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Teatrini e schiavismi di massa: quando il giornalismo non fa giornalismo

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

Lo voglio scrivere subito e chiaramente, senza fronzoli: tutto ciò è sbagliato.

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Corleone (Provincia di Palermo). Città natale di Salvatore “U curtu” Riina, è notoriamente considerata la patria di “Cosa Nostra”

Quando ho saputo che Giuseppe Salvatore – il terzo dei quattro figli di Salvatore “U curtu” Riina – aveva ricevuto un invito nel noto programma di approfondimento Porta a Porta, condotto da Bruno Vespa su Rai 1, ho provato sgomento. Poi vergogna, che lentamente alimentava la mia indignazione. Che alla fine si è tramutata in rabbia. Quella rabbia che noi siciliani conosciamo bene, quell’eterna lotta con noi stessi e di cui non riusciamo a liberarcene, quel macigno che rende ancora questa opaca Italia vittima e complice delle compiacenze, del sangue e delle belle parole, degli appalti e dell’antimafia di cartapesta. Dalle sparatorie tra picciotti nelle piazze di paese alle reti criminali (e sofisticate) politico-economiche di oggi, il risultato non cambia poi così tanto. Sono mutati i luoghi, gli indumenti, il livello di istruzione e le condizioni sociali, ma una cosa è rimasta pressoché identica: la mentalità, l’appartenenza ad un qualcosa che possa contrapporsi allo Stato e le sue regole, con ogni mezzo. Quella mentalità che non guarda in faccia a nessuno, che può annidarsi nella testa di ogni individuo, che travolge tutto e tutti, che mira a far denaro sporco, ma non solo: mira ad affermarsi. Sì, il primo e vero intento dei mafiosi vecchio stampo non è la ricchezza, che potremmo quasi considerare un mezzo. E’ quel piacevole brivido che si prova quando ci si sente potenti e al di sopra di ogni cosa, è quella bella sensazione di superbia nel constatare d’essere rispettati, temuti. E’ questa l’essenza della mafia.

Un’essenza che, a partire dal XIX secolo, ha macchiato indelebilmente le pagine di storia della Sicilia e di un’intera Nazione. Una lotta-convivenza che si è sempre nutrita di omertà, silenziprotezioni, amicizie potenti. La scaltrezza nel riuscire ad interporsi tra lo Stato e il cittadino nonché il mantenimento di un sistema clientelare e parassitario, con l’utilizzo della violenza e dell’illecito. In ogni epoca e in ogni contesto (che si tratti della condizione rurale di una semplice cittadina di Provincia o piuttosto dell’odierna globalizzazione che varca i confini tra Paesi).

<<La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia, crediamo sia questa: la mafia è un’associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato>>.

(Leonardo SciasciaA ciascuno il suo, 1966)

Torniamo al presente, torniamo a ieri sera. Sottolineando un aspetto, a scanso di equivoci: tutti possono essere intervistati. Persino un carnefice, un mafioso, con cui lo Stato collabora e sigla persino dei patti: pensiamo ai cosiddetti “pentiti”. Ciò che dovrebbe scandalizzarci, dunque, non è la liceità dell’intervista quanto i metodi profusi e le circostanze che si verificano nei salotti buoni della TV pubblica, sostenuta e finanziata anche coi soldi dei contribuenti.

 

(Per la seconda parte del video, clicca qui)

 

L’intervista-teatrino si è rivelata insufficiente (così come quelle riservate in precedenza al clan dei Casamonica), non ha aiutato nessuno a capire niente ai fini delle indagini, della memoria storica, della comprensione. Ha parzialmente raccontato un quadretto familiare di cui, francamente, ai più non importa un accidenti. Mai una volta il figlio si sarebbe dissociato dalle azioni del padre, mai una volta l’intervistato avrebbe condannato l’operare delle criminalità organizzate. Constatata l’inutilità dell’intervista – benché alcune domande spinose siano state pronunciate dal giornalista abruzzese – ci rendiamo conto che restano soltanto lo share incassato da Vespa e la sterile pubblicizzazione del nuovo e mediocre libro – dal titolo Riina Family Life – di un mafioso (Giuseppe Salvatore è stato condannato per associazione mafiosa e scarcerato il 29 Febbraio 2008, per decorrenza dei termini e dopo essere stato detenuto per otto anni), seduto lì soltanto per il cognome che porta.

Tutto ciò, quindi, era da evitare. Si è trattato purtroppo di un cattivo esempio di giornalismo, non il contrario. Un vero servilismo ai poteri forti/occulti, ma soprattutto un evidente – e triste – schiavismo mediatico: non importano l’oggettività che la professione richiede, le fonti, il bisogno di risposte. Conta soltanto dare in pasto al pubblico quel che il pubblico desidera, decretandolo e manifestandolo con l’audience. Che, badate, va ben oltre gli studi di Porta a Porta: quest’articolo non vuole e non deve passare come un semplice pezzo anti-Vespa, quanto una denuncia all’intero malcostume dell’informazione italiana, informati ed informatori. Nessuno si è indignato alle numerose ed insoddisfacenti interviste riservate negli anni ai malavitosi, più simili ad un palcoscenico che ad un dialogo – anche duro, se necessario – che puntasse alla ricerca della verità (nei limiti del ruolo di giornalista). A quante interviste mediocri assistiamo, quasi ogni sera, nei talk show? Dibattiti in pillole e consumati in brevissimi minuti, che non lasciano spazio alle argomentazioni e in cui ha la meglio non chi ne sa di più, ma chi utilizza frasi brevi e forti, che annichiliscono qualsiasi altra opinione (che quasi mai ha il tempo per controbattere). Un dialogo che non è un dialogo, bensì un monologo in cui vince chi colpisce di più (a torto o a ragione) l’emotività e l’attenzione di un pubblico annoiato, che non si sforza di acquisire una visione quanto più completa sui tanti temi che vengono affrontati.

Il nostro è un problema divulgativo, ma soprattutto culturale: d’altronde, si sa, la prima arma per contrastare la mafia è proprio la cultura. Colei che ricorderebbe alle nostre coscienze, dal profondo del nostro cuore e della nostra mente, di non risaltare quelle macabre figure che hanno arrecato indicibili sofferenze ai propri simili. Anche qualora sia lecito: perché chiunque svolge un ruolo di primo piano nella società – come l’informazione e l’approfondimento – svolge anzitutto un ruolo culturale. Limitarsi a dire di <<cambiare canale>> non basta: è qualcosa che va ben oltre.

Concludo rivolgendo il mio pensiero a tutti i parenti delle vittime di mafia, chi la contrasta ogni giorno, chi è costretto a subirla, chi è stato lasciato solo dallo Stato. Concludo rivolgendo il mio pensiero ad un grande simbolo dell’antimafia (quella vera), siciliano e figlio di mafioso, che ha deciso di prendere in mano il suo destino utilizzando Radio Aut e la buona informazione, ribellandosi a questa montagna di merda. Perché questa è la mafia.

Ciao, Peppino.

 

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Giuseppe Impastato (1948-1978) è stato un giornalista, attivista e poeta italiano, noto per le sue denunce contro le attività di “Cosa Nostra” a seguito delle quali fu assassinato, vittima di un attentato il 9 Maggio 1978

 

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