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Spazio urbano, spazio di espressione: Street art a Bruxelles

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Un esempio di street art a Bruxelles

SPAZIO URBANO, SPAZIO D’ESPRESSIONE: STREET ART A BRUXELLES

Tra critiche e assensi è cosa certa che la Street art fa spesso parlare di sé. Ultimamente se n’è parlato nei media italiani in particolare per la cancellazione da parte di Blu del suo murale a Bologna lo scorso marzo. O ancora, per il murale in memoria di Giulio Regeni apparso a Berlino ad opera dell’egiziano El Teneen.

Cosa certa è anche che l’unico modo di evitare di dispensare giudizi e condanne su un fenomeno è quello di avvicinarvisi con la curiosità che è la conditio sine qua non della conoscenza. Come fare, allora, con un mondo così vasto e diversificato e che sembra avere delle regole tutte sue? A Bruxelles un’educazione in questo senso sembra essere la forza motrice di associazioni quali Lezarts urbains, che si occupa di culture urbane in genere (comprendendo tutte le pratiche legate alla cultura hip hop), e Fais le trottoir, incentrata sulla street art. Quest’ultima, fondata da appassionati e conoscitori di questo micro universo, ha come scopo quello di decodificare, decriptare il linguaggio di tag, graffiti e murales, fornendo le chiavi per un’interpretazione che si avvicini il più possibile alla realtà. Lo scopo non è di convincere che andarsene in giro con bombolette in tasca sia il male o il bene, ma di rendere accessibili a qualsiasi tipo di pubblico tutti gli aspetti che vanno sotto il nome di street art, evidenziandone le differenze e facendo attenzione a non creare generalizzazioni.

 

  • Come educare

Caroline, una delle fondatrici dell’associazione, spiega le modalità in cui questa opera. Innanzitutto vengono costantemente organizzate delle visite guidate sia attorno alla produzione in un dato comune, sia attorno all’opera di un artista specifico, oppure vi è anche un percorso che permette di percorrere le produzioni presenti lungo i tratti ferroviari. Vi è anche una forte collaborazione con le scuole grazie a progetti che le rendono partecipi, e la cosa curiosa è che, di solito, i bambini decifrano più facilmente degli adulti le scritte “nascoste” nei graffiti perché meno formattati. L’associazione, inoltre, prende parola all’interno di conferenze e dibattiti sulle tematiche legate alla street art e lavora con centri quali quello di Doel, paese semi-abbandonato nelle Fiandre. Dopo la passeggiata organizzata quindi lo scorso 29 aprile nella zona che costeggia il canale e l’avenue du port, nella parte nord della città, tante sono le informazioni da tenere in testa.

 

  • Good to Know
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L’arte urbana per le strade di Bruxelles

I graffiti nascono negli anni sessanta negli Stati Uniti ed in particolar modo con il tag, questa firma lasciata su muri, vagoni della metro eccetera. È un segno visibile, riconoscibile e basato sulla ripetizione, lasciato nello spazio urbano. Poi dal tag nasce il throw-up, un tipo di graffiti più semplificato, di rapida realizzazione. I graffiti come vengono normalmente intesi invece saranno più elaborati. Tutto questo viene fatto rientrare nella cultura hip-hop. I writers infatti uscivano all’epoca da scuole tecniche e provenivano da contesti sociali difficili; con questa forma di espressione essi creano una loro cultura, che comprenderà anche il rap e la danza hip hop. In Europa il fenomeno arriva dopo una ventina d’anni, negli ottanta. Come si potrebbe immaginare, vari stili di graffiti si formano e si influenzano tra loro. A Bruxelles ad esempio troviamo uno stile a metà tra quello parigino (influenzato dal Newyorchese) e quello olandese. Nascono diversi gruppi quali i RAB (rien à branler) i CNN (criminels non négligebles). Oggi c’è ancora qualche “conservatore” ma fondamentalmente dopo l’avvento di internet ogni writer ha influenze di ogni genere e provenienza, che vanno a formare lo stile dello stesso.

