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La stabilità che non c’è

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Nuovi ministri governo Renzi
Pier Carlo Padoan (1950) è Ministro dell’Economia e delle Finanze dal Febbraio del 2014, nonché Vice Segretario Generale dell’OCSE dal Giugno del 2007

Nella giornata di ieri, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha depositato la sua firma alla tanto contestata legge di stabilità, varata dal Governo lo scorso 15 di Ottobre. Per chi non fosse un addetto ai lavori, tale manovra di natura economica prevede le spese ed i tagli che dovranno essere affrontati per l’anno successivo, con una programmazione finanziaria delle entrate. Rispetto agli 11 miliardi del 2014, il Premier Matteo Renzi ha tirato in ballo una cifra più cospicua: 36 miliardi, finalizzati al “più grande taglio delle tasse” (18 miliardi) della storia repubblicana e alla creazione di 800.000 nuovi posti di lavoro nei prossimi tre anni. Nel dettaglio, sarebbero stati pronosticati 5 miliardi di taglio all’IRAP, 1,9 miliardi di azzeramento dei contributi per i nuovi assunti a tempo indeterminato, 9,5 miliardi per il rifinanziamento degli 80 euro per l’anno 2015. Se consideriamo però una parte delle entrate alimentata dalle “nuove tasse”, la pubblicizzazione attuata dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dal corrispettivo Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, viene ridimensionata a circa 13 miliardi.  Si prospetta, poi, un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, sui fondi pensione e le casse di previdenza privata, oltre che un consistente aumento dell’IRPEF per le partite IVA, che passa dal 5% al 15%.

Per quanto riguarda la spesa pubblica, invece, sono previsti 15 miliardi di riduzioni, di cui 4 alle sole Regioni: l’obiettivo, come tutti auspichiamo, sembrerebbe quello di colpire gli sprechi, ma secondo gli enti locali si tratterebbero invece di semplici tagli lineari, che non incentivano un maggior utilizzo delle risorse economiche ma piuttosto un innalzamento del costo dei servizi e delle imposte, a discapito dei cittadini.

 

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Per motivi sconosciuti si è scelto quindi di punire (giustamente) le Regioni ma non, ad esempio, le inadempienze prodotte dal mondo della sanità. Così come rimangono un mistero le motivazioni che spingono il Governo a tassare la previdenza integrativa e le casse professionali. Per sostenere il taglio alle tasse si prevede l’aumento del deficit, la preleva alquanto complicata di 4 miliardi sull’evasione fiscale ed ancora l’innalzamento progressivo dell’IVA (attualmente già al 22%) che dovrebbe raggiungere la soglia 25,5% nel 2018.

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, a fianco della Cancelliera tedesca Angela Merkel

Una manovra per lungo tempo spettacolarizzata (è di queste ore un presunto incentivo per le neomamme, con reddito familiare non superiore ai 30.000 euro annui; un’idea che ricorda molto Silvio Berlusconi, soprattutto nella capacità di omettere e sviare la questione delle coperture), che nasconde tuttavia non poche perplessità, a cominciare proprio dai numeri e dagli effetti non considerati e che potranno manifestarsi già dal prossimo anno. E se da un lato il Premier ha deciso di aiutare con i famosi 80 euro, ma di prelevarne molti di più con nuove tasse, dall’altro ha rinunciato allo sforamento del vincolo europeo inchiodato anacronisticamente al 3% nel rapporto deficit-Pil ed accettando, seppur tacitamente, una parte delle politiche di austerity che hanno trascinato l’Europa nell’individualismo e la diffidenza tra Stati membri. Proprio per questo, gli atteggiamenti di sfida improntati da Renzi in questi ultimi giorni con un Barroso ormai fuori dai giochi (il suo mandato di Presidente della Commissione Europea scadrà infatti tra una settimana), decidendo di pubblicare una lettera strictly confidential in cui l’Europa chiedeva maggiori delucidazioni e restrizioni ad alcuni Paesi – tra cui la Francia – appare come un’operazione di mera propaganda internazionale, di effimera discontinuità con quei vertici di un Continente ove le troike hanno favorito le banche ed i bilanci piuttosto che la certezza di un futuro per tanti cittadini europei. Su una cosa, però, l’UE ha ragione di temere: questa manovra rischia di non incentivare i consumi, tramite tagli e sgravi delle imposte, bensì di acuire quel sentimento di timore (che a livello economico si traduce in risparmio) già ampiamente diffuso tra gli italiani, proprio per la mancanza di un’esauriente analisi sulle coperture, l’assenza di un vero piano strategico di ripartenza industriale, tecnologica ed infrastrutturale, l’evolversi di alcune voci come l’innalzamento dell’IVA e le tante promesse di sostegno per le fasce di reddito più deboli.

In ultima istanza, sembra proprio che il Premier ricerchi una stabilità maggiormente indirizzata al mondo politico a discapito di quello reale, al suo perdurare piuttosto che ad un effettivo cambia verso. Ed è per questo che irrompe quotidianamente nel panorama televisivo, partecipa ad ogni talk show e palinsesto, parla con tutti, diffonde il suo animo da ragazzo scorbutico ed intraprendente, si lega agli stereotipi dell’italiano medio che percepisce Renzi come <<uno di loro>> nel salotto di Barbara d’Urso. Sarà vero che i numeri in Parlamento non gli consentono di attuare con forza alcune riforme essenziali per il nostro Paese, ma allo stesso tempo Matteo Renzi si ritrova a non avere più alcun nemico politico in grado di ostacolarlo, in uno scenario che ravvisa un Partito Democratico prostrato alla volontà (oltre che al 41% delle elezioni europee) dell’ex Sindaco di Firenze, un Alfano in preda alla confusione, un Berlusconi nel ruolo di alleato tutelato ma defilato, un Grillo schiavo dei suoi artifizi e sempre meno popolari nella gestione del Movimento. Ma soprattutto, in uno scenario così sconcertante da salvare numericamente un Salvini e le politiche di una Lega Nord (in crescita nei sondaggi) che raccatta voti ovunque: a Nord, a Sud, dagli indipendentisti e da CasaPound, alimentando pericolosi bracieri e riempiendo le piazze con slogan e sentimenti di un’epoca che riacquista paurosamente i cuori e le menti di alcuni.

In un Paese in cui la stabilità, il progresso e i diritti restano ancora un miraggio.

 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza, ha frequentato il Liceo Classico della sua città. Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore nascosto per l'Oriente.

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