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Di stragi, di muri e di populismi: cronaca di un anno difficile per “essere umani”

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

Come sempre, la fine dell’anno è tempo di bilanci

La foto chiamata “Speranza di una nuova vita” ha vinto il premio World press photo 2016 ed è stata scattata dal fotografo Warren Richardson. Un bambino molto piccolo viene passato dalle braccia di un profugo attraverso le recinzioni tra i campi di Röszke, al confine tra Serbia e Ungheria
La foto chiamata “Speranza di una nuova vita” ha vinto il Premio World Press Photo 2016 ed è stata scattata dal fotografo australiano Warren Richardson (1968). Un bambino molto piccolo viene passato dalle braccia di un profugo attraverso le recinzioni tra i campi di Röszke, al confine tra Serbia e Ungheria

Ognuno di noi inevitabilmente si guarda indietro e cerca di ripercorrere gli eventi passati che sono sì lontani, ma ancora abbastanza vicini per colpirci. Quest’anno lascerà sicuramente un segno profondo in tutti noi, al di là del nostro interesse o meno nei confronti della cronaca politica o del panorama geopolitico, che va oltre le nostre personali convinzioni ideologiche o non ideologiche. Si tratta della percezione sempre più nitida della profonda e progressiva perdita del senso di umanità. Mi si potrà obiettare che questo processo è un carattere essenziale nel nostro mondo contemporaneo, che racchiuderlo entro trecentosessantacinque giorni o poco più non ha alcun senso. Tale obiezione è perfettamente corretta, ma il 2016 sembra averci messo di fronte a questa difficile realtà che era divenuta parzialmente inconscia, poiché, vivendo nell’illusione che la storia basti a ricordarci i nostri errori e a tenerci lontani da essi, il nostro sentimento morale si è assopito. Quest’anno trascina con sé i germi di una nuova, tacita e placida rassegnazione di fronte ad eventi che spesso sovrastano la nostra immaginazione e che per questo non siamo capaci di assorbire.

Questa fase ha un principio simbolico che si colloca poco prima dell’inizio dell’anno, ovvero il 13 Novembre 2015 con il tragico attentato di Parigi che si è svolto tra il noto locale Bataclan, lo Stade de France e alcuni luoghi pubblici della capitale francese. Il bilancio fu spaventoso: centotrentasette vittime, compresi i sette attentatori. Il prezzo pagato da Parigi fu altissimo già lungo tutto il 2015, con eventi di matrice terroristica più piccoli ma non meno gravi, come quello avvenuto negli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher Hyper Cacher. Ma l’attentato che si consumò a Novembre ha avuto per noi un peso specifico diverso rispetto i precedenti. Ciò che lo rese così paradigmatico fu il fatto che ad essere colpiti non furono obiettivi specifici portanti con sé una determinata logica che, se pur del tutto delirante, permetteva di circoscrivere in qualche modo l’evento. L’obiettivo di questi attentatori era quello di colpire il cuore dell’Europa alle spalle, nei luoghi dove temporaneamente interrompiamo le nostre incombenze e le nostre preoccupazioni per abbandonarci al divertimento.

Questa foto scattata dalla giornalista georgiana Ketevan Kardava rappresenta due donne sopravvissute all'attentato di Bruxelles nell'areoporto di Zaventem
Questa foto scattata dalla giornalista georgiana Ketevan Kardava rappresenta due donne sopravvissute all’attentato di Bruxelles nell’aeroporto di Zaventem

Il 22 Marzo a Bruxelles, capitale dell’Unione Europea, si è consumato il secondo grande attentato che ha segnato il nostro modo di concepire questa difficile e precaria epoca. Tre esplosioni – due all’Aeroporto di Bruxelles-National e una sul vagone centrale di un convoglio della metropolitana tra le stazioni di Maelbeek e Schuman – squarciano la calma routine delle prime ore della mattino, portandosi via trentacinque vite, incluse quelle dei terroristi.

Poi Nizza, dove il 14 Luglio 2016 nella Promenade des Anglais una serata di festa venne interrotta dalla corsa folle di un uomo che lanciandosi contro la folla con un camion portò alla morte di ottantasei persone.

Poi la Turchia, un Paese che fin troppe volte è stata colpito in questo sciagurato anno, subendo numerosi attentati, come quello all’Aeroporto di Istanbul-Atatürk del 28 Giugno 2016 in cui le vittime furono ben quarantacinque, e che ha vissuto il 15 Luglio 2016 un fallito golpe organizzato dalle forze armate turche al fine di rovesciare il Presidente Recep Tayyip Erdoğan che ha portato alla morte di duecentonovanta persone e ha gettato la Nazione nell’instabilità.

