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Sir Daniel Day-Lewis: l’essenza dell’eccellenza

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L’eccellenza è un orizzonte in continuo allontanamento, sfocato e irraggiungibile. E’ un metro di paragone sovradimensionato per i nostri limiti, quell’angusto pezzo di terra esplorato da pochi esseri umani capaci, di volta in volta, di spostare – anche impercettibilmente – il livello di disposizione dei propri talenti, introducendoci a standard mai raggiunti che diverranno modelli per le generazioni a venire.

Per chi, come me, cerca di raccontarvi delle storie, l’eccellenza si pone non solo come fonte di ispirazione dal fascino magnetico ma anche come punto di partenza per iniziare un nuovo percorso. Se nel filone della narrazione sportiva ho scelto di partire da un’eccellenza assoluta dello sport, Michael Jordan, le mie storie di cinema trovano la propria genesi nell’affascinante, sfuggente e oltremodo eccellente figura snella e dinoccolata di Daniel Day-Lewis, un artista avvolto dal mistero, l’ennesima dimostrazione che i fuoriclasse vivono di una componente ossessivo-compulsiva nei confronti della propria passione, l’unico attore della storia capace di vincere tre Premi Oscar al Miglior Attore Protagonista. Un record ancor più impressionante se si pensa che ha preso parte a sole venti pellicole in carriera, una delle quali a quattordici anni, un cameo non accreditato.

Le origini di Daniel Day-Lewis sono largamente esplicative riguardo la sua vocazione naturale alla recitazione. Suo padre, Cecil Day-Lewis era un poeta anglo-irlandese protestante, insignito dell’altissima onorificenza di Poet Laureate of the United Kingdom, sua madre, Jill Balcon, un’attrice ebrea di origini lettoni e polacche, figlia di Michael Balcon, eminente figura del cinema britannico a capo degli Ealing Studios. Sua sorella maggiore, Tamasin, invece diventerà una regista di documentari. Sembra quasi che, attraverso questo matrimonio, le divinità che governano le arti abbiano deciso di generare il proprio figlio prediletto, un inno vivente ad Apollo. L’infanzia del giovane Daniel Michael Blake (questo il suo nome completo) però non è propriamente quella di un predestinato. Nato a Kensington ,quartiere benestante di Londra, si ritrova a vivere i suoi anni giovanili a Greenwich, nel sud della capitale inglese, circondato da ragazzini che avevano ricevuto ben altra educazione e che non perdevano occasione di ricordargli le sue origini “multietniche”, rendendolo oggetto di bullismo. E’ in questo contesto che Daniel sviluppa quella che, per sua stessa ammissione, è la sua prima grande interpretazione: impara ad emulare l’accento e i modi di fare aggressivi del posto, finendo spesso per trovarsi nei guai tra piccoli furti e altre “ragazzate”. E’ la prima volta in cui Daniel, inconsciamente, attua la propria personalissima e inimitabile forma di method-acting: entra nel personaggio senza mai uscirne, fino a mescolare i confini della propria personalità con quelli del protagonista della sua interpretazione. Il comportamento selvaggio del ragazzino non sfugge ai suoi genitori che nel 1968 lo spediscono alla Sevenoaks School nella contea del Kent, uno dei riformatori più antichi d’Inghilterra. E’ qui che Daniel incontra le sue tre passioni: la pesca, l’artigianato e ovviamente la recitazione. L’impatto con la scuola però è disastroso, e dopo due anni viene trasferito alla Bedales di Petersfield, Hampshire, l’istituto che frequentava sua sorella, un istituto che aveva un approccio con i suoi studenti più rilassato e stimolante dal punto di vista creativo. E’ proprio in occasione del trasferimento a Bedales che Daniel ha l’opportunità di fare una comparsata nel suo primo film: Domenica, Maledetta Domenica, pellicola nella quale per due sterline vive l’esperienza – da lui definita paradisiaca- di demolire macchine costose parcheggiate davanti alla chiesa locale.

