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Soffiare sul fuoco: quando il linguaggio violento alimenta la spirale d’odio

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7440La percentuale di coniugi infedeli, il numero delle volte che un uomo pensa al sesso durante la giornata, il tasso di persone infelici, la quantità di foto scattate ogni ora: oggigiorno si può misurare quasi ogni cosa, ai limiti delle leggi della statistica. Eppure nessuno ha mai pensato di misurare il tasso di violenza nel linguaggio; ci stupiremmo nell’apprendere che, nelle società occidentali, è molto più alto di quanto pensiamo. La violenza verbale è un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato non sono per essere punito, ma come sintomo di una degenerazione della società odierna che sembra invigorirsi sempre di più.

Se rivolgessimo la mente agli ultimi tre anni, ci renderemmo conto che i trecento omicidi di donne, la decina di attentati di matrice islamica, i dodicimila migranti annegati nel Mar Mediterraneo sono stati corredati da altrettanti episodi in cui l’odio è stato comunicato attraverso le parole. Impossibile non attribuire una percentuale di colpa ai social media. La brutalità e la volgarità di certe affermazioni è sempre qualcosa che appartiene agli altri, che non può nuocere a nessuno. Complice, anzi, causa determinante è una dilagante ignoranza, un’offensiva cultura di diffidenza. È grave non rendersi conto di quanto augurare la morte ad un omosessuale, straniero, politico incida sulla fomentazione della violenza. La grigia spirale in cui l’uomo medio è entrato lo incita a riversare sulla società il proprio malessere portandolo ad esclamare «Mai ‘na gioia» se si sporca il maglioncino appena indossato, «Ansia» se il partner non risponde da dieci minuti. È aberrante non comprendere quanta brutalità possa esistere nel negare alla propria fidanzata di uscire, nell’affermare l’assoluta possessione della stessa fino alla morte, nel chiamare un omosessuale “checca”, nel rivolgersi ad ogni persona dalla pelle scura con “amico”.

linguaggio-della-giraffaLa violenza verbale è stata oggetto di studi già a partire dagli Anni ’60 dello psicologo statunitense Marshall Rosenberg, il quale ha elaborato un metodo di Comunicazione non violenta, anche chiamata Comunicazione empatica. Secondo il luminare, l’empatia è una componente essenziale dell’essere umano; al contrario, le manifestazioni di violenza sotto qualsiasi forma sono comportamenti dettati dalla cultura e dal contesto in cui si vive. Tale tecnica è denominata anche Linguaggio della Giraffa: il caratteristico collo lungo simboleggia l’ampiezza di vedute e la lungimiranza che dovrebbe assistere ogni essere umano prima di ogni azione. La suddetta Comunicazione non violenta si basa su tre aspetti principali quali l’ascolto di se stessi, l’ascolto dell’altro ed infine l’auto-espressione onesta, che consiste nell’esprimersi manifestando autenticamente sensazioni e pensieri. Forse sarebbe eccessivo, fuori dal normale chiedere all’italiano, all’europeo di praticare ogni giorno gli esercizi che Rosenberg prescrive, ma quello che più può sembrare assurdo è che tali principi non siano già insiti in ogni uomo.

L’appello ad un linguaggio non violento arriva anche da più voci della politica italiana: la Presidente della Camera, Laura Boldrini, durante la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha voluto denunziare i fiotti di violenza sparsi a forza di commenti sulla sua Pagina Facebook. E ancora, in occasione dello scambio di auguri al Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto lanciare un monito chiaro e senza mezzi termini, dichiarando: «Basta con l’odio che si diffonde attraverso i social e pervade la società, distruggendo le fondamenta della convivenza». Dal punto di vista giuridico, si ricorda una sentenza della Corte di Cassazione Penale del 2005 in cui gli ermellini hanno sentenziato che la violenza verbale, talvolta ingiustificatamente tollerata in nome della libertà di espressione e di critica, è più dannosa della violenza fisica. La Suprema Corte ha denunciato l’uso di un linguaggio scorretto e violento come «un malcostume che deve essere contenuto per la salvaguardia di corretti rapporti tra i consociati che devono essere improntati ad un minimo di rispetto e di civiltà, requisiti ai quali non è possibile rinunciare». Ancora, secondo i giudici di Monza, la vittima di diffamazione su Facebook ha diritto al risarcimento del danno morale soggettivo, inteso come «transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima» del fatto illecito.

Non si tratta esclusivamente di concepire l’uso di un linguaggio violento e offensivo come fattispecie criminosa (ingiuria, diffamazione), né di considerarlo come sintomo, germe di una violenza fisica futura. Il grave problema andrebbe sdradicato a priori indagando le ragioni per cui l’uomo è oggi portato ad utilizzare un linguaggio intriso d’odio anche quando è inutile, quando si sarebbe potuto utilizzare un termine denotativo e giungere al medesimo risultato. La linea di demarcazione tra la libertà di manifestazione del pensiero e il suo abuso è labile. L’arte e la letteratura spesso fanno proprie espressioni scurrili, offensive o blasfeme, tuttavia con una consapevolezza che rende il linguaggio violento non contagioso. «La violenza è semplice, le alternative alla violenza sono complesse»: in questa frase dello psicologo austriaco Friedrich Hacker è forse suggellato un barlume di verità. Insultare, utilizzare un luogo comune offensivo come un jolly uscito dalla manica, augurare la morte a qualcuno sono alternative comode rispetto alla ricerca di un modo di esprimersi che possa comunicare un messaggio chiaro e incisivo, ma non denigratorio.

È troppo semplice e impunito violentare qualcuno celandosi dietro uno schermo, o rivolgendo le proprie parole ad un soggetto sensibile. Chi dovrebbe fermarci? La coscienza, forse.


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About Viviana Giuffrida

REDATTRICE | Classe 1995, vive a Catania. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza nella sua città, dedicandosi inoltre a doposcuola, giornalismo e volontariato. Non le manca mai il tempo per libri e serie TV, nonché per una buona birra tra amici.

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