Ma fermiamoci qui. La lista purtroppo potrebbe proseguire a lungo, con un escalation di orrore così lunga da non sembrare reale, ma non è possibile dare giustizia a eventi così importanti in così poche righe. C’è ben altro da analizzare di questo 2016, qualcosa che va al di là dei numeri e dei meri dati reali, qualcosa di non contingente. Cosa hanno provocato tali eventi nei nostri animi? Sicuramente terrore, rabbia, sgomento, la sensazione di vivere in uno stato di perenne instabilità. Hanno fatto vacillare le nostre sicurezze ma soprattutto ci hanno posti di fronte le certezze morali che ciascuno ha, e che considera ben salde, ma che, anche per un solo attimo, sono state messe in discussione. Alcuni di noi si sono soffermati producendo un numero imprecisato di analisi, provando in tutti i modi a tenere ben salda la propria integrità di uomini, ma purtroppo in questa ardua impresa abbiamo fallito.

Un migrante appoggiato al muro che divide Ungheria e Serbia, 175 km di filo spinato.
Un migrante appoggiato al muro che divide Serbia e Ungheria, 175 km di filo spinato

Mentre il cuore della cultura occidentale sanguinava di fronte alle vittime degli attentati e di fronte alla guerra civile siriana che, oramai giunta al quinto anno, in questi ultimi mesi ci ha lasciati con il fiato sospeso di fronte alle strazianti immagini della lenta e dolorosa morte di Aleppo, noi ci siamo dimostrati incapaci di immaginare, di metterci nella condizione-di. L’Europa stessa si è mostrata nella sua sordità dando solo risposte frettolose e sbagliate, chiudendo le frontiere, innalzando muri e militarizzando quelli già presenti, nel tentativo di fermare i flussi migratori consideranti destabilizzanti o ritenuti addirittura pericolosi da qualcuno. Tra Turchia e Grecia, tra Grecia e Macedonia, tra Turchia e Bulgaria, tra Serbia e Macedonia, tra Serbia e Ungheria, tra Croazia e Slovenia, tra Croazia e Ungheria, tra Slovenia e Austria e a breve anche nel Brennero tra Austria e Italia: questi sono solo alcuni degli ostacoli che i migranti devono affrontare nel loro cammino. Il 2016 è stato anche l’anno in cui il numero dei morti nel Mar Mediterraneo ha raggiunto dimensioni mai toccate prima: sono cinquemila le persone che tentando di raggiungere le coste europee hanno perso la vita.

Di fronte a così tanto orrore la maggioranza degli uomini e delle donne ha scelto di non vedere, di non toccare, di non immaginare, ma di rafforzare la chiusura, di espellere più che salvare e integrare. Troppo spesso ci siamo diretti verso la via più semplice, evitando di compiere la fatica della riflessione, non analizzando gli eventi, non cercando di raggiungere la profondità che essi hanno e che è essenziale scavare per assumerne realmente coscienza. Gli ultimi eventi politici hanno dimostrato la nostra sempre più forte volontà di affidare la nostra coscienza morale a chi sostiene di avere facili soluzioni agli eventi che stanno scuotendo il nostro mondo. Ma non scontando la fatica del pensiero questi uomini, consapevolmente o inconsapevolmente, non si soffermano mai sull’aspetto centrale di questi eventi, sui soggetti in gioco e sull’elemento che li accomuna tutti e che li unisce a noi: il fatto di essere umani. Noi stessi definendoli prima di tutto «soggetti pericolosi», «vittime», «migranti», «profughi» e dimenticandoci della loro primaria essenza umana, stiamo progressivamente perdendo la nostra umanità, poiché siamo divenuti incapaci di identificarci nelle loro sofferenze al fine di farcene carico. Denunciando l’eccessiva fatica, se non addirittura l’impossibilità di esperire tale dolore in prima persona ci siamo affidati ai sentimenti più superficiali, alla rabbia incontrollata, alla violenza priva di freni al fine di escludere il problema ed evitando anche il solo tentativo di cercare una soluzione che abbia come fondamento e come guida il sentimento morale.

E probabilmente vi aspetterete che concluda parlando delle speranze per il nuovo anno, di cosa dobbiamo fare per evitare questa deriva, ma ancora una volta ricadremmo nella falsa convinzione che le cose si risolveranno quasi spontaneamente. Non dobbiamo adagiarci sull’illusione che dal fondo si può solo risalire, abbiamo già troppe volte dimostrato che siamo capaci di rimanervi a lungo, muovendoci dentro ad esso mantenendo un assordante silenzio.

Il 2017 sarà un anno ancora più complesso, dove mantenere la saldezza morale sarà ancora più importante se non vorremo raccontare ai nostri figli che, non solo non abbiamo reagito, ma abbiamo alimentato un fuoco di violenza destinato a durare a lungo.

 

Ad ottobre a Gorino, un piccolo paesino in provincia di Ferrara, un gruppo di cittadini ha bloccato le strade impedendo l'arrivo e quindi l'accoglienza di dodici donne richiedenti asilo.
Ad Ottobre a Gorino, un piccolo paesino in Provincia di Ferrara, un gruppo di cittadini ha bloccato le strade impedendo l’arrivo e quindi l’accoglienza di dodici donne richiedenti asilo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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