 

  • La contestazione e la questione dello spazio pubblico
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L’opera di Vincent Glowinski, in arte Bonom

La zona  della visita non è scelta a caso. La parte chiamata oggi Alledukaai, dal nome del progetto temporaneo che occupa la zona, apre la questione dello spazio pubblico e della legittimità di utilizzo dello stesso. Vecchio deposito di materiali portuari e di costruzione, questo luogo semi abbandonato e destinato ad essere distrutto, è rinato grazie a questo progetto che fa di questa una zona di dialogo e di iniziative partecipative spontanee, che siano creative, di ricostruzione, sportive o altro. Il progetto sottolinea l’importanza degli spazi liberi come luoghi potenzialmente fertili dove l’autogestione sarebbe una soluzione. Si trovano oggi quindi qui moltissimi graffiti e la zona comprende qualche bar frequentato in particolar modo da collettivi e associazioni che partecipano alla vita di questo spazio. La rivendicazione dello spazio pubblico in quanto libero è stata anche la probabile causa di tag offensivi che si trovano su alcuni murales realizzati in occasione del Kosmopolite art tour 2015 proprio in questa zona. Il festival, cui la città di Bruxelles ha aderito, prevedeva la partecipazione di artisti provenienti da tutto il mondo, commissionati per affrescare migliaia di metri di mura che costeggiano il canale. Ma provocatori non sono solo i tag che non hanno apprezzato questo gesto “dall’alto”, ma gli stessi murales, come dimostra ad esempio uno in cui figurano delle scimmie che si stanno facendo dei selfies. La critica ai medias e ai social network effettivamente non è infrequente tra le tematiche disegnate. C’è da dire che tag, stickers, graffiti e murales vivono in una dimensione in bilico tra legalità e illegalità. Gli spazi liberi sono quasi inesistenti e, laddove ci sono, spesso degenerano in spazio dove scarabocchiare il nome del proprio amante o qualche insulto a penna, come al Mont des Arts. Altri sono illegali ma tollerati, come a Nerpeede, sulle colonne del ponte della circonvallazione. Ma forse proprio l’illegalità non può prescindere dalla natura della street art : sulla legittimità dell’operare senza autorizzazioni qualche anno fa lo street artist Bonom, molto attivo a Bruxelles, e che ebbe problemi con la giustizia, parlò ai microfoni di Le Soir in questi termini: <<Il fatto di fare graffiti non rappresenta l’appropriazione dello spazio, come si dice spesso dando al writer la colpa di egocentrismo  (che ha eguali solo nei proprietari), si tratta invece di una disappropriazione dello spazio>> (vedi qui). Tra i murales che l’artista ha disegnato senza permesso vi è anche quello di una donna che si masturba situato sul lato di un edificio in avenue Louise, che la sera si popola di prostitute. Il legame tra opera ed il contesto in cui questa viene realizzata è qui inscindibile.

 

  • Artisti e/o writers
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Street Art lungo il canale

Ma a questo punto cosa bisogna definire arte e cosa non? Dov’è la linea di demarcazione? Non fornendo qui una risposta si può però dire che a volte i writers producono solo tags, altri entrano nel mondo dei graffiti, altri fanno anche murales, altri ancora passano per gallerie e lavorano anche su altri supporti. Non è più come ai suoi esordi: ormai la street art è fatta da personalità che provengono da contesti sociali, creativi e culturali diversissimi tra loro ed evolve in tutte le direzioni. Tra i partecipanti del Kosmopolite troviamo infatti ad esempio anche Madamelabelge che proviene piuttosto dal mondo dell’illustrazione. Oppure Parole, che ha anche esposto suoi lavori in gallerie, pur essendo partito dai graffiti. Emblematico e rappresentativo dell’eterogeneità del fenomeno è quel che si legge sul sito web dell’artista, dove viene descritto come <<[…] un artista autodidatta che rifiuta l’assegnazione di pratiche, di etichette, la chiusura in una posizione di esperto o di specialista. Il suo lavoro è multiplo, poliforme, all’incrocio tra culture, competenze e strumenti differenti>>. Oppure, tornando su Bonom, la sua espressione artistica è andata anche verso i meccanismi della cronofotografia e performances ottenute grazie all’uso della tecnologia. La visita si è terminata con Arno2bal, artista poliedrico, che ha presentato alcuni dei suoi lavori all’interno dello spazio di coworking artistico di Lavallée con l’esposizione Volt Faces.

Quel che resta dopo questa giornata è sicuramente la percezione di una volontà di collaborazione, di scambio e di crescita continua tra writers e tutti coloro che si interessano al loro lavoro o all’arte in genere, che non può che arricchire il dialogo riguardo la città e la street art che la abita.

