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Stephen Curry e i Golden State Warriors: come rivoluzionare la pallacanestro

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Steve Kerr alla guida del roster del Golden State Warriors laureatisi campioni NBA 2014-15

La ciclicità dello sport è un’entità di difficile decodificazione. L’avvicendarsi delle stagioni, dei cicli vincenti, l’ascesa e il declino dei campioni giungono con una naturalezza disarmante. I record realizzati sono impronte vive nelle sabbie del tempo che donano l’immortalità a chi riesce a raggiungerli. Almeno fino alla prossima tempesta e al prossimo esploratore che si spinga tanto lontano da lasciare un’impronta ancor più degna di nota.

La stagione 2015-16 della National Basketball Association è senza dubbio la tempesta perfetta, i Golden State Warriors sono stati la spedizione più coraggiosa della storia e Wardell Stephen Curry – per tutti ormai solo “Steph” – è stato il capo indiscusso di quel gruppo di esploratori che hanno stracciato gran parte del libro della storia della pallacanestro, riscrivendo di proprio pugno un enorme numero di pagine. Stagioni come queste sembrano non voler finire mai. E’ stata la stagione del ritiro di Kobe Bryant suggellato da sessanta punti nell’ultima partita giocata, dell’arrivo nella pallacanestro che conta di ragazzi – come il freak Karl-Anthony Towns – che hanno la fame giusta per scrivere pagine importanti, dei Toronto Raptors che per la prima volta (nella loro storia ultra-ventennale) sembrano aver intrapreso la strada giusta per puntare davvero in alto nelle stagioni a venire, dei San Antonio Spurs arrivati secondi nel silenzio generale che a loro modo hanno contribuito alla stesura di quello straordinario romanzo chiamato pallacanestro e soprattutto di quei Golden State Warriors che, da campioni in carica, hanno deciso di monopolizzare la stagione dei record: 73 vittorie in 82 partite, record di ogni epoca, superati i Chicago Bulls della stagione 1995-96 che si erano fermati a 72. L’anello di congiunzione tra i tori di Chicago e i guerrieri californiani si chiama Steve Kerr, ex giocatore di quei Bulls, nonché allenatore di questi leggendari Warriors.

La storia di questo record però non ha inizio né in Illinois né in California, ma in Arizona, Stato in cui Kerr ha frequentato l’università, iniziato la propria carriera da giocatore e rivestito il ruolo di President of basketball operations dei Phoenix Suns dal 2007 al 2010. E’ qui che Steve Kerr può ammirare e conoscere profondamente il sistema – poi tramandato ad Alvin Gentry – messo in piedi già da qualche anno da coach Mike D’Antoni, fondato su concetti totalmente rivoluzionari nella pallacanestro: le buone spaziature come arma per sfoderare il tiro da tre punti, il “flow” (trad. flusso) come mantra, con una conseguenza di difesa, transizione e attacco fluida e ritmica, che permettesse all’attacco di prendere un tiro in “seven seconds or less”. Una sinfonia dall’andamento incalzante, diretta in campo da quel miracolo dello sport mondiale chiamato Steve Nash: 191 cm (o anche meno) di pura scienza cestistica, due volte consecutive MVP della NBA (2004 e 2005). Il modello non era vincente, data la mancanza di “argenteria” nelle bacheche dei Suns ma il riferimento era chiaro, coach Kerr prende nota, assorbe ogni segreto e attende la propria chance di mettere in campo la propria versione di quel flusso sfrenato di pallacanestro.

