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L’articolo 18 e la battaglia per la dignità

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Quorum, Recenti

Pensando_Articolo18-260312134749128Adesso abbiamo davvero toccato il limite. Come spesso accade in Italia, i temi su cui confrontarsi vanno e vengono nei salotti dei dibattiti quasi come fossero delle mode. E’ il turno dell’articolo 18; qualche tempo fa già al centro del dibattito politico, scomparso poi per un periodo dai radar e adesso di nuovo sulla cresta dell’onda.
Innanzitutto credo sia necessario fare un po’ di chiarezza per capire di cosa stiamo parlando: si tratta, infatti, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e cominciamo col dire che è una tutela per i lavoratori. Non per tutti però, in quanto si applica esclusivamente alle aziende con più di 15 dipendenti (5 se agricole): questa tutela prevede una protezione del lavoratore da un licenziamento “ingiusto”, in termini giuridici “illegittimo”, cioè senza comunicazione di motivazioni, discriminatorio o ingiustificato, reintegrando il lavoratore o erogandogli una somma di denaro a titolo di indennizzo.

Ora, descritto in modo davvero generico l’oggetto della questione, cerchiamo di capire quale sia la contesa che vede al centro questa norma: la bomba esplode non più di una settimana fa, quando il Premier Renzi solleva la possibilità di modificare o addirittura eliminare l’articolo 18. La reazione del Paese non si è di certo fatta attendere: i sindacati, in particolare Cgil e Fiom, hanno subito minacciato lo sciopero generale mentre i vari partiti si sono divisi tra favorevoli e contrari. Ma quello che forse non ci aspettavamo era la spaccatura all’interno del partito della maggioranza: quel Partito Democratico capace di prendere il 40.8% dei voti all’ultima tornata elettorale europea e che ormai sembrava formato solo ed esclusivamente da renziani, dato che è facile salire sul carro dei vincitori e abbandonarlo con la stessa rapidità di Schettino se la barca affonda.

Una parte del PD infatti, guidata dall’ex segretario Bersani, resta fermo sull’articolo 18 e con lui una parte minoritaria del partito. Renzi, sempre bravo ad inventare epiteti per coloro che lo ostacolano, ha apostrofato ieri il suo ex segretario apostrofandolo conservatore. Siamo alle solite insomma.

In questi giorni, in una intervista, il presidente di Confindustria Squinzi ha detto che l’articolo 18 non permette gli investimenti e fa si che un imprenditore abbia paura di assumere. Peccato che il suddetto articolo venga applicato in realtà pochissime volte (le sentenze della Cassazione sono circa una ventina) e che, dopo le modifiche apportate nel 2011 dalla Riforma Fornero, non venga applicato alla moltitudine di giovani precari che evidentemente non sono stati assunti in modo stabile neanche in assenza di questo “spauracchio”. Quello in cui , in un certo senso, Squinzi ha ragione, è il fatto che l’articolo 18 sia un deterrente: l’imprenditore ci penserà un bel po’ di volte prima di azzardare un licenziamento illegittimo, perché per “sbarazzarsi” di una persona magari non più gradita sa di correre il rischio non solo di dovere sborsare delle cifre non indifferenti, ma soprattutto di doverselo riprendere in azienda. Alcuni, dunque, lo vedono come un segno di arretratezza; addirittura il simbolo di una battaglia solo ideologica e inutile. Altri, gli “arretrati, conservatori ed idealisti”, come il frutto delle grandi battaglie sindacali degli anni ’70 e probabilmente il cancellarlo sarebbe anche una netta mancanza di rispetto nei confronti di coloro che hanno dato la vita per migliorare le condizioni dei lavoratori delle generazioni successive; non solo: anche un necessario strumento di tutela per la parte “debole a livello contrattuale” che può contare su un’arma di difesa da eventuali comportamenti scorretti del datore di lavoro.

Quella non è solo una norma, ma un simbolo di civiltà come se ne vedono pochi in Europa in materia di lavoro, un tentativo di farci illudere che almeno in Italia noi ci proviamo a dimostrare che il lavoratore non è un oggetto di guadagno ma è prima di tutto una personaCertamente tutto questo è da ricondurre agli ennesimo diktat imposto dall’Europa nel tentativo ormai scellerato di creare un mercato del lavoro sempre più flessibile. Le modifiche già effettuate all’articolo 18 non hanno portato i nuovi posti di lavoro che erano stati promessi; ora si va verso queste cosiddette tutele crescenti che in realtà nessuno ha ben capito né come funzionano né come si applicheranno.
L’articolo 18 è un falso problema: gli investimenti vengono attratti con una giustizia più rapida, con infrastrutture, con una burocrazia più snella e migliorando le condizioni di vita e lavoro di chi rappresenta il futuro del Paese.

L’Italia è tra i Paesi con le maggiori tutele sindacali. Per qualcuno è un affronto, ma per qualcun altro è un grande motivo di orgoglio, perché il lavoro è un modo per contribuire in piccola parte alla crescita del tuo Paese ma soprattutto è dignità. Abbiatene quindi rispetto.

 

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About Fabiano Catania

COLLABORATORE | Classe 1990, siciliano di nascita ma pisano di adozione. Station Manager di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa, da sempre ha una grande passione per la scrittura e l’informazione libera. Si interessa di musica indipendente ed è un appassionato del cinema d’autore.

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