Nel 1972 però, mentre l’intera famiglia era ospite a casa degli scrittori Elizabeth Jane Howard e Kingley Amis, muore suo padre Cecil, da tempo malato di cancro. Un episodio che segnerà la sua carriera in maniera cruciale. E’ invece il 1975 l’anno decisivo per le scelte del giovane attore. Terminati gli studi e addolcitosi nel carattere, Daniel si trovava davanti ad un bivio: continuare con la recitazione, campo nel quale eccelleva sul palco del National Youth Theatre di Londra, o diventare un artigiano. La seconda opzione pare essere la prediletta da Day-Lewis che fa domanda per un corso di apprendistato quinquennale come ebanista, domanda rifiutata per mancanza di esperienza, un rifiuto che ha le fattezze di un segno del destino, della firma di una qualche divinità particolarmente interessata. Non arrivò invece alcun rifiuto dalla Bristol Old Vic Theatre School, che diventa la sua casa per tre anni, permettendogli di recitare di tanto in tanto proprio al teatro Bristol Old Vic e di conoscere Pete Postlethwaite, con cui collaborerà magnificamente in futuro.

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Daniel Day-Lewis (1957) e Pete Postlethwaite (1946), protagonisti nel 1993 di “Nel Nome del Padre” di Jim Sheridan

Sulla permanenza di Day-Lewis in quella scuola, il suo maestro di recitazione, John Hartoch rilascerà poi una dichiarazione magnificamente esplicativa:

<<Si percepiva ci fosse qualcosa in lui anche allora. Era calmo ed educato. Ma era chiaramente concentrato sulla sua recitazione, aveva una qualità ardente. Sembrava aver qualcosa che gli bruciasse sotto la pelle. C’era un enorme tumulto dietro quell’aspetto così pacato>>.

La performance attraverso la quale il suo talento ardente sotto la pelle si libera davanti agli occhi di tutti è parte di uno spettacolo messo in piedi dagli studenti, Class Energy, che diventa il momento in cui, come lo stesso Hartoch ammetterà: <<Per lo staff è diventato lampante il fatto di avere per le mani qualcosa di speciale>>.

Gli Anni ’80 per Daniel corrispondono ad uno sdoppiamento tra il palcoscenico e lo schermo, debuttando prima in televisione grazie alla BBC, e poi al cinema in Gandhi, pellicola di enorme successo in cui l’ango-irlandese ricopre il piccolo ruolo di Colin, un ragazzino sudafricano che discrimina il protagonista: per uno strano scherzo del destino la prima parte di Daniel Day-Lewis combacia perfettamente con il suo passato fatto di bullismo e discriminazione, quello dal quale ha imparato a difendersi interpretando in prima persona il ruolo del ragazzaccio. La notorietà sta arrivando e Daniel ha tutte le carte in regola per dominarla a proprio piacimento. Nel 1982 arriva la consacrazione a teatro quando gli viene assegnato il ruolo da protagonista in Another Country, pièce teatrale di Julian Mitchell, da cui verrà tratto un omonimo film ,a cui però Day-Lewis non prenderà parte, e che avrà come protagonisti nella propria riproposizione cinematografica Rupert Everett e Colin Firth, altri interpreti di formazione teatrale che, assieme proprio a Daniel Day-Lewis, Tim Roth e, tra gli altri, a Gary Oldman, comporrà il gruppo di talentuosi attori emergenti di origine britannica identificato come “Brit Pack”. Nell’anno successivo viene selezionato per un ruolo secondario ne Il Bounty. Il 1985 si rivela l’anno della sua consacrazione tanto a teatro (entra ,da protagonista delle principali opere shakespeariane nella Royal Shakespeare Company) quanto sul grande schermo. Nello stesso anno interpreta due ruoli di supporto agli antipodi in My Beautiful Laundrette e Camera con vista. Daniel impersona prima un omosessuale impegnato in una relazione interraziale e poi un aristocratico goffo ma simpatico, queste due performance catapultano l’attore nell’élite del cinema mondiale, fruttandogli numerosissime critiche positive, il suo primo premio (il National Board of Review Award 1986 al Miglior Attore Non Protagonista) e la chiara sensazione che meritasse una prova da attore protagonista, che puntualmente arriva l’anno successivo quando Philip Kaufman gli concede il ruolo di Tomas, protagonista del suo adattamento de L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Se durante la preparazione al film di Kaufman aveva già dato prova di avere un rapporto particolare con i propri personaggi, imparando il ceco e non rompendo mai il personaggio, anche a telecamere spente, Daniel sta per fornirci la prova che lo iscriverà definitivamente nel firmamento delle grandi stelle della settima arte, prova che arriva ne Il mio piede sinistro, alla prima collaborazione con il regista irlandese Jim Sheridan, di cui sta per diventare l’attore prediletto.