L’occasione arriva nel 2014, quando dalla baia di San Francisco arriva la chiamata di Bob Myers, general manager dei Golden State Warriors che avevano appena separato le proprie strade dal reverendo, coach Mark Jackson, allenatore che probabilmente aveva raggiunto l’apice del proprio ciclo con i Warriors, strappando da un anonimato lungo quasi vent’anni la franchigia e plasmando un gruppo discretamente giovane di giocatori, guidati da un ventiseienne con le caviglie fragili e gli occhi cerulei che aveva da non molto firmato un contratto da 11.37 milioni di dollari annui, facendo storcere il naso a non pochi addetti ai lavori: Steph Curry. La squadra, in fin dei conti, non era poi così disastrosa. Veniva da una stagione da 51 vittorie e poteva vantare la Medaglia d’Oro olimpica Andre Iguodala, una delle migliori guardie sui due lati del campo, Klay Thompson, e un gruppo ben assortito di giovani e giocatori esperti su cui spiccava il duo di swingmen composto Harrison Barnes e quel paffuto ex giocatore di football, Draymond Green, che sembrava non essere particolarmente adatto alla pallacanestro NBA. Su questa ossatura Steve Kerr costruisce una squadra-cyborg capace di vincere 140 partite su 164 nelle ultime due regolar season, la prima delle quali chiusa con il titolo NBA, in attesa del finale della seconda.

 

 

E’ passato meno di un anno e di quel titolo NBA, vinto con un gruppo così eterogeneo non parla quasi più nessuno, senza dare per scontato che questa squadra è una delle più forti della storia dello sport inventato da James Naismith. Draymond Green ha firmato un contratto da quasi 90 milioni di dollari in cinque anni, Iguodala ha vinto il titolo di MVP delle finali, Klay Thompson contende a James Harden il titolo di miglior guardia del mondo… e poi c’è l’MVP in carica, Steph. Già, per lui va fatto un discorso a parte. Chi è realmente Wardell Stephen Curry? Innanzitutto è un figlio d’arte, cresciuto in una famiglia dedita allo sport in cui tanto i genitori – Sonya e Dell – quanto i suoi fratelli – Sydel e Seth – si sono divisi tra pallavolo e pallacanestro, un contesto comune negli USA ma che non per questo rende agevole la crescita nell’ipercompetitivo mondo americano. E’ nato il 14 Marzo 1988 nello stesso ospedale di Akron (Ohio) in cui tre anni e tre mesi prima era nato un certo LeBron Raymone James: i due migliori giocatori di questa epoca, i due fenomeni che si sono scontrati nelle scorse finali sono nati nello stesso ospedale. Quando gli dei del basket si impegnano, compiono dei capolavori di ironia. Quest’ironia rischia spesso di tramutarsi in beffa durante la carriera di Curry. Quand’era ancora all’High School suo padre, ex giocatore NBA nonché ottimo tiratore da tre punti, si rende conto che la meccanica di tiro di suo figlio non è corretta e decide di ristrutturarla, il giovane Steph ci mette un bel po’ a meccanizzarla: alle primissime uscite non riesce nemmeno ad arrivare a toccare il ferro, poi, una volta che il movimento è divenuto un unicum con il suo sistema nervoso nasce il più grande tiratore della storia di questo gioco.

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L’intera famiglia Curry: la sorella Sydel, sua moglie Ayesha, mamma Sonya con in braccio la piccola Riley, papà Dell e Seth (il fratello minore), anch’egli giocatore NBA con la canotta dei Sacramento Kings e autore di un grande finale di stagione

Non bisogna aver paura di ammetterlo, ci perdoneranno i mostri sacri Ray Allen e Reggie Miller ma questo folletto con gli occhi blu si ritirerà con questa chiara nomea. Nell’ultima stagione ha realizzato 402 tiri da tre punti, una media di 5.08 a partita: una follia. Questa cifra è probabilmente il microcosmo dell’intera vita di Steph: la costante voglia di superare i propri limiti e, una volta superati, superare se stesso. In questa singola stagione Steph è diventato prima il giocatore ad aver realizzarne il massimo numero in un’annata (287, superando i precedenti record da se stesso stabiliti), poi il primo giocatore della storia a realizzarne 300 ed infine l’inavvicinabile – per ora – recordman da oltre 400 triple. Di limiti ben più gravi nella sua carriera Steph ne ha incontrati: magrolino, con le caviglie fragili, snobbato dai più grandi college statunitensi, dopo una super carriera universitaria nella piccola Davidson viene scelto con la numero 7 al Draft del 2009 (anche dopo giocatori non esattamente di grande impatto), poi quegli infortuni ad inizio carriera che ne hanno martoriato il corpo. Ma poi Steph ce l’ha fatta. Con i suoi 191 cm (o anche meno) si è avviato ad una solitaria scalata verso il secondo MVP di fila.

