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Sussurri dal Giappone: Fukushima, tra radiazioni ed energia solare

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute

fukushima_giappone_gettyQuattro anni e qualche mese sono passati da quel terribile 11 Marzo 2011, quando un terremoto e un maremoto devastarono il Giappone e colpirono la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, a Nord-Est di Tokyo, provocando uno dei maggiori disastri nucleari della storia, secondo solo a Chernobyl (1986). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) riportava nel 2013 che non vi fossero rischi sostanziali per la salute, ma che si potessero riscontrare patologie in piccola percentuale, soltanto nelle aree limitrofe alla prefettura di Fukushima, pur tenendo conto che gli effetti dell’esposizione alle radiazioni si manifestano in là nel tempo. Ciò che è certo, è però l’incremento di leucemia e di forme tumorali al seno e alla tiroide, nei bambini e nei giovani in fasce d’età di 1, 10 e 20 anni.

A seguito dell’ondata di stop al nucleare post Fukushima, che vede la Germania in testa, l’attenzione circa gli effetti sull’ambiente, l’ecosistema e la qualità della vita sembra essere via via diminuita, ma notizie sporadiche, quasi sussurri dal Giappone, lasciano intendere quanto grave sia la situazione e quanto ancora resti da fare, per mettere in sicurezza la centrale nucleare della TEPCO (Tokyo Electric Power Co) e per dare nuovamente una casa alle migliaia di sfollati che dovettero abbandonare le loro terre per sfuggire alle radiazioni.

Secondo un sondaggio condotto da The Asahi Shimbun e Fukushima Broadcasting Co. tra il 28 febbraio e l’1 Marzo del 2015, il 71% dei residenti nella prefettura di Fukushima si dice insoddisfatto degli interventi apportati finora dalla TEPCO stessa e soprattutto dal governo. Fuoriuscite di acque radioattive, errori umani ed un equipaggiamento inadeguato hanno contribuito ad intralciare i lavori di risanamento e di messa in sicurezza della centrale e delle zone della Prefettura di Fukushima.

Il desiderio di tornare a casa rimane però un sentimento forte e comune a chi, quell’11 Marzo, oltre alla terra, perse molti affetti. Sebbene possa sembrare un po’ avventato avvicinarsi ai luoghi del disastro dopo soli quattro anni dall’accaduto, numerosi sono gli esempi di ritorno, che dimostrano l’importanza e la forza del legame tra la popolazione e il suo territorioMuneo Kanno, per esempio, e come lui molti altri contadini, non si sono mai veramente separati dalla loro terra, ma hanno bensì compiuto viaggi quotidiani verso casa. La loro azione, per certi versi coraggiosa, per altri forse un po’ imprudente, ha messo in moto una partecipazione attiva di numerosi contadini ed abitanti della Prefettura di Fukushima, che si sono trasformati in veri e propri raccoglitori erranti di dati, con lo scopo di aiutare università e istituti di ricerca nella mappatura e nel risanamento delle zone a rischio.

Una desolante immagine all'entrata di Fukushima
Una desolante immagine all’entrata di Fukushima

Accanto a questa buona notizia, si profila però un altro fenomeno che non fa presagire un destino rassicurante per numerosi territori della Prefettura. Secondo quanto riportato da The Japan Times il 5 Aprile 2015, quasi la metà dei 2.400 proprietari terrieri della zona rimangono ignoti agli occhi del governo centrale, il quale mira ad acquisire tali appezzamenti, valutati inabitabili, per costruirvi strutture di stoccaggio del suolo radioattivo. Finora, infatti, il trasferimento di scorie radioattive nei territori della Prefettura è stato reso possibile grazie ad alcuni accordi di cessione, spesso non con individui privati, bensì contratti con aziende o compagnie.

Le ripercussioni del disastro nucleare, sul territorio e sulle risorse acquifere, si fanno di giorno in giorno più allarmanti, se si considerano i gravi danni subiti dall’impianto della TEPCO, che rendono difficile una messa in sicurezza dello stabile e obbligano a ritardare continuamente le procedure di bonifica e di risanamento delle acque contaminate. Nonostante le apparenze, gli effetti dell’inquinamento radioattivo non sono però confinate alle aree limitrofe a Fukushima o al Giappone, ma si estendono fino alla non così lontana West Coast americana e minacciano anche il Regno Unito.

