aggravata dalle complicazioni dell’AIDS, a soli 45 anni, ci lascia per sempre Farrokh Bulsara, al secolo Freddie Mercury. La rivista The Sun pubblica una delle sue copertine più famose:Freddie is dead. Divenne un’immagine di culto, un instant classic. Era finita un’epoca.

L’Occidente intero era scosso da una malattia che, fino a pochi anni prima, era totalmente sconosciuta. Tutti, case farmaceutiche ed FDA compresi,non potevano più chiudere gli occhi. Gli occhi, però, il mondo dovrà sgranarli di fronte a ciò che gli universi della musica e dello sport stavano per regalarci. Arriva il 1992. E’ l’anno in cui a causa dell’AIDS ci lasceranno Ron Woodroof (stessa degenerazione di Mercury) e altri due grandi: lo scrittore Isaac Asimov e l’attore Anthony Perkins.

La NBA è distrutta, ha istituito la Magic Johnson Rule (ogni giocatore sanguinante o con la maglietta insanguinata deve lasciare il campo finché non si rimargini la ferita) ma i fan non accettano di aver perso la propria stella. Votano Magic come partecipante all’All Star Game 1992, malgrado la malattia. La lega deve decidere se farlo scendere in campo, nonostante la paura del contagio e addirittura due suoi compagni (Byron Scott ed A.C. Green) avessero detto pubblicamente che non avrebbe dovuto farlo. Si decide affinché Magic giochi: 9 Febbraio 1992.

In questa immagine il tabloid inglese condensa l'essenza di Freddie in una foto unica...Showman e simbolo dell'intera Gran Bretagna
In questa immagine il tabloid inglese condensa l’essenza di Freddie in una foto unica…Showman e simbolo dell’intera Gran Bretagna

Magic Johnson dirige una sinfonia con la palla a spicchi, venendo nominato miglior giocatore dell’All Star Game. E’ un inno contro la malattia. Nello stesso mese ai Brit Awards, Roger Taylor e Bryan May annunciarono il loro desiderio di voler tributare un ricordo a Freddie Mercury a Wembley. Il giorno seguente furono messi in vendita i 72.000 biglietti: sold out in quattro ore, senza che nemmeno un nome dei partecipanti fosse reso noto. Il 20 AprileLunedì dell’Angelo, si tiene il concerto, nasce la fondazione The Mercury Phoenix Trust. Tutti i migliori artisti del mondo sul palco. Axl Rose, Elton John, Robert Plant, David Bowie e Liza Minelli come Michael Jordan, Larry Bird, Isiah Thomas, Charles Barkley e Hakeem Olajuwon. Tutti insieme per ricordare Freddie, così come due mesi prima era stato in NBA per l’ultima sinfonia di Magic. Stavano sconfiggendo la malattia semplicemente grazie a ciò che riusciva loro meglio: <<To play>>. Giocare? Suonare? Simply <<playin’ >>.
La carriera di Magic non finisce però così. Ad Agosto ci sono le Olimpiadi di Barcellona e gli USA vogliono riprendersi la medaglia d’oro nel basket. Nasce il leggendario Dream Team. I 12 migliori giocatori del mondo insieme (ad eccezione di Thomas e Olajuwon, esclusi per motivi diversi): la squadra più forte mai assemblata per calcare i parquet. Magic dev’esserci ed esserne leader. Magic c’è, padrone della squadra assieme a Jordan e all’eterno rivale-amico Bird. Vincono tutte le partite con 40-50 punti di scarto: oro olimpico.

Tutto sembrerebbe pronto al rientro definitivo quando Karl Malone, suo compagno a Barcellona, ammette di aver paura del contagio. Johnson si ritira. Nello stesso anno si ritira anche Larry Bird. Nessuno dei due esiste senza l’altro, opposti e complementari, due facce della stessa medaglia, d’oro in questo caso. Magic è poi diventato allenatore, proprietario dei Los Angeles Dodgers, in parte dei suoi Lakers e di una fondazione per la lotta all’AIDS. E’ancora vivo, ormai nessuno parla più del suo virus, se ne parla semplicemente come del più grande playmaker di sempre.

Magic, come Freddie, è semplicemente “for the ages”. In un mese le vite di queste icone hanno stravolto dalle fondamenta l’Occidente dopo aver deliziato milioni di persone lungo tutti gli Anni ’80, grazie ai loro talenti cristallini. << The Show Must Go On >>, ma se ci si ferma per un istante e si guarda indietro ai grandi Farrokh ed Earvin, qualche lacrimuccia scende ancora.

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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