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“Silence”: una (silenziosa) ecologia visiva ed emotiva

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Andrew Garfield in una scena del film
L’attore statunitense Andrew Garfield (1983) in una scena del film

La metà del Seicento è una sorta di laboratorio dove arrivano a maturazione fermenti ideologici e visioni del mondo nate da almeno due secoli. Il Seicento ha secolarizzato l’afflato religioso, ha visto nell’immanenza della storia il luogo della fine di ogni miseria e dolore. Lungi dall’essere stato espressione di laicità, il Seicento costituì l’avvento di un nuovo integralismo. Mascherate da diagnosi sociali, le tesi dei suoi protagonisti mantengono tutta la carica omiletica propria di ogni invocazione religiosa e richiedono l’adesione integrale a un mistero di fede. Dopo la corsa adrenalinica dietro alle illusioni di un capitalismo sfrenato in The Wolf of Wall Street (2014), Martin Scorsese torna dietro la macchina da presa con Silence per affrontare un tema che gli sta più a cuore: il rapporto dell’uomo con la fede.

Il film tratta la storia di due missionari portoghesi che nel XVII secolo intraprendono un lungo viaggio irto di pericoli per raggiungere il Giappone, alla ricerca del loro mentore scomparso, padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), e per diffondere (imporre) il Cristianesimo. Scorsese dirige Silence da una sceneggiatura scritta da lui stesso con Jay Cocks. Il film, basato sul romanzo di Shūsaku Endō del 1966, esamina il problema spirituale e religioso del silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane.

Liam Neeson (Padre Cristóvão Ferreira) in Silence
L’attore e doppiatore nordirlandese Liam Neeson (1952) nei panni di Padre Cristóvão Ferreira in “Silence” (2016)

Scorsese mostra come, dal punto di vista giapponese, l’attività missionaria contenesse in sé una volontà colonizzatrice e una mancanza di comprensione e rispetto della cultura locale. In questo senso il regista costruisce un film binario e palindromo, anticipato visivamente da alcune immagini (come la scala effetto fish eye di una delle sequenze iniziali), che consente una doppia e opposta lettura della vicenda narrata. Il tipo di cristiano che ne scaturisce è contrassegnato dall’intolleranza verso ogni altra idea, da un settarismo sempre rozzo, dal bisogno di semplificare i problemi fino a trasformarli in caricatura manichea. Ognuna delle torture cui padre Rodrigues (Andrew Garfield), l’io narrante della storia, verrà sottoposto mette alla prova non solo la sua fede ma la sua visione del mondo, l’idea stessa che esista una verità assoluta valida per tutti, e la legittimità di imporla agli altri, esponendoli a pericolo di vita. Due visioni del mondo che contribuiscono alla formazione di personalità rigide, plasmate dalla provvidenza e quindi convinte di essere lo strumento che la storia utilizza per i suoi fini di liberazione. C’è la naturale sete di potere mascherata ancora una volta dall’ideale di liberazione. È la certezza di creare, letteralmente, un uomo nuovo: ecco il fondamento della missione di Padre Rodrigues e Padre Garupe (Adam Driver).

Il messaggio è che il male può assumere varie forme ma ciò che lo priva di ogni misura e lo rende distruttivo è la persuasione di agire in nome di un bene più alto e assoluto. Fondamentale il personaggio di Kichijiro (Yōsuke Kubozuka): egli sembra incarnare la fragilità umana rappresentata dalla frase «Padre, perché mi hai abbandonato?». Quello dell’abbandono è un altro tema portante di Silence: non solo l’abbandono della fede ma anche la capacità di abbandonarsi completamente alla fede, e il sentirsi abbandonato da un Dio il cui silenzio è talvolta assordante. Ricondurre meramente il film all’attualità, collegandolo ai preti cristiani massacrati in varie parti del mondo o alla furia distruttrice dei fanatismi religiosi contemporanei, sarebbe riduttivo, perché il discorso di Scorsese è ben più radicale: alle metafisiche che nascondono il male, alle religioni che lo spiegano se non col mistero, bisogna opporre una filosofia del tragico. Essa è caratterizzata dalla consapevolezza – socratica e kantiana – del limite umano. Non l’ottimo ma il minor male. Sembra essere questa la formula a cui perviene ogni sguardo non utopico, e quindi non votato al massacro, rivolto alla storia.

Silence si racconta con ritmo volutamente dilatato, indugiante e riflessivo, ma nello stesso tempo inesorabile e ineludibile, che conduce lo spettatore a meditare sul sottile e subdolo gioco degli accadimenti e l’inestricabile intreccio relazionale dei personaggi. La struttura della mise en scene sembra avere un evidente stampo teatrale, dove tutto apparentemente è falso, statico, immobile, con dialoghi di superficie, come i personaggi che li interpretano, ma suscitatori di forti tensioni nascoste, che determinano il ritmo stesso del film.

Il cineasta propone una (silenziosa) ecologia visiva, per avere un’ecologia della mente, una spinoziana medicina mentis, una materialissima salute dell’anima per salvare quello sta più a cuore al cinema d’autore: richiedere allo spettatore attenzione e sottrarsi al cinema più spettacolare che ha disabituato il pubblico a questa capacità.

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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