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Sempre (più) cara mi fu questa bella terra: land grabbing e altre minacce

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute

land_graps_the_factsCrescita di popolazione, urbanizzazione, conflitti, cambiamenti climