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“Spectre”: vivere e morire da Bond

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James Bond è morto. Lunga vita a James Bond!

La sequenza iniziale di “Spectre” è ambientata durante il Dìa de Muertos a Città del Messico

Arrivati al 24esimo episodio della saga cinematografica targata EON (probabilmente l’ultimo con Daniel Craig nel ruolo di protagonista), la volontà dei produttori appare ormai chiara. Spectre si pone fin da subito come coerente chiusura del percorso cominciato nove anni fa con Casino Royale. Il reboot a cui dettero inizio Martin Campbell, Neal Purvis e Robert Wade (con l’importante ausilio di Paul Haggis) si è infine sviluppato in un arco narrativo lungo poco più di un anno nella vita dell’agente 007. Già questo elemento permette di comprendere la netta cesura operata rispetto ai venti lungometraggi precedenti (da Licenza di Uccidere a La Morte Può Attendere). La semplice idea del sequel, all’interno di una saga che in più di 40 anni ha sviluppato e rafforzato dei canoni propri, sembrava niente più che un’eresia. Ma la famiglia Broccoli non si è limitata a infrangere la regola aurea della storia autoconclusiva. Designare il meno britannico fra gli attori britannici? Fatto. Demolire la mitologia di un’icona conosciuta in tutto il mondo? Fatto. Rimodellarne lo stile? Fatto.

Diciamo subito che Spectre non è il miglior film di James Bond. Non spicca neanche come il più bello degli ultimi venti anni (Goldeneye aveva un altro ritmo, Casino Royale rimane il capolavoro), ma vuole certamente passare alla storia come uno dei più importanti. L’impronta autoriale di Sam Mendes, già rilevante nel precedente Skyfall, si consolida qui con un peso specifico ancora più notevole. E’ una visione estetizzante che si manifesta soprattutto nelle tenebre, nelle sequenze in cui la consueta luminosità dei Bond movies viene letteralmente abbattuta. Ad esempio in un inseguimento per le strade di una Roma classica e oscura. O all’interno di una camera di hotel a Tangeri, in cui i raggi del sole penetrano appena fra le lenzuola in disordine. O ancora durante la sinistra riunione della Spectre, quasi un Eyes Wide Shut senza corpi nudi. C’è molta di quella serietà stilistica che ha caratterizzato le opere di Mendes degli ultimi quindici anni, se escludiamo l’exploit con la commedia di American Life.

I tòpoi bondiani sono presenti, ma inscritti dentro una prospettiva difforme. Decontestualizzate, citazioni come quella del combattimento nel treno (Dalla Russia con Amore) assumono un significato del tutto nuovo. James Bond non è più una spia dall’aplomb innaturale, e neppure un semi-dio travestito da gigolò. In questo senso Daniel Craig continua ad essere la migliore scelta possibile per il ruolo principale. Il suo personaggio aspira ai fasti di Sean Connery, ma non ne possiede la raffinatezza. Invidia Roger Moore per le donne e gli alcolici, mentre è costretto ad inseguire costantemente il proprio passato. Il nuovo 007 è in grado di amare, di soffrire, di essere ferito e umiliato. Illuminante è, a questo proposito, un meraviglioso scambio di battute con un topolino. Pierce Brosnan, in caduta libera all’interno di un elicottero sul finale di La Morte Può Attendere, riusciva a salvare la pelle conservando la propria sicurezza da cyborg. In una scena analoga, Craig grida disperato tentando di manovrare un velivolo in avaria. Qui risiede la diversità fondamentale, posta come cardine della rivisitazione in chiave umana dell’agente segreto.

L'attrice e modella francese Léa Seydoux interpreta Madeleine Swann
L’attrice e modella francese Léa Seydoux interpreta Madeleine Swann

A variare è, oltretutto, il punto di vista adottato. La telecamera si spinge per la prima volta all’interno dell’appartamento di Bond, lo scopre a scrutare vecchie foto dell’adolescenza. Se nel precedente episodio era la vecchiaia, la vulnerabilità fisica a fungere da leitmotiv, stavolta la debolezza è più che altro mentale. E’ il concetto di ricordo a dominare la storia: i ricordi sono cause di vendetta, motivi di rimpianto, occasioni che inducono alla riflessione. D’altro canto l’omicidio, elemento indispensabile in ogni episodio della serie, è principalmente un’azione che provoca l’oblio.

In Spectre c’è un sicario enorme e apparentemente invulnerabile come in La Spia che Mi Amava. Vediamo un gadget esplosivo già utilizzato in Moonraker. Inoltre, il covo dell’antagonista ricorda da vicino quello apparso in Si Vive Solo Due Volte. E’ un turbinio di riferimenti già proposto dagli autori in Skyfall (e per fortuna qui il risultato è meno fastidioso), ma paradossalmente il film possiede davvero poco di canonico.

Prendiamo il personaggio interpretato da Christoph Waltz, ennesima figura destrutturata dell’universo di 007. Franz Oberhauser è, in tutta la propria semplicità, un emarginato. Non il criminale fumettistico di Donald Pleasence, ma un ragazzino invidioso e calcolatore. Egli, nel suo essere figura uguale e contraria a Bond, cade laddove l’altro trionfa (e la conclusione dello scontro rappresenta un unicum, in tutta la saga). Pensiamo poi a Léa Seydoux, una Bond girl seconda per spessore soltanto alla Vesper Lynd di Eva Green: il dialogo durante il viaggio in treno è uno splendido flashback implicito. Madeleine Swann è un angelo nato dal catrame: delicata, fragile, ma con una profondità che le altre donne di 007 si sognano. Non si limita ad essere salvata dall’eroe ma lo salva in prima persona, instillandogli il germe del dubbio e riuscendo quindi dove tutte le figure femminili avevano fallito.

Con Spectre possiamo dunque dichiarare concluso il massacro iconografico di James Bond. Con tutti i suoi difetti, figli necessari di una sceneggiatura ingenua (come al solito il piano del cattivo fa acqua da tutte le parti), non può che costituire un finale soddisfacente. E, non meno importante, una discreta pietra di paragone agli occhi dei successori.

Chiudiamo con un riferimento ai titoli di testa, vero e proprio feticcio dei fan. Anche qui non siamo ai livelli più alti della saga, nonostante gli effetti grafici siano come sempre di grande impatto. La piovra gigante rappresenta una scelta fin troppo didascalica, con una trama che di spunti ne offriva a bizzeffe.

Ma a salvare la situazione arriva, provvidenziale, la voce di Sam Smith: il tema cantato dall’artista londinese farebbe venire i brividi persino allo stesso 007.

 

spectre foto finale

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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