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Stromae, integrazione e diversità: una sfida europea, ma soprattutto belga

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Bruxelles: <<Liberté, égalité, fraternité… diversité>>. Beppe Servegnini, forse uno dei giornalisti e scrittori più apprezzati in Italia e all’estero (la sua rubrica Italians, sul Corriere della Sera, ha un seguito notevole) proponeva così, qualche tempo fa, una nuova versione del celeberrimo motto parigino, aggiungendo una parola che porta con sé numerosi significati. Non soltanto uno strumento del linguaggio, con le sue mille sfaccettature, ma l’emblema della nostra epoca.

islam-moderati_1085295Il XXI secolo ha portato con sé numerose sfide, di ordine economico, sociale e politico, debuttando con un evento che rimarrà scolpito nelle nostre menti, anche quelle più giovani, per molto tempo. L’immagine del cielo newyorkese ricoperto di fumo, quella delle Torri in fiamme, il discorso commovente di un Bush profondamente scosso e soprattutto la sensazione di paura che prevalse sulla speranza, pilastro dell’agognato “sogno americano”, cambiarono un’era, forgiarono specifiche politiche pubbliche e soprattutto incisero in maniera definitiva sull’immaginario collettivo. La traballante affermazione di Al Qaeda, per giustificare l’attacco a migliaia di civili – <<attacchiamo loro e non soltanto chi li rappresenta perché vivono in Paesi democratici, dunque sono complici delle scelte dei loro leader che loro stessi hanno votato>> –  non convinse, ovviamente, la comunità musulmana, la quale corrisponde a circa un quarto dell’intera popolazione mondiale. Ma la ferma condanna di quello che venne definito, erroneamente, oltre che con una buona dose di malizia: Islam moderato, non fermò l’ondata di terrore che si abbatté sull’Occidente.

Il binomio “Islam-terrorismo” divenne per molti una sorta di dogma, una verità inconfutabile che derivava, a dire di coloro che supportavano le argomentazioni – deboli – di questa tesi, dal semplice verificarsi di eventi come quello delle Torri Gemelle. Un processo logico, di tipo induttivo, che farebbe rabbrividire i filosofi dell’Illuminismo, su tutti: Voltaire, il portavoce della tolleranza. Tutti avevano in mente i campi dove i talebani si allenavano a combattere la jihād, la Guerra Santa, la guerra verso l’Occidente e contro la cristianità.

Il secolo che stiamo vivendo è anche quello che porta con sé gli effetti della globalizzazione, della trasformazione del pianeta in unico villaggio globale. L’avanzare delle tecnologie e del capitalismo selvaggio ha come effetto quello di aumentare le diseguaglianze tra i popoli, e all’interno di uno stesso Paese, soprattutto nel contesto arabo-musulmano: in Arabia Saudita, per citare un esempio, il divario tra i membri della dinastia Al-Saud e i sudditi è di proporzioni immense. I Paesi del Golfo si arricchiscono sempre più, scoprendo i benefici che solo l’oro nero può portare. Altri fanno i conti con un impoverimento costante e con le rivalità storiche di matrice religiosa, in un area dove l’integrazione regionale istituzionalizzata, per mezzo della creazione della Lega Araba, ha perlopiù fallito. L’immigrazione non si ferma: le guerre civili e i conflitti tra Stati aumentano, quello che resta del colonialismo e del neocolonialismo è un’eredità che pesa sulle spalle delle grandi potenze. Migliaia di persone sono costrette a scappare dai luoghi che li hanno visto crescere, dalle persone che le hanno amate ed accudite. Alcune sono costrette ad imparare una lingua nuova, altre invece conoscono già l’idioma della meta da raggiungere, come gli algerini, ma sanno già che il colore della loro pelle e le loro storie di vita costituiranno dei fattori di diversità. Alcune si sforzano nel processo di integrazione, altre, soltanto una piccola minoranza, diventano proseliti del più fanatico fondamentalismo.

