the-handmaiden-evidenza

“The Handmaiden”: il prodigio di Park Chan-wook

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

Partiamo dalle note dolenti: questo film in Italia non è uscito

Il budget del film ha sfiorato i 10 miliardi di won (quasi 9 milioni di dollari), ma la pellicola ha incassato in tutto più di 35 milioni di dollari
Il budget del film ha sfiorato i 10 miliardi di won (quasi 9 milioni di dollari), ma la pellicola ha incassato in tutto più di 35 milioni di dollari

Siamo consapevoli che cominciare una recensione in questo modo suona un po’ come una denuncia da giornaletto settimanale. Ma la cultura artistica di un Paese si misura attraverso una serie di indicatori ben precisi: ignorare uno dei primi cinque registi a livello mondiale, attualmente in circolazione, fa sprofondare l’asticella. Sì, tale è Park Chan-wook agli occhi di scrive. All’interno della top 5 dei migliori cineasti internazionali, di diritto (e poco importa al momento chi siano gli altri quattro, ma lui c’è di sicuro). Così, a tredici anni da quell’Oldboy che ne aveva elevato lo status di fronte alla critica e al pubblico dei cinque Continenti, la distribuzione tricolore si dimentica nuovamente della sua esistenza. Ma andiamo avanti e parliamo di The Handmaiden (o Agassi, come da titolo originale).

Nella Corea del Sud degli Anni Trenta, occupata dai giapponesi, una timida cameriera viene assunta dalla ricca Lady Hideko, bellissima ereditiera che vive insieme allo zio-tiranno Kouzuki. È il primo inganno teso dalla pellicola nei primi cinque minuti, quando ancora le tenebre dominano l’inquietante villa e le note appena accennate di un pianoforte richiamano presenze macabre. In realtà, come scopriremo poco dopo, la servitrice è una ladra professionista al soldo del “Conte Fujiwara”, che intende sedurre e sposare Lady Hideko per poi sbatterla in un manicomio e godersi l’eredità. Il soggetto è tratto direttamente da Fingersmith di Sarah Waters, romanzo giallo pubblicato nel 2002 e ambientato nella seconda metà dell’Ottocento nel Regno Unito. Le deviazioni dal testo originale (almeno inizialmente) sarebbero minime, se non fosse per il fondamentale cambio di ambientazione su cui si basa uno dei fulcri tematici del film. È la lotta della nobiltà coreana per l’avvicinamento alla cultura giapponese, simbolo di sfarzo e di maggiore dignità: il terribile zio che insegna (a suo modo) a Hideko l’idioma del Sol Levante è la figura più esemplificativa del folle tentativo da parte di una classe sociale di liberarsi da radici imbarazzanti.

Un dipinto storico reso ancora più notevole dal lavoro svolto con la lingua (vista l’impossibilità di reperirlo in italiano, vi consigliamo di gustarvi il film in versione originale): in casa di Kouzuki è permesso parlare soltanto in giapponese, ma nel delirante finale anche il malvagio padrone di casa si libererà del rigore musicalmente impeccabile della parlata dei conquistatori, cedendo alla spigolosa lingua madre. Senza considerare la precisione nella ricostruzione degli ambienti, così come gli abiti e i gioielli dell’epoca. C’è tutto un mondo, dietro ogni inquadratura di Park Chan-wook, che è frutto di una cura certosina per i dettagli. Gli stessi dettagli che tramite un uso fantasmagorico della macchina da presa fungono realmente da motore della storia. Ma della regia parleremo più tardi.

'The Handmaiden' è il decimo film da regista di Park Chan-wook, il primo dopo l'esordio in lingua inglese con 'Stoker' nel 2013
“The Handmaiden” è il decimo film da regista del sudcoreano Park Chan-wook (1963), il primo dopo l’esordio in lingua inglese con “Stoker” nel 2013

Perché adesso dovete prendere un bel respiro. Quello di cui abbiamo parlato finora è solo una delle superfici del cubo: The Handmaiden è come un dado, con il passare dei minuti svela le facce rimaste nascoste, ma non cessa mai di sembrare più complesso di ciò che inizialmente aveva lasciato intendere. C’è la patina del thriller erotico, è vero (e anche i contenuti più espliciti, seppur filtrati attraverso un linguaggio cinematografico elegantissimo, insistono in quella direzione). Ma il nucleo concettuale della storia potrebbe essere accostato anche ad un’epopea romantica, una di quelle in cui due protagonisti superano innumerevoli peripezie per raggiungere la pace sentimentale. La violenza – fisica e psicologica – non manca, ma altrettanto presente è l’attenzione un po’ melò ai temi dell’abbandono, dell’incomprensione, dell’allontanamento. E poi la critica, meravigliosa, ad una certa concezione dell’opera d’arte come pura forma (elitaria, se vogliamo) che possa traghettare qualsiasi tipo di messaggio, anche il più atroce. È l’atteggiamento brutale di alcuni esseri umani che si riflette nella visione che questi hanno del sesso femminile (la sequenza della lettura oscena di fronte ai nobili giapponesi è un contenitore di messaggi potentissimo). Infine The Handmaiden è una storia di vendetta, in una veste simile a quella declinata nel terzo “capitolo” della trilogia di Chan-wook iniziata nel 2002: anche qui, come in Sympathy for Lady Vengeance, un veicolo di redenzione più che una spirale incontrollata.

La pellicola ha subito il rating 18+ (divieto di visione ai minori di diciotto anni) in diversi paesi, a causa della presenza di molte scene di sesso esplicite
La pellicola ha subito il rating 18+ (divieto di visione ai minori di diciotto anni) in diversi Paesi, a causa della presenza di molte scene di sesso esplicite

I bersagli a cui mira il coltello del regista sono perciò tanto numerosi da non poterli quasi contare (in particolare la strumentalizzazione dell’arte, così come del corpo umano, della posizione sociale e del sesso come mezzo di sottomissione), ma al contempo la lama mantiene un equilibrio tale da evitare una confusione insopportabile. Tradurre adeguatamente questo labirinto di suggestioni in immagine sarebbe stato impossibile per chiunque. Ma la cinepresa e la penna di Park Chan-wook sono compagne di vita, l’una conosce alla perfezione i desideri dell’altra. E allora ecco che la divisione in tre macro-blocchi narrativi rispecchia il percorso stabilito per lo spettatore, imbrogliato più e più volte nel momento in cui il punto di vista si sposta da Sook-Hee (la cameriera, la truffatrice) a Hideko (la nobile, la danneggiata), ribaltando la prospettiva e le convinzioni iniziali.

Chi tiene le redini? Chi subisce il raggiro? Vedrete il triangolo formato dai tre protagonisti (due femminili e uno maschile) ribaltarsi così tante volte da non comprendere più chi sia la vittima. Questo grazie anche ad un utilizzo quasi kubrickiano delle ambientazioni, svelate gradualmente come veri propulsori dell’intreccio («Ricordati dello scantinato» dice lo zio a Hideko nel primo capitolo, ma cosa sia nascosto laggiù lo scopriamo soltanto negli ultimi dieci minuti). Quanto al talento del Chan-wook regista, c’è poco da aggiungere: è un autentico parco giochi umano, tra primissimi piani, carrellate e high-angle shots uniti a costruzioni simmetriche incredibili.

Forse Febbraio sarà il mese giusto per apprezzare finalmente The Handmaiden nelle sale italiane (l’uscita in Corea del Sud risale allo scorso Giugno).

Nel frattempo non lasciatevi fermare da questo peccato allucinante: una delle pellicole migliori dell’annata appena conclusa è senz’altro da recuperare.

 

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *