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Super Bowl: quando essere americani è sinonimo di spettacolo

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NFL – National Football League

Provate a immaginare quale sia la cosa più americana che vi venga in mente. La torta di mele? Gli sport dai regolamenti semi-inaccessibili, in cui sono i migliori al mondo? L’imperialismo? Il consumismo? Se c’è un avvenimento che ci permetta di condensare tutti questi aspetti fortemente a stelle e strisce, in un solo coacervo di stereotipi e verità questo è il Super Bowl. La partita regina dello sport statunitense, tra i più grandi e seguiti eventi sportivi al mondo. Il Super Bowl è la finale del campionato NFL, la lega di football americano, lo sport che più di tutti condensa l’anima dell’evoluzione del Paese nordamericano: fondato sulla conquista del territorio, senza esclusione di colpi.

Il Super Bowl riflette molti degli stereotipi per cui gli americani son conosciuti all’estero: megalomani, spendaccioni, senza una vera cultura del cibo, stravaganti. Inoltre, incarna perfettamente lo spirito americano sportivo del panta rei per cui nessuna lega potrà venir monopolizzata da una squadra per decenni (basti pensare che la squadra più vincente della storia, i Pittsburgh Steelers hanno vinto solo 6 titoli). Oltre un terzo degli statunitensi guarda il Super Bowl al momento della sua messa in onda. E’ una maratona di circa quattro ore, passate in compagnia del tanto caratteristico cibo-spazzatura.

Se vi domandate il perché della durata esagerata della diretta il motivo è presto spiegato: il football è uno sport che si presta per propria natura a moltissime interruzioni, intervallate grazie al grande fiuto dei pubblicitari di Oltreoceano da spot pubblicitari. Immaginate oltre centosessanta milioni di persone da tutto il mondo sintonizzate su un programma, a queste sommateci coloro che accedono in maniere più o meno legali ad una diretta streaming e considerate che saranno troppo pigre o troppo attratte dallo spettacolo sportivo per fare zapping e resteranno incollati agli schermi anche – e soprattutto – nelle pause pubblicitarie. Questo si traduce in tanti, sonanti dollari verdi, che fluiscono grazie a spot pubblicitari immaginifici, per i quali vengono assoldati alcune delle più grandi celebrità dello Star System statunitense, che anno dopo anno contribuisce alla dirompente evoluzione della pubblicità, che colpisce lo spettatore quasi quanto un touch-down e che diventa parte integrante dello spettacolo.

foodLo scorso anno, Yahoo Finanza ha reso noto che la NBC (National Broadcasting Center) – emittente che ha mandato in onda la partita Oltreoceano – ha incassato 4,5 milioni di dollari per ciascun spot da trenta secondi. Ecco quanto denaro è in grado di far circolare il Super Bowl. Non è poi un segreto il fatto che il patriottismo sia un principio fondatore di molte famiglie statunitensi, che crescono bambini con un forte senso di appartenenza alla patria: il Super Bowl si presenta quindi come un’appendice del Thanksgiving (trad: Giorno del ringraziamento), con i suoi riti e i suoi momenti carichi di emozione. L’apice del raccoglimento lo si raggiunge all’intervallo tra secondo e terzo quarto, quando una delle top star dell’industria musicale statunitense si esibisce nell’inno nazionale. La fortunata chiamata ad esibirsi quest’anno è la neo vincitrice di un Golden Globe come Miglior Attrice in una mini-serie o film tv, Lady Gaga, artista a tutto tondo sempre più in vista in tutto il mondo. Certo, l’emozione che un evento del genere comporta a volte gioca brutti scherzi. Chiedere a Christina Aguilera che, nel 2011, toppò clamorosamente una strofa dell’inno statunitense, inventando le parole di una strofa.