La sconvolgente espressività di Daniel Day-Lewis al suo meglio per "Il mio Piede Sinistro"
La sconvolgente espressività di Daniel Day-Lewis al suo meglio per “Il mio Piede Sinistro”

Day-Lewis è chiamato ad interpretare il ruolo di Christy Brown, artista irlandese che, soffrendo di paralisi cerebrale, esprimeva la propria arte scrivendo e dipingendo con il piede sinistro,unica parte del suo corpo dotata di sensibilità. Daniel ridefinisce il concetto di method-actor ed ingloba l’ideale maschera che un attore dovrebbe vestire nell’interpretare un ruolo, spostando l’asticella ad un livello di approfondimento ed introspezione della parte probabilmente irraggiungibile. Si prepara al ruolo visitando frequentemente la Sandymount School Clinic a Dublino, vivendo per tutto il periodo delle riprese accovacciato su una sedia a rotelle, senza mai rompere il personaggio, costringendo i membri della troupe a trasportarlo da un luogo all’altro e imparando davvero a scrivere e dipingere con il piede sinistro. Si sparge la voce che si sia incrinato due costole a causa dell’innaturale posizione assunta per un periodo così lungo, voce che smentirà solo un quarto di secolo dopo al Santa Barbara International Film Festival. L’interpretazione da brividi, nella quale si scorgono tutte le sofferenze ,le difficoltà comunicative e gli aspetti più intimi del personaggio è acclamata ad ogni angolo del mondo e gli vale numerosissimi premi tra cui il BAFTA e l’Oscar al Miglior Attore Protagonista 1990. Il 1989 è però anche l’anno dell’abbandono a teatro. Interpretando Amleto nell’omonima opera shakespeariana diretta da Richard Eyre al National Theatre di Londra, collassa durante la scena in cui al protagonista appare il fantasma di suo padre, venendo sostituito magistralmente quella notte da Jeremy Northam (che riceverà una standing ovation) e da Ian Charleston per il resto degli spettacoli. L’incidente verrà attribuito ufficialmente allo stress ma Daniel Day-Lewis dichiarerà di aver visto il fantasma di suo padre Cecil, quella notte, lì sullo stage. Da quel momento in poi Daniel non salirà mai più su un palcoscenico. La pressione mediatica lo spinge a trasferirsi in Irlanda (di cui diverrà cittadino del ’93) e a selezionare minuziosamente i ruoli a cui dedicarsi, visto il forte dispendio energetico psico-emotivo che i suoi ruoli comportavano. Dopo tre anni di pausa il primo ruolo che accetta è quello di Nathaniel “occhio di falco” Poe, protagonista de L’Ultimo dei Mohicani di Michael Mann, al quale si prepara per sei mesi mescolando il proprio talento artigiano con le proprie qualità recitative,vivendo, cacciando e pescando nella foresta, imparando a fabbricare canoe, scuoiare animali e girando per tutta la durata delle riprese con un fucile appeso al collo. Nel 1993 poi è chiamato prima da Martin Scorsese per L’età dell’innocenza ( per la cui preparazione girava per New York vestito come un aristocratico del 1870) e poi da Jim Sheridan per interpretare Gerry Conlon, in Nel nome del padre, una pellicola tratta da una storia vera, nella quale convivono più aspetti della sua vita, dalla sua origine non inglese, al suo passato da ragazzino ribelle al rapporto profondo e viscerale con suo padre.

