Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 
24-08-2016 Amatrice, Rieti (Italia)
Cronaca
Trema il centro Italia. Alle 3.30 di questa notte si è registrata una forte scossa di terremoto di magnitudo 6.0 a 4 chilometri dalla superfice e con epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti nel Lazio, a pochi chilometri, equidistante, tra Norcia e Amatrice
Nella foto: le operazioni di ricerca e recupero

Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 
24-08-2016 Amatrice, Rieti (Italy)
News
The central Italian town of Amatrice was badly damaged by a 6.2 magnitude earthquake that struck early on Wednesday, with people trapped under the rubble, the town's mayor said.

Terremoto in Centro Italia: l’ennesima tragedia già annunciata

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24 Agosto 2016

ore 3:36

 

Un terremoto di magnitudo 6.0 sconvolge il Centro Italia, con epicentro nella Valle del Tronto tra i comuni di Accumoli (Provincia di Rieti), Amatrice (Provincia di Rieti) e Arquata del Tronto (Provincia di Ascoli Piceno). 294 le vittime sinora accertate: un numero esorbitante, difficile da digerire ma soprattutto inaccettabile per uno Stato che vuol definirsi moderno.

 

 

Se il nostro Paese è infatti noto per la – quasi – consueta celerità nei soccorsi e la grande generosità profusa da volontari e normali cittadini provenienti da tutta la Penisola, lo stesso non si può dire per la prevenzione (prima) e la programmazione/ricostruzione (dopo) a lungo termine. Il ché è strano, poiché nonostante la nostra storia ci abbia tristemente abituati a menzionare terrificanti eventi sismici/vulcanici/idrogeologici ad perpetuam rei memoriam, che hanno mutato sensibilmente gli aspetti architettonici ed urbanistici di un territorio, l’Italia e i suoi abitanti hanno sempre assunto un atteggiamento passivo alla catastrofe, arrendevole e, per certi versi, quasi condiscendente. Noi italiani non abbiamo appreso nulla dalla nostra pelle, abbiamo preferito cancellare le sciagure dalle nostre menti piuttosto che incanalare la paura nella ricerca di un metodo, quotidiano e duraturo, che potesse limitare la natura e gli effetti ad essa connessi. Un risultato a cui hanno concorso svariate motivazioni, differenti l’una dall’altra, ma che ci consegna una diagnosi difficile da confutare: siamo un popolo immaturo. Non è infatti la natura a uccidere gli uomini, ma sono quest’ultimi a perire rifiutando uno studio oculato dei suoi fenomeni. Arrivando persino a minimizzare e/o negare la loro esistenza.

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Figura 1: mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale, stilata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) – Aprile 2004

Eppure la quasi totalità del nostro Paese è considerevolmente esposta a movimenti tellurici (Figura 1), Sardegna esclusa. Una spada di Damocle che pende sulle nostre teste e minaccia la tenuta dei nostri edifici pubblici/privati nonché dei beni artistico-architettonici sconfinati di cui disponiamo. Pericolosità accentuata dal fatto che, secondo quanto riportato dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) e dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), il 60% degli edifici italiani – costruiti prima del 1971 – sarebbe a rischio. Almeno 24 mila scuole sarebbero ubicate in zone ad elevata sismicità e circa 500 ospedali dislocati per la Penisola, poi, si troverebbero compromessi al punto che il 75% di questi non resisterebbe ad un sisma analogo a quello che nei giorni scorsi ha devastato il Lazio, l’Umbria e le Marche. Un grave ritardo sul piano della prevenzione e della messa in sicurezza del territorio, che pesa come un macigno sulle nostre vite e mette a repentaglio l’inestimabile quantomai fragile patrimonio italiano: numeri e cifre che hanno acceso un forte dibattito anche nei media esteri, tra cui il pregevole ed esauriente articolo di Beppe Severgnini per il The New York Times.