 

 

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Un exemple de stree art à Bruxelles

ESPACE URBAIN,  ESPACE D’EXPRESSION: STREET ART A’ BRUXELLES

Entre critiques et approbations une chose est certaine: le Street art (ou art urbain) fait souvent parler de lui. Dernièrement les médias italiens en ont parlé surtout à cause de l’effacement de la peinture murale à Bologne par son auteur, Blu, en signe de protestation. Ou encore à la suite du mural réalisé à Berlin par l’artiste égyptien El Teneen qui représente Giulio Regeni.

Il est certain aussi que le seul moyen pour éviter de juger ou condamner un phénomène est de l’approcher avec la curiosité, condition indispensable à la connaissance. Comment faire, alors, quand on parle d’un monde si vaste et diversifié? Des asbl à Bruxelles relèvent le défi : on peut citer par exemple Lezarts urbains, qui traite les cultures urbaines et du hip-hop, e Fais le trottoir, calé sur le street art. Cette dernière a été fondée par des passionnés et connaisseurs de ce microunivers. Leur but est de décrypter le langage de tags, graffiti et peintures murales, en fournissant les clés pour une interprétation la plus proche possible de la réalité. Il n’est pas question de persuader les gens du fait que se promener avec des bombes de peinture dans les poche est bien ou mal : ils se proposent de rendre accessible à tout public tout ce que le mot street art rassemble. Ils se focalisent notamment sur les différences et évitent tout type de généralisation.

  • Comment éduquer

Caroline, une des fondatrice de l’asbl Fais le trottoir, explique la façon d’agir de l’association. Tout d’abord, des visites guidées sont organisée environ une fois par mois, autour d’une des communes bruxelloises ou bien autour de l’œuvre d’un artiste choisi, ou encore le long du chemin de fer pour observer les productions entre deux gares belges. Ils sont aussi présents dans la coopération avec les écoles pour des projets où l’on voit bien que d’habitude les enfants ont moins de mal à décoder les graffiti car leur tête est moins formatée. L’asbl participe également à des conférences-débats sur le thème du street art et travaille avec des centres comme Doel, village fantôme dans les Flandres. Après la promenade organisée le 29 avril dernier dans la zone qui côtoie le canal et l’avenue du port, partie nord de la ville, les informations à retenir sont nombreuses.

  • Good to know
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L’arte urbana per le strade di Bruxelles

Les graffiti apparaissent pour la première fois dans les années soixante aux États-Unis avec le tag, cette signature laissée sur les murs, sur les wagons des métros etc. Il s’agit d’un signe reconnaissable basé sur la répétition et installé dans l’espace urbain. Du tag naït le throw-up, un type de graffiti mais plus simple, très rapide à réaliser. Les graffiti comme on les entend sont au contraire plus élaborés et se situent entre signature et peinture murales. Tout cela rentre dans la culture hip-hop. Au début les graffeurs étaient issus d’écoles techniques et de milieux sociaux assez durs ; avec cette forme d’expression ils créent leur culture à eux, qui comprendra aussi des phénomènes comme le rap et la danse hip-hop. En Europe ce mouvement arrive avec un décalage d’environ vingt ans, dans les années quatre-vingt. Comme l’on peut imaginer, à l’époque il existait plusieurs styles de graffiti qui s’influençaient entre eux. A Bruxelles par exemple on trouvait un style à cheval entre le parisien (influencé par le newyorkais) et le hollandais. Différents groupes naissent comme les RAB (rien à branler) et les CNN (criminels non négligeables). Aujourd’hui on voit encore quelques “conservateurs” mais en réalité après internet tout graffeur est influencé de styles qui viennent du monde entier.

  • La contestation et la question de l’espace public
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Le travail de Vincent Glowinski , alias Bonom

