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Strage di Via D’Amelio: chi è Stato?

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Giudice Paolo Borsellino, 1940-1992

19 Luglio 1992, sono passati cinquantasette giorni dalla strage di Capaci. Il giudice Paolo Borsellino, sveglio dalle prime luci dell’alba, parla al telefono con la figlia Fiammetta che si trovava a Bangkok per un viaggio di piacere. Fiammetta certamente non pensa che quella sarà l’ultima volta in cui sentirà la voce del padre; Paolo Borsellino probabilmente immagina, anzi sa, che prima o poi giungerà la sua fine. Già, perché da quel 23 Maggio 1992, da quel giorno in cui l’amico e collega Giovanni Falcone morirà tra le sue braccia, per il giudice Borsellino comincia un estenuante conto alla rovescia. Un conto alla rovescia scandito da verità inimmaginabili, dalla presa di coscienza che il mestiere suo e dell’amico Giovanni più che dare fastidio a Cosa Nostra desse soprattutto rogne ad Illustri Signori di quello Stato per cui avevano indossato la toga; per quello Stato per cui Paolo Borsellino si rese conto che ci avrebbe lasciato la pelle. Non sapeva che sarebbero trascorsi cinquantasette giorni, ma intuiva che il tempo sarebbe stato davvero poco. Così il Giudice Borsellino, l’amico Paolo, indaga su tutte le indagini che Falcone fece da prima dell’istituzione del maxi-processo del 1986, fino all’ultima del suo ultimo giorno in Procura a Palermo. Indaga sulle indagini di Palermo città, cerca un filo conduttore a quei 500 kg di tritolo che hanno squarciato la speranza dei siciliani onesti. Indagare su Palermo città non è di sua competenza, e quando fa domanda per poterlo fare, gli viene negata l’autorizzazione perché emotivamente troppo coinvolto.

Sulla strage di Capaci, ieri come oggi, indaga la Procura della Repubblica di Caltanissetta e Paolo, incontrando il collega che si occupava delle indagini chiede di essere interrogato al più presto; ma il collega, per rassicurarlo, gli dice che non appena conclusa l’estate sarà convocato per essere ascoltato. A quella rassicurazione il giudice risponde dicendo di essere un morto che cammina, che la Procura di Caltanissetta avrebbe avuto il privilegio di ascoltare un Giudice per cui avrebbero dovuto poi indagare. I veleni del Palazzo di Giustizia di Palermo non erano riservati solo al giudice Falcone. Anche Borsellino avrà a che fare con autorizzazioni non concesse, comunicazioni che non arrivano, bastoni tra le ruote. Dovete sapere che, quando da Roma arrivò una comunicazione dei ROS dove si sottolineava il pericolo di un attentato nei confronti del Giudice, Borsellino lo venne a sapere solo per caso; e stiamo parlando di comunicazioni di assoluta importanza, non dobbiamo stupirci, infatti, quando si parla di false amicizie ed invidie tra le stesse pareti del Palazzo di Giustizia di Palermo. Quei cinquantasette giorni servirono a Borsellino per poter denunciare per mezzo dei mass-media come i magistrati di Palermo fossero abbandonati a se stessi dallo Stato di cui erano servitori, in balia di un’organizzazione criminale come Cosa Nostra. Servirono per ascoltare dichiarazioni di pentiti che, dopo l’orrore di Capaci, si pentirono ancora di più. Aprirono lo scenario che di trattativa si poteva davvero parlare, che la trattativa era in corso.

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Nicola Mancino e Giorgio Napolitano

Infatti, a giorni a seguire dal 23 Maggio 1992, uomini dello Stato cercarono contatti con esponenti della mafia e loro rappresentanti politici, per trovare una via d’uscita allo stragismo. L’effetto credo che sia stato il contrario. Da questo tentativo di contatto, i potenti capi capirono che bastasse una bomba, far esplodere qualcuno, per poter ottenere ciò che desideravano. Se lo Stato si inginocchiava all’illegalità per del tritolo, e non ci sarebbe stato nessuno a scoprirlo od a supporlo, era ed è inutile indossare una toga, una divisa per servire uno Stato così. Nel 1992 la trattativa c’era, Borsellino ne fiutava il puzzo. Giovanni Falcone era stato fatto saltare in aria perché i rapporti tra la mafia e la DC si erano alterati; perché Falcone ricopriva l’importante incarico di Direttore della Sezione degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia; perché era il nome del favorito alla direzione della Super Procura. Il concorso per la direzione della Super Procura venne riaperto, tutti invitavano Borsellino a parteciparvi, ma egli dovette smentire ogni suo interesse a quell’incarico, durante una conferenza a cui partecipava, sottolineando che mai avrebbe voluto trarre vantaggi dal lutto dell’amico Giovanni. Nella sua ultima apparizione in pubblico, svoltasi nel chiostro della Biblioteca Comunale di Palermo, Paolo Borsellino denuncia il CSM ed ogni altro che avesse messo i bastoni tra le ruote al giudice Falcone, servendolo in pasto alla mafia servito su di un piatto d’argento. Non ebbe nessuna parola dolce nei confronti di quello Stato che tradiva. È amaro, duro, irremovibile il giudice Borsellino, il conto alla rovescia sta per esaurirsi quando, un giorno, quarantotto ora prima della strage, in interrogatorio con il collaboratore di Giustizia Mutolo, viene chiamato dal Ministero dell’Interno per una comunicazione riservata. Chissà cosa avrà detto il Ministro Mancino al giudice Borsellino e perché a quell’incontro erano presenti il Capo della Polizia e Contrada, membro numero tre del SISDE. Borsellino uscì sconvolto da quell’incontro, tant’è che Mutolo afferma che l’interrogatorio proseguì con il Giudice che teneva due sigarette accese contemporaneamente tra le mani. Di recente, l’ex Ministro Mancino, con la stessa nonchalance con cui smentisce le chiamate con il Presidente Napolitano, smentisce l’incontro con il giudice Borsellino permettendosi pure di ipotizzare l’inattendibilità di Mutolo.