Andiamo all’aspetto normativo della questione: innanzitutto, non possiamo non citare il Dipartimento della Protezione Civile, istituito con la legge n. 225 del 24 Febbraio 1992 ed attualmente riformato con la legge n. 100 del 12 Luglio 2012, che conferisce la promozione e il coordinamento di tutte le attività al Presidente del Consiglio dei Ministri. Costituiscono strutture operative nazionali della Protezione Civile:

1- Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco;
2- Forze Armate;
3- Forze di Polizia;
4- Corpo Forestale dello Stato;
5- Comunità scientifica;
6- Croce Rossa Italiana;
7- Servizio Sanitario Nazionale;
8- Volontariato;
9- Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

La prima e rudimentale individuazione delle zone sismiche in Italia avvenne nel 1908, dopo il violentissimo terremoto di Messina dello stesso anno che provocò 90-120 mila vittime nell’omonimo stretto che divide la Sicilia dalla Calabria: a partire dal 1927, ogni volta che si verificava un violento terremoto non si faceva altro che considerare quell’area come sismica (a differenza delle rimanenti). In sostanza, si riempiva il puzzle a poco a poco. Per trovare il primo provvedimento italiano riguardante le calamità naturali, invece, è necessario attendere fino al 1970 con la legge 8 Dicembre 1970, n. 996, la quale non prevedeva ancora concetti come la previsione o la prevenzione. Nel 1971 arrivarono le norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso e a struttura metallica, con la legge 5 Novembre del 1971, n. 1086. Il 1974, poi, rappresentò una pietra miliare per la classificazione sismica mediante la legge 2 Febbraio 1974, n. 64.

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La risposta del giornalista e conduttore televisivo italiano Enrico Mentana (1955) al commento di un utente ricevuto su Facebook

Ciononostante, fino al terremoto che ha colpito L’Aquila e l’Abruzzo nel 2009, non esisteva ancora un Fondo per le Emergenze Nazionali e, come già scritto in precedenza, l’adeguamento di una buona fetta delle nostre strutture pubbliche e dei fabbricati privati è un miraggio. Per due motivi, più di tutti: l’assenza di fondi – o comunque, uno stanziamento irrisorio delle risorse – e la non obbligatorietà mista alla noncuranza nel svolgere lavori di questo tipo. L’esempio di Norcia (Provincia di Perugia) è ammirevole, se consideriamo la drasticità di altri contesti nazionali: occorre imitarlo e, sicuramente, migliorarlo. Non esiste un/una patentino/carta d’identità completo/a della propria abitazione, non esiste una certificazione sismica come per quella energetica. Nessun Governo ha mai veramente predisposto un piano di messa in sicurezza del territorio a lungo periodo, con solidi investimenti: se alcuni politici si fossero degnati nei decenni scorsi, oggi non conteremmo tutti questi morti e avremmo persino risparmiato qualche miliardo stanziato per ogni singola tragedia (e non dimentichiamoci dei fondi che potremmo ottenere col contributo dell’Unione Europea).

Ma la prevenzione, si sa, non porta voti. Meglio trasformarsi in sciacalli o se preferite in webeti, per dirla alla Enrico Mentana. Meglio concentrarsi sempre sugli immigrati, magari invitando a spostarli nelle tende per lasciare liberi gli hotel agli italiani in difficoltà. Meglio creare fazioni, squadre in cui tifare e senza un valido motivo: o forse sì, cavalcare l’onda dell’odio e dell’intolleranza. Meglio assistere attoniti ad una scuola “ristrutturata” nel 2012 – secondo le attuali norme antisismiche – e per 2/3 sbriciolata.

Per fortuna, in questo Paese esistono ancora delle persone perbene, oneste e senza smanie di protagonismo che si immolano per aiutare il prossimo. Tirando fuori una bambina dalle macerie, inviando un SMS al numero solidale (ricordiamolo ancora una volta, 45500) o più semplicemente donando una busta di pasta. Dal vigile del fuoco al singolo volontario, dalla crocerossina allo scout, è da loro che dobbiamo ripartire. I nobili intenti, però, non sono sufficienti: occorre che ciascuno faccia uno scatto in avanti. La nostra Italia deve crescere, e crescere significa rimanere vicini non soltanto nel momento del cordoglio. Crescere significa garantire un aiuto concreto negli anni avvenire, non limitandosi alle semplici passerelle (nazionali ed internazionali) di rito. Visitare in prima persona i luoghi coinvolti per poi promettere un sostegno che non arriverà, non serve a nulla. A nessuno.

Occorre uno sforzo culturale da parte di tutti, con coraggio. Limitando i danni ed evitando un rischio incombente: rivivere costantemente queste tragedie già annunciate.

 

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