Con una finale capace di catalizzare tutte queste attenzioni, il football non può che essere uno degli sport preferiti dallo Star System hollywoodiano che celebra spesso l’epica sportiva del proprio Paese omaggiando i protagonisti di questo sport. Troviamo alcuni esempi di come il cinema rappresenti questo sport come elemento fondamentale del tessuto connettivo statunitense in due pellicole che vedono Al Pacino come protagonista. La prima è addirittura Il Padrino Parte II, capolavoro assoluto tra i gangster movies ambientato negli Anni ’50, prima che addirittura nascesse la NFL per come la conosciamo ora e quando un giovane Pacino, nei panni di Michael Corleone, incontra per la prima volta il proprio mentore agli Actor Studios, Lee Strasberg (nel ruolo dell’ebreo Hyman Roth) nella sua casa a Miami proprio mentre questi osserva una partita di football, che a suo dire è la prima abitudine recepita trasferendosi negli USA. E’ un dialogo quasi irrilevante, ai fini della trama: ma ci permette di capire quanto fondamentale sia questo sport, che si trasforma in un fattore di accoglienza degli immigrati. Se questo elemento risulta secondario nel gangster movie di riferimento, nella seconda pellicola in questione – Ogni maledetta Domenica – Pacino interpreta proprio il ruolo di un coach di una squadra di football in difficoltà e il discorso chiave del film verte proprio attorno alla metafora che il football americano incarna: la conquista del territorio e la voglia di lottare. Il discorso dell’attore italo-americano ha una tale forza magnetica che il presidente Silvio Berlusconi lo mostrerà ai giocatori del suo AC Milan nei momenti di difficoltà e prima delle numerose finali disputate nel nuovo millennio.

 

 

Grazie al discorso di Pacino, inquadriamo quello che è lo spirito alla base di questo sport: una scalata tra mille difficoltà, che spesso coincide con le parabole dei campioni che scendono in campo e che coincide anche con la storia di uno dei due protagonisti più attesi di questa Domenica. Sì, questo Super Bowl ha anche la straordinaria peculiarità di mettere a confronto due parabole antitetiche ma incredibilmente romantiche: è la sfida tra Cam Newton (dei Carolina Panthers) e Peyton Manning (dei Denver Broncos).

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Cameron Jerrell “Cam” Newton (1989) è un giocatore di football americano statunitense che gioca nel ruolo di quarterback per i Carolina Panthers nella NFL

Il primo è un talento emergente appena nominato MVP di lega, 26 anni, debordante atleticamente, afroamericano con mille difficoltà, tre college cambiati e accuse di furto, oltre a trovarsi coinvolto in una serie di scandali legati ai tempi dell’università, così simile a Michael Vick (quarterback afro di enorme talento di inizio millennio, oltre che motivo principale della mia passione verso questo sport) e con la missione di portare in North Carolina il primo titolo della storia dei Panthers. Di lui il defensive coordinator degli avversari di questo superbowl ha detto: <<Mi hanno chiesto se avessi mai visto un quarterback come lui: non ne è mai esistito uno>>. Il secondo è il classico personaggio da film americano ambientato nelle High School, il ragazzone bianco che gioca da quarterback e cresciuto in una famiglia dedita al football: suo fratello Eli è due volte campione NFL e MVP del SuperBowl, suo padre Archie è considerato il più forte quarterback che non abbia mai giocato ai play-off e suo fratello maggiore Cooper era un talento enorme prima di infortunarsi e non poter mai iniziare la carriera. Fuori dal campo un average guy, ma con Peyton al nostro immaginario regista di teen movie è scappata la mano dato che è unanimemente considerato come uno dei tre più grandi quarterback della storia del football, ed a quasi quarant’anni può vantare un palmarès mostruoso: cinque volte MVP della lega, campione nel 2007 – al suo quarto Super Bowl, raggiunto dopo un infortunio al suo divino braccio destro e le difficoltà conseguenti che lo hanno portato a trovarsi addirittura svincolato nel 2011: per intenderci, sulla caratura dell’evento è come se Pelé si fosse trovato svincolato o Michael Jackson senza un’etichetta discografica.

Questa partita per Manning potrebbe essere l’ultima della carriera, il canto del cigno del più americano dei campioni, con la possibilità di ritirarsi con due titoli ed eguagliando il proprio fratellino dal talento nettamente inferiore che, beffardamente, può vantare il doppio dei suoi anelli. Il Super Bowl è anche questo: storie uniche, incroci particolari e peculiarità dannatamente statunitensi. Sarà dunque il giovane afroamericano dal talento esplosivo a portare un ex Stato iper-segregato come il North Carolina sul tetto del mondo, o magari il fuoriclasse senza tempo a vivere la favola del ritiro da vincente?

Pur volendo scegliere per quale storia tifare, è impossibile prediligere un finale: stanotte, 7 Febbraio 2016, si assegna il cinquantesimo Super Bowl della storia. Uno spettacolo irripetibile, attraverso il quale gli USA dimostrano da mezzo secolo a tutto il mondo cosa voglia dire effettivamente essere “Stati Uniti d’America”.

 

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Peyton Williams Manning (1976) è un giocatore di football americano statunitense che gioca nel ruolo di quarterback per i Denver Broncos, dopo aver giocato per 14 anni consecutivi negli Indianapolis Colts della NFL

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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