L’interpretazione è intensa, tonante, la preparazione è, al solito, da brividi: la conservazione dell’accento nord irlandese, le ore passate davvero in cella, la cospicua perdita di peso e la pretesa che la troupe lo maltrattasse e gli gettasse acqua ghiacciata addosso per patire a pieno il senso di impotenza del personaggio. Arriva la seconda nomination agli Oscar, e a tutti i premi di maggior pregio, ma il 1994 è l’anno in cui Tom Hanks ci regala una performance lirica ed intensa in Philadelphia, monopolizzando l’assegnazione dei maggiori premi al mondo. Nel 1996, sul set di La seduzione del male, costruisce addirittura la casa del suo personaggio, John Proctor, con i mezzi che si avevano nel 17esimo secolo, si fa tatuare sul serio rifiutando i finti tatatuaggie rifiuta di lavarsi per tre mesi ma soprattutto incontra quella che diventerà sua moglie, Rebecca Miller, figlia del regista Arthur Miller. La sua ultima performance degli Anni ‘90 non può che essere al fianco di Jim Sheridan, in The Boxer, film durante le cui riprese si rompe il setto nasale, si allena con l’ex campione mondiale dei pesi piuma Barry McGuigan (che affermò che dopo un tale allenamento avrebbe potuto diventare un puglie professionista) e assiste a numerosi incontri. L’interpretazione di Danny Flynn gli frutta un’altra nomination ai Golden Globe. Poi il silenzio. Per oltre quattro anni Daniel Day-Lewis scompare dalle scene, dedicandosi alla sua passione, l’artigianato. In una bottega di Firenze diventa apprendista calzolaio. E’ in questo periodo che l’aura di mistero sull’attore britannico si infittisce: nessuna notizia, rilascia raramente delle dichiarazioni, è sfuggente, ma quando si esprime pubblicamente sa anche risultare irresistibilmente simpatico, perfettamente immerso nel suo carisma naturale, come ci mostrerà nei successivi discorsi di premiazione. Probabilmente la parte migliore della carriera di Daniel Day-Lewis deve ancora iniziare.

L'acclamatissimo ruolo di Bill "The Butcher" Cutting, nella foto immortalato in uno dei suoi discorsi pregni di charisma
L’acclamatissimo ruolo di Bill “The Butcher” Cutting, nella foto immortalato in uno dei suoi discorsi pregni di charisma

Il nuovo corso della sua carriera inizia nel 2002 con l’iconico ruolo di Bill “The Butcher” Cutting in Gangs of New York di Martin Scorsese: per il ruolo Daniel diventa un apprendista macellaio, assorbendo l’accento newyorkese, ascoltando ogni mattina The way I am di Eminem e rifiutando di indossare una giacca più calda di quella che vestiva sul set nonostante fosse in preda ad una polmonite, dato che nell’epoca in cui il film è ambientato non esistevano medicinali. Ha quasi del miracoloso il fatto che siano riusciti a fargli assumere dei medicinali. L’interpretazione del macellaio diventa un instant classic capace di immortalare uno dei villain più amati della storia del cinema e Day-Lewis vince, malgrado una concorrenza di altissimo livello, il BAFTA e lo Screen Actors Guild al miglior attore, mancando invece il Golden Globe (in favore di Jack Nicholson) e l’Academy Award (a sorpresa vinto da Adrien Brody). Il film successivo è una poesia d’amore dell’attore nei confronti di sua moglie. Rebecca Miller lo dirige nel discusso film La vera storia di Jack e Rose, durante le cui riprese vive separato da sua moglie proprio per assimilare al meglio la sensazione di isolamento che il suo personaggio deve far trasparire. Si concede poi ad uno dei grandissimi maestri del nostro tempo quando – nel 2007 – diventa Daniel Plainview, protagonista de Il Petroliere diretto da Paul Thomas Anderson. La prova di Day-Lewis è da far tremare i polsi. L’attore impara addirittura ad utilizzare degli strumenti per l’estrazione del petrolio e la sua bravura è così fuori dal mondo da costringere quello che avrebbe dovuto originariamente essere il non protagonista, Kel O’Neill, a lasciare la parte. Forse per par condicio Day-Lewis colpirà realmente il sostituto di O’Neill, Paul Dano, con una palla da bowling nel corso della registrazione di una delle scene più intense del film. Il personaggio, scritto divinamente dalla penna sapiente del regista statunitense è l’incarnazione rovesciata dell’American Dream. L’evoluzione di Plainview è geniale: si percepiscono chiaramente l’avidità e la spietatezza infiltrarsi nelle vene del protagonista, che ci regala attimi di insana follia, citazioni che entrano nella cultura pop (il leggendario <<I drink your mikshake>> su tutte) e strega la critica. <<I have a competition in me>>, che è una delle citazioni più note del film potrebbe addirittura diventare la frase simbolo della carriera di Day-Lewis, così aspramente fondata sull’ossessione verso i propri personaggi. Le ovazioni nei giorni delle premiazioni sono indicativi dell’enorme successo della performance ma ,al momento di ricevere il suo secondo Screen Actors Guild,  sorprende ancora una volta il mondo, spostando l’attenzione sulla figura di Heath Ledger, da poco scomparso, a cui dedica il premio commuovendo il mondo intero. L’attore schianta la concorrenza e riceve, tra gli altri, il suo secondo Academy Award, inscenando con Helen Mirren – chiamata a premiarlo – un siparietto che mimasse il momento del conferimento della carica di cavaliere. La carica arriverà davvero, nel 2014. Con questo premio l’attore britannico diventa l’unico assieme a Jack Nicholson e Marlon Brando a vincere l’Oscar in due decadi non consecutive.