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Mappa dei Paesi aderenti alla Lega Araba

Il Belgio, seppur in minor misura, è stato protagonista dell’era del colonialismo, conquistando e possedendo un territorio, il cosiddetto “Congo Belga”, ubicato nel cuore dell’Africa Centrale: circa 76 volte il Belgio stesso. Inoltre, al termine dei negoziati che seguirono la Prima Guerra Mondiale, l’Impero coloniale belga venne ampliato con l’assegnazione al paese del mandato sulle ex colonie tedesche del Ruanda e del Burundi. Come ogni potenza colonizzatrice, il Belgio ha con sé degli scheletri nell’armadio, ed uno di questi ha proprio a che fare con il Ruanda. Paul Kagame, attuale Presidente ruandese, ricorda sulle pagine di Jeune Afrique il ruolo diretto del Belgio nella preparazione politica del genocidio dei tutsi e hutu dissidenti, i quali vennero massacrati per mezzo di granate, fucili e soprattutto machete. Otto milioni di persone. I colonizzatori belgi interpretarono la divisione della società ruandese in caste, un modello molto simile a quello indiano, come una separazione meramente biologica, fomentando l’odio tra le due differenti etnie. I risultati furono catastrofici e contribuirono all’instabilità che ancora oggi affligge il Ruanda e i Paesi limitrofi, che ospitarono migliaia e migliaia di profughi in fuga.

Oggi la società belga, perfetto esempio di integrazione tra differenti popoli, conta al suo interno numerosi ruandesi, tra cui il celebre Stromae, il cui padre fu un architetto ruandese morto nel genocidio del 1994. Paul Van Haver (questo il nome del giovane cantautore) aveva solamente nove anni all’epoca e più tardi gli dedicherà una canzone, Papaoutai, dalla quale traspaiono tutte quelle sensazioni che accompagnano la vita di un bambino che è cresciuto senza la presenza di una figura paterna. Quel padre morto in seguito ad una fucilata, ad una granata, o a dei colpi di machete, quello strumento dal costo irrisorio che si rivelò diabolicamente utile durante l’eccidio, simbolo di un’efferatezza unica, fu uno dei tanti, tra uomini, donne e bambini che persero la vita. Stromae rappresenta al meglio il concetto di diversità: sua madre, fiamminga, gli insegnò la lingua francese e Paul crebbe ascoltando i più celebri cantautori francofoni, integrandosi perfettamente all’interno della società bruxelloise, senza mai dimenticare le proprie origini. Un mix etnico e culturale che costituisce parte del talento stesso di Stromae: una determinazione unica, essenziale nel processo di integrazione, che fa dell’eclettico cantante il simbolo del multiculturalismo, pacifico e sano, Made in Belgium. Non soltanto Stromae, ma anche i celeberrimi Diables Rouges, con Fellaini e Kompany ne sono perfetti ambasciatori.

Basta una passeggiata nel centro di Bruxelles, nei dintorni della Grande Place: ascolteremo decine di lingue diverse, oppure vedremo delle ragazzine con il velo islamico che parlano un francese o un fiammingo perfetto e, con un po’ di emozione, raccontano della loro famiglia scappata dal terrore, delle difficoltà che inevitabilmente si incontrano quando ci si scontra con una realtà diversa. Alcune di loro sono state intervistate da una rete televisiva belga in seguito alla sparatoria avvenuta a Liegi, circa dieci giorni fa, dove in uno scontro a fuoco tra la polizia belga e tre terroristi, due di questi ultimi hanno perso la vita. Volevano seminare il panico a Bruxelles, colpendo perlopiù il mondo militare. Gettarla nella confusione più totale. Anbar non nasconde incertezza e paura: teme per la sua incolumità, teme che il fondamentalismo si possa diffondere, ma sa che gli estremisti non sono altro che una minoranza.

Forte e spregiudicata, senza dubbio. Ma ancora una minoranza.

Che non vincerà.

 

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Paul Van Haver, più conosciuto come Stromae (1985) è un cantautore, produttore discografico e rapper belga

 

 

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About Alessia Del Vasto

COLLABORATRICE | Classe 1994, di origini partenopee. EU Studies Fair Ambassador per POLITICO Europe, studia Scienze Politiche Internazionali presso l'Università di Pisa. Ha trascorso quest'anno accademico in Belgio, tra gaufres e case con i mattoncini rossi, per vivere quello che le piace definire "il sogno europeo".

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