Trovate qualche somiglianza con Steve Nash? Sì? Beh, anche noi. Anche lo stesso Steve Nash. Un po’ Steve Nash, un po’ reincarnazione di Pete “Pistol” Maravich, Steph è il giocatore più divertente del mondo, il leader di quella squadra che ha probabilmente segnato il punto di non ritorno per il cambiamento epocale della pallacanestro: corsa derivante da una buona difesa, tiro da tre punti, giocatori interni e tiri da zone intermedie del campo in via di estinzione. Se, a questo punto dell’articolo, doveste pensare che Curry e i Warriors siano solo dei tiratori però cadreste in un errore. Innanzitutto Curry è probabilmente il miglior ball-handler, il miglior giocoliere al mondo con la palla tra le mani, un penetratore di altissimo livello e un passatore sublime, capace di vedere cose che quasi nessuno ha mai visto sul parquet e i suoi Warriors non sono semplicemente degli adepti del “run and gun” (tra. corri e tira). Una domanda che sorge spontanea e si insinua nelle menti dei più maliziosi è: <<Steph Curry sta rovinando la pallacanestro?>> con la sua meccanica di tiro inimitabile, con quel ritmo sincopato nelle vene, con quella mania di tirare anche da 10 metri come se non esistesse un range di tiro impossibile verrebbe da rispondere affermativamente, ma è evidente che non sia così: stiamo assistendo al cambiamento di gioco, al profeta della nuova pallacanestro che ci sta consegnando un’eredità, come solo i più grandi di questo sport hanno saputo fare.

In quanti hanno cercato di imitare Michael Jordan, Magic Johnson e prima ancora Pete Maravich e Kareem Abdul-Jabbar fallendo miseramente? In troppi. Questo ha rovinato lo sport? Assolutamente no, anzi ha ridefinito i confini della disciplina, ha plasmato nuovi limiti meritevoli di essere superati. Se l’emittente ESPN ha già classificato Steph come il quarto più grande playmaker di sempre, ciò perché è evidente che probabilmente qualcuno avrebbe ancora meritato più di lui quella posizione, ma è altrettanto evidente che, a fine carriera, il lascito di Steph probabilmente lo porrà ancora più in alto di così. In molti – anche tra le vecchie glorie della NBA – hanno trovato questo piazzamento inopportuno, hanno denigrato questa squadra sotto vari aspetti, criticando le difese moderne, incapaci di arginare questo flusso meraviglioso di pallacanestro, e ulteriori critiche pioveranno se la squadra non dovesse confermarsi o se, confermandosi, a fine stagione dovesse anche aggiungere al proprio fantascientifico roster anche il talento sconfinato di Kevin Durant. Anche l’indole di Curry, di sicuro, non lo ha portato ad attrarsi grandi simpatie: sembra sempre rilassato, con la sua famiglia in tribuna, col sorriso sulle labbra, quegli occhi angelici costantemente illuminati, circondato di quel candore che sui campi non è mai ben visto dagli avversari. Lo scorso anno, dopo la vittoria in Gara 1 nella serie contro gli Houston Rockets, ha addirittura portato in conferenza stampa la sua bellissima figlia – Riley – che gli ha rubato la scena. E’ la scena più tenera del 2015, un inno alla vita prima ancora che alla pallacanestro, un gesto candido che va in controtendenza con un mondo di trash talkers e mancati gangster. E’ evidente che i vincitori non siano mai esuli da antipatie e critiche.

La strada verso l’anello è appena iniziata e i Warriors sono chiamati a ripetersi, a smentire i propri detrattori, ad elevarsi al di sopra dell’odio. Ma anche qualora fallissero, avranno scritto pagine indimenticabili, lastricando i sentieri di questo sport con i propri record e trasformando un modello perdente in un paradigma dominante, fino alla prossima tempesta che permetterà a nuovi esploratori di lasciare le proprie impronte nelle sabbie del tempo.

 

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Riley Curry, tra le braccia di papà Steph dopo una partita vinta contro gli Houston Rockets. Una delle immagini più tenere della storia della pallacanestro

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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