Thailandia, il dodicesimo golpe è quello buono!

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La settimana scorsa gli occhi del mondo erano puntati sulle elezioni del Parlamento Europeo, si facevano ipotesi su quali partiti avrebbero avuto più consensi, ci si chiedeva se si sarebbe costituito un Parlamento composto in maggioranza da euroscettici oppure da europeisti. Il solito dilemma pseudo-amletico. Ma la settimana scorsa voci dall’Oriente  hanno riportato notizie relative ad un golpe, l’ennesimo, in Thailandia.

Partiamo dal principio. Le dinamiche dello svolgimento di un golpe sono le stesse. (I leader che prendono in maniera autoritaria il potere hanno poca originalità,  ma in compenso tanto senso di emulazione dei loro predecessori).  Il 22 maggio, il capo delle forze armate Prayut Chan-O-Cha ha annunciato con un messaggio in tv  che il Comitato Nazionale di Peace Keeping ha preso il potere per riportare il Paese alla normalità il prima possibile.  Questo Comitato è costituito da tutte le forze armate del Paese, i detentori del monopolio della violenza, se ci vogliamo rifare alla definizione di Stato teorizzata da Weber. Peccato che il nostro studioso tedesco nelle sue opere non abbia mai fatto riferimento all’uso della violenza per prendere il potere.  Questo corpo armato, seguendo i precetti contenuti nel libro Golpe: la strada verso il successo (correte in libreria: è una limited edition!), ha arrestato l’ormai ex primo ministro Yingluvk Shinawatra e ha preso in consegna i leader delle proteste di piazza che continuavano ad animare il Paese da circa sei mesi. E, sempre consultando quel manuale di presa del potere prima citato, l’ormai capo del governo thailandese ha sospeso la Costituzione, stabilito un coprifuoco che scatta puntuale alle ore, proibito le assemblee con più di cinque membri e costretto le reti televisive a trasmettere solo programmi militari. Quindi i thailandesi, in una sola settimana hanno perso: lo strumento che li legittima come popolo, la possibilità di uscire di casa per fare passeggiate romantiche al chiaro di luna,  la possibilità di organizzare manifestazioni di protesta o anche il torneo di calcetto, l’opportunità di farsi due risate guardandosi il loro comico preferito o farsi due conti riguardo a quello che veramente succede nel loro Paese. Direi che il premio per la peggiore settimana se lo contendono loro, gli ucraini e i siriani.

Ma sembra che la situazione non turbi il sonno dei thailandesi, anzi sembra quasi  che questo colpo di stato sia semplicemente un dato di fatto da accettare senza troppi drammi. Questa reazione così soft è merito della loro religione buddista o forse dell’abitudine ai golpe?  Ne hanno avuti ben undici negli ultimi anni; questo è il dodicesimo. Ma perché si è giunti ad un’interruzione della democrazia? Dicevamo degli scontri violenti a Bangkok e nelle altre città thailandesi. Essi hanno origine da una legge sull’amnistia portata in Parlamento dal Primo Ministro. Questa legge ha dato inizio alle rivolte, perché i manifestanti sostengono che Shinawatra volesse permettere a suo fratello, latitante all’estero, di ritornare nel Paese. Queste proteste hanno portato non solo il Primo Ministro a dimettersi, in quanto accusato di abuso di potere e così condannato dalla Corte Costituzionale, ma ad essere detenuto dai militari. Ora in Thailandia l’unica legge da rispettare è il mantenimento dell’ordine, e il senso del dovere di uomini di caserma pare sia quello più consono a svolgere il ruolo di controllore. Ruolo peraltro legittimato dal re della Thailandia, re Bhumibol Afulyadej. Sappiamo quanto la legittimazione di un governo sia importante per il procedere dell’esecutivo,  ma sappiamo anche che, se ad un’opposizione non è data la giusta possibilità di esprimere il proprio dissenso,  non si avrà mai un vero riconoscimento di chi è al potere.  In questo Paese dell’Indocina l’opposizione è costituita dalle camice rosse, un movimento politico composto da masse popolari, per lo più contadine, vicine per ideologia all’ex Primo Ministro. Per il momento non sappiamo di una loro possibile rivolta, dato il regime militare instauratosi, ma ci si aspetta una loro risposta a questo cambio di governo.  La comunità internazionale guarda con apprensione alle evoluzioni possibili del colpo di stato thailandese. Sia il nostro Ministro degli Esteri Mogherini sia il segretario generale Dell’ONU Ban-ki-Moon chiedono ai nuovi governanti di indire subito elezioni credibili, che siano specchio della democrazia, e di ristabilire la Costituzione. Inoltre si teme una possibile recessione economica, data la poca credibilità sul mercato e si crede che ormai sia impossibile ricompattare socialmente il Paese, diviso in maniera quasi dicotomica tra le masse contadine e l’aristocrazia e l’alta borghesia. Su questa analisi si interrompono le voci dall’Oriente, sperando che ci portino al più presto buone notizie e meno selfie di thailandesi con i soldati. Ricordiamoci sempre, anzi, ricordiamolo ai thailandesi, che è pur sempre un golpe e non una festa a tema dalla durata sconosciuta.

 

Immagine: www.termometropolitico.it

About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Ha vissuto qualche mese in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Risiede attualmente in Svezia per seguire un master in Media & Communication Studies Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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