All’ex Ministro dico una cosa: Mutolo è inattendibile solo quando parla di episodi che coinvolgono uomini dello Stato? O è attendibile sempre, o non lo è mai. Torniamo al 19 Luglio 1992. Era domenica, come sempre il Giudice si alzò all’alba. Aveva parlato con la figlia Fiammetta che era in viaggio all’estero. Poi, avendo deciso che quella mattina non avrebbe lavorato, scrisse una lettera di risposta ad una scuola dove era stato invitato ma dove, a causa delle indagini e poi della strage di Capaci, non era potuto andare. In mattinata va alla sua casa a mare di Villagrazia di Carini (vicino Palermo) dove fa un giro in barca con un vecchio amico e poi, pranza a casa con la moglie Agnese ed i figli Lucia e Manfredi. Nel primo pomeriggio riposa e poi con la scorta si reca in via M. D’Amelio a casa della madre. Ad attendere lui e la scorta ci sono la madre, una Fiat 126 imbottita di tritolo e chissà chi pronto a schiacciare il pulsante. Sono circa le 17:00 di una domenica pomeriggio estiva a Palermo, l’esplosione rimbomba in tutta la città. L’amico ed ex giudice Giuseppe Ayala abita lì vicino, scende per strada e si imbatte tra fiamme e corpi lacerati, e vede il tronco carbonizzato dell’amico Paolo. È uno scenario di guerra via D’Amelio ma c’è chi ben pensa ad altro nel frattempo. Come la valigetta di Aldo Moro, il dossier di Alcamo Marina, di Peppino Impastato ed il computer di Falcone, in Italia, quando muore qualcuno che sa, spariscono quella che potrebbero essere le verità più scottanti. E così fu per l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Ci fu qualcuno che, mentre l’orrore era in scena in via D’Amelio, ebbe l’interesse di prendere dal sedile posteriore dell’auto del giudice quell’agenda rossa. Non un’agenda qualunque, ma quella dove il Giudice appuntava nomi, indagini e sospetti, per certuni forse più fastidiosa del papello di Totò Riina.

 

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Totò Riina

 

In quell’agenda probabilmente, ma sicuramente, ci sono i nomi di intoccabili, c’è la verità che avrebbe potuto cambiare le cose. Così, in un pomeriggio di caldo a Palermo se ne andava il giudice Paolo Borsellino, andavano via i suoi angeli custodi della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Si sapeva che sarebbe successo, si sapeva dell’arrivo del tritolo a Palermo per preparare l’attentato, che i rami deviati dei Servizi Segreti collaboravano con Cosa Nostra. Ma nessuno ha evitato niente, nessuno ha protetto chi, decidendo di indossare una toga od una divisa, hanno cercato di assicurarci una terra ed una Nazione più che sicura. Ci tengo a precisare che l’incontro con Mancino è appuntato nell’agenda personale del giudice Borsellino, di colore grigio, che quella domenica lasciò a casa non avendo impegni lavorativi. Paolo Borsellino fu ritenuto un personaggio scomodo ai fini di una giusta prosecuzione della trattativa; la sua agenda rossa una verità troppo scomoda da rilevare. Mi chiedo sempre se le vite di tutti questi uomini siano servite a qualcosa, e mi rispondi di si. Oggi abbiamo una consapevolezza diversa nei confronti della mafia, abbiamo un rifiuto che ci portiamo dentro come un gene che si è innescato in noi dopo quelle stragi; pare che abbiamo fatto nostre le ultime parole del Giudice:

<<Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo>>.

 

#veritàsullagendarossa

 

 

About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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