La zone de la visite n’a pas été choisie par hasard. Ce qu’on appelle aujourd’hui Alledukaai, du nom du projet temporaire qui occupe cet endroit, ouvre la question de ce qu’est un espace public et la légitimité de son utilisation. Ce vieux dépôt de matériaux portuaires et de bâtiment, était un lieu voué à la destruction et à l’abandon. Maintenant il a nouvelle vie grâce à ce projet qui l’a transformé en zone d’action spontanée où le dialogue, les activités créatives, de constructions ou sportives sont les bienvenues. Le projet souligne l’importance des espaces libres en tant que lieux fertiles où l’autonomie serait une solution. On y trouve également plusieurs bars fréquentés en grande partie par des collectifs et des associations qui participent à la vie de cet espace. La réclamation de l’espace public en tant que libre a été la cause possible des tags méprisant tracés su certaines fresques réalisées dans cette zone à l’occasion du Kosmopolite art tour 2015. Le festival, auquel la ville de Bruxelles avait adhéré, prévoyait la participation d’artistes internationaux, commissionnés pour remplir de fresques les milliers de mètres de murs qui côtoient le canal. Les tags qui n’ont pas apprécié cet évènement “du haut” sont provocateurs mais certaines peintures murales produites lors du festival, où l’on voit par exemple des singes en train de prendre des selfies, le sont tout autant. Effectivement le thème de la critique des médias et des réseaux sociaux est très fréquent dans ce type de peinture. Il est bien de souligner que tags, tickers, graffiti et peintures murales vivent dans une dimension entre légal et illégal. Les espaces d’expression libre sont très peu nombreux mais il faut aussi dire que ces espaces dégénèrent souvent en petits mots écrits par des amoureux où en injures au feutre, comme au Mont des Arts. Certains espaces sont illégaux mais tolérés comme pour les piliers du ring à Nerpeede. Mais peut-être que justement l’illégalité est dans la nature du street art : sur la légitimité de graffer sans autorisation l’artiste Bonom –qui avait eu des problèmes avec la police- s’exprima il y a quelques années aux microphones du Soir en ce termes : <<L’acte de taguer n’est pas une appropriation de l’espace, comme on balance souvent pour culpabiliser le graffeur sur son égocentrisme (qui n’a d’égal que celui des propriétaires), au contraire, il est une désappropriation de l’espace>> (regardez ici).  Parmi ses réalisations murales, une des plus discutée est celle qui représente une femme masturbant qui occupe le coté d’un bâtiment sur l’avenue Louise, qui la nuit se peuple de prostitués. Inutile de dire que le lien entre œuvre et contexte devient ici indissoluble.

  • Artistes et/ou graffeurs
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Street Art aux abords du canal

Mais alors que pourrait-on définir art? Où est la ligne de démarcation? Sans proposer ici une réponse on peut seulement dire que parfois les graffeurs ne font que des tags, d’autres continuent avec les graffiti, d’autres font aussi des fresques, d’autres encore exposent aussi dans des galeries d’art et travaillent sur d’autres supports. Ce n’est pas comme les débuts, désormais le street art est fait de personnalités issues de contextes sociaux, créatifs et culturels très variés et évolue dans tous les sens. Parmi les auteurs qui ont pris part au Kosmopolite, Madamelabelge vient du milieu de l’illustration. Ou encore Parole, qui a exposé certains de ses travaux dans des galeries, tout en commençant avec les graffiti. Ce que l’on peut lire sur le site web de cet auteur est emblématique et illustre bien la nature hétérogène du mouvement. Il est en effet décrit comme <<[…] un artiste autodidacte qui refuse l’assignation des pratiques, des étiquettes, l’enfermement dans la posture d’expert ou de spécialiste. Son travail est multiple, polyforme, au carrefour des cultures, de savoir faire et d’outils différents>>. On trouve un autre exemple de cette hétérogénéité en revenant sur Bonom, qui a travaillé sur des projets qui sont proche des mécanismes de la chronophotographie ou sur des performances obtenues grâce à l’utilisation de la technologie. La visite guidée s’est terminée avec Arno2bal, artiste polyédrique, qui a parlé des travaux de son exposition Volt Faces, dans l’espace de coworking artistique Lavallée.

Ce qui reste après cette journée est sûrement la perception d’une volonté de collaboration et d’échange continus entre les artistes, les graffeurs et tous ceux qui s’intéressent à leur travail ou à l’art en général. Ce ne peut être que le premier pas vers un dialogue fertile et plus riche entre la ville et le street art qui l’habite.


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About Manuela Serra

COLLABORATRICE | Classe 1992, laureata in Mediazione Linguistica presso l'Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara, culminata dall'anno passato in Erasmus in Francia. Attualmente vive a Bruxelles non per le istituzioni europee ma per trovare tempo e modo di costruire un futuro e di trovare l'indipendenza. Viaggiando, scrivendo, disegnando. Osservatrice di un mondo che potrebbe e dovrebbe essere sempre migliore.

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