 

 

Non passa poi molto tempo prima che torni sulle scene, in Nine, musical (disastroso al botteghino) di Rob Marshall che si ispira all’8 e mezzo felliniano. La sua interpretazione è fuori dai suoi normali canoni, gli permette di dar prova anche del suo talento canoro e risulta molto ben riuscita in ogni caso, tanto da fruttargli la nomination al Golden Globe, per la prima volta nell’ambito della commedia/film musicale. Un aspetto importante del film però riguarda la figura della madre del personaggio di Day-Lewis, la signora Contini, interpretata da Sophia Loren. Daniel racconterà che sua madre era eccitassima all’idea che potesse essere interpretata da una tale divinità del cinema. Nel Luglio 2009, anno di uscita del film, Jill Balcon, mamma di Daniel morirà, prima ancora che il film venisse rilasciato. Daniel non si farà pregare e le dedicherà il terzo Oscar – quello del record – nel 2013, vinto per la sua gigantesca interpretazione di Abraham Lincoln nell’omonimo film di Steven Spielberg al quale si era preparato leggendo un numero infinito di libri di storia e studiando intensamente quale voce potesse assumere per impersonare l’iconico presidente statunitense, oltre che facendosi chiamare sul set solo “Mr.President” rigorosamente con un accento statunitense anche dai membri britannici della crew, per non intaccare il proprio studio della parlata di Lincoln. Nei mesi precedenti alla produzione del film Day-Lewis digitò addirittura dei messaggi alla produzione sotto l’identità di Lincoln.

Abraham Lincoln, ultimo personaggio da lui interpretato, gli frutta l'Oscar nel 2013
Abraham Lincoln, ultimo personaggio da lui interpretato, gli frutta l’Oscar nel 2013

Se è vero ciò che afferma Jorge Luis Borges, cioè che le popolazioni americane sopperiscono alla mancanza di epica letteraria attraverso lo sport e con il cinema, nel caso di Day-Lewis siamo davanti ad una divinità assoluta del pantheon statunitense, malgrado le sue origini pagane. E dunque, la recentissima notizia del suo ritorno al fianco di Paul Thomas Anderson per un lavoro sul mondo della moda newyorkese degli Anni ’50, a quattro anni dalla sua ultima performance non può che scuoterci e far ben sperare, aspettando il suo prossimo magnifico discorso di accettazione.

Perché Daniel Day-Lewis ci dà sempre questa impressione: quella di poter vincere tutto ogni volta che prende parte ad un film, come un grande centravanti appostato in area di rigore che dà l’impressione di poter segnare in ogni momento, come un grande tenore incapace di fallire una singola nota, come il figlio prediletto di Apollo destinato ogni volta a spostare l’asticella dell’eccellenza nel mondo dell’arte.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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