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“The Light Between Oceans”: poca luce tra gli oceani

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Michael Fassbender (1977) e Alicia Vikander (1988) in una scena del film
L’attore irlandese di origine tedesca Michael Fassbender (1977) e l’attrice svedese Alicia Vikander (1988) in una scena del film

Tom Sherbourne (Michael Fassbender) è un ex soldato britannico che anela alla quiete. Spezzato dagli orrori della Grande Guerra, chiede di essere assegnato come guardiano del faro a Janus Rock, battuto dal vento e a pochi chilometri dalla costa. Nel viaggio incontra Isabel (Alicia Vikander), una giovane donna intrepida che gli chiede di sposarla. Travolto dalla sua bellezza e dalla sua energia, Tom accetta e ricomincia a vivere. Ma l’amore non basta ad affrontare la tempesta che minaccia all’orizzonte: due aborti spontanei e una bambina portata dal mare che la madre naturale Hannah Roennfeldt (Rachel Weisz) torna a reclamare. Rivelato da Blue Valentine (2010), nascita e agonia di un matrimonio nella profonda provincia americana, Derek Cianfrance realizza un film differente nei toni e modesto nel risultato. Adattamento del romanzo omonimo di M. L. Stedman, La luce sugli oceani getta (letteralmente) al vento tutti gli sforzi di provocare emozioni.

Nel film lo spazio assume un aspetto importante e caratterizzante: è un luogo fisico dove i personaggi vivono come costretti dalla concretezza di uno sguardo presente e reale, in cui pare non esservi possibilità di fantasticare un altrove migliore. Si tratta di uno spazio che, in certo modo, caratterizza psicologicamente i personaggi e focalizzano le loro aspirazioni: la casa rispecchia l’esigenza di sicurezza e stabilità che la ragazza va cercando per sé e per la bambina. Il faro rappresenta per il protagonista maschile l’unica possibilità per rivendicare la propria ribellione, il suo essere “non conforme” alle norme. Nonostante l’attenzione nella capacità di elaborare uno spazio che è tutt’uno coi protagonisti della vicenda, diventando esso stesso un personaggio, il melodramma di Cianfrance è un faro spento contro cui si arena un bastimento di intenzioni che non trova eco empatico nello spettatore. In realtà, dal punto di vista strettamente linguistico, rispetto alle prime prove del regista (Blue Valentine e Come un tuono del 2013), ne La luce sugli oceani si percepisce un’involuzione della forma. A differenza dei primi due film, nei quali la macchina da presa sembra far respirare l’inquadratura con un campo visivo che si allarga, in quest’ultima opera la stessa incalza a distanza ravvicinata i personaggi, soffocandone volti e azioni.

L'attrice Rachel Weisz (1970) in una scena del film
L’attrice cinematografica e teatrale britannica Rachel Weisz (1970) in una scena del film

Il filo rosso che si snoda per tutta la durata del film riguarda, oltre che il tema della maternità, quello della ricerca: un padre e una madre che sembrano non poter avere figli, una bambina portata dal mare. Il ritmo lento del film accompagna e segue passo passo l’elaborazione del pensiero di entrambi i protagonisti. Tra amore materno e di coppia, si trascorrono centotrentatré minuti piuttosto lenti. L’intenzione del film è di porre un quesito: i figli appartengono a chi li partorisce o a chi li cresce? Il dilemma morale del protagonista maschile, un Fassbender mai così ingessato, appare però poco coinvolgente e il film non riesce a rendere vera fino in fondo la sofferenza dei suoi personaggi: senso di colpa e rimorso sono ammantati di una retorica sentimentale e drammatica fin troppo classica e tradizionale. Spettacolo banale di corpi in movimento, che si perdono nello spazio del sogno o della vita, incatenati alla loro ombra, incapaci di spiccare il volo. Il tentativo di rendere visibile un dramma genitoriale era ovviamente disperato in partenza e molte delle immagini – pur suggestive – non possono restituire in alcun modo la complessità del romanzo. Dura poco la ribellione di Isabel: la sua esistenza si riduce a pochi gesti – sempre gli stessi – ripetuti con rituale ed estenuante precisione, a più riprese durante il film quasi a voler sottolineare indirettamente che serve a qualcosa chiudersi dentro e non serve lottare. Sguardi e sospiri convenzionali, dialoghi banali, lettere d’amore colme di pathos: a nulla può la bravura dei due interpreti, pur affiatati, che tuttavia a livello attoriale hanno dato il meglio di sé altrove. Il primo e unico cambiamento sostanziale avviene con l’entrata in scena di Hannah (interpretata da Rachel Weisz). Proprio qui entra in gioco la maternità e proprio quest’ultima risulta essere un personaggio singolare, che pone finalmente al pubblico gli unici quesiti stimolanti del film.

Nonostante il rigore formale, la purezza dello sguardo – seppure soffocato – rispetto a opere geometriche, spietate e radicali come i primi due film, Cianfrance precipita qui in una melassa prevedibile, superficiale e inutile. Risulta imperfetto l’equilibrio di sceneggiatura e messa in scena, concretezza sociale e tensione etica.

A differenza del libro, non si riesce a intercettare completamente l’amore di Isabel per la luce del faro tra gli oceani che rischiara le notti e accompagna le mattine radiose, con l’alba che spunta prima lì che altrove, quasi quel faro fosse il centro del mondo.

 

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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