Secondo fonti scientifiche, le zone maggiormente colpite dall’inquinamento radioattivo, per mezzo delle correnti oceaniche, sono il Canada e la British Columbia: proprio in Canada si registra, infatti, una crescente percentuale di Cesio-137 (per intenderci un isotopo radioattivo, presente di norma nell’Oceano Pacifico) anche nell’acqua potabile. Sempre secondo fonti attendibili, tuttavia, tale aumento non rappresenterebbe ancora una minaccia per la salute umana e per l’ambiente. Ben diverso è invece il caso del Regno Unito, il quale, nonostante l’apparente distanza geografica dal luogo del disastro nucleare, ha rischiato di veder finire sulle proprie tavole prodotti alimentari contaminati dalle radiazioni, provenienti direttamente da Fukushima. La frode, scoperta da investigatori di Taiwan e condotta anche dal giornale inglese The Independent, ha rivelato che più di 100 prodotti alimentari radioattivi fossero stati contraffatti, indicando Tokyo e non Fukushima come luogo d’origine e di confezionamento dei prodotti, i quali erano destinati al mercato britannico con l’intermediazione di Taiwan. Nonostante le leggi britanniche circa la tracciabilità del prodotto siano molto severe, la Gran Bretagna è apparsa non essere in grado di controllare effettivamente la produzione e il confezionamento di prodotti alimentari provenienti dal Giappone.

FukushimaPicCorrelata, ma allo stesso tempo, opposta all’emergenza radiazioni, vi è un’altra interessante notizia, che forse colpisce più di tutte le altre. Nel 2012 un articolo di Rob Gilhooly su The Scientist titolava Japan could become second biggest solar power nation: il Giappone, una delle nazioni che basava le sue fonti energetiche sul nucleare, diveniva, nel giro di poco tempo, una delle maggiori potenze per l’istallazioni di pannelli fotovoltaici ed efficienza energetica, seconda solo alla Germania. La svolta green del Giappone rappresenta una pagina decisiva, seppur controversa e ancora in transizione, per ciò che riguarda la crescente rilevanza e attenzione internazionale verso forme di energia rinnovabili, più pulite e a basso impatto ambientale.

Le zone della Prefettura di Fukushima, menzionate in precedenza ed etichettate come inagibili, per certi versi perdute e utilizzabili solo come deposito di terreno contaminato, hanno quindi una seconda possibilità. La città di Minasomia, per esempio, che dista circa 10 km dall’impianto nucleare e altri comuni della Prefettura hanno iniziato dal 2012 a costruire impianti fotovoltaici e parchi solari, grazie alla spinta e agli incentivi, lanciati nello stesso anno dal governo, al fine di convertire il Paese alle energie rinnovabili. Questo cambiamento ha portato infatti ad una riduzione considerevole dei consumi e ha condotto, in seguito al disastro nucleare, alla chiusura di più di 50 impianti nucleari in tutto il Paese.

Il caso del Giappone ci mostra che molto spesso si sottovalutano e si dimenticano i rischi per la salute e per l’ambiente, derivanti dall’attività umana e quanto ancora si debba fare per ridonare a Fukushima un futuro. Nel contempo la svolta verde del Paese del Sol Levante mostra l’altra faccia della medaglia e ci ricorda che è possibile attuare un cambiamento radicale e, per certi versi, in contrasto con gli stili di vita e di produzione attuali.

 

 

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About Roberta Ghiglietti

COLLABORATRICE | Viaggiatrice, sognatrice, amante della natura ed appassionata di tematiche "ambientali e non". E' nata nel 1990, nel cuore della nebbiosa pianura padana, in Provincia di Lodi. Laureata in Lingue Straniere e Politiche Europee ed Internazionali presso l'Università Cattolica di Milano, grazie al programma di doppia laurea con la Martin Luther Universität di Halle-Wittenberg ha maturato un'esperienza annuale di studio in Germania, che le ha permesso di svolgere un intenso ed appassionante stage di sei mesi nel Parco Nazionale della Foresta Bavarese, a stretto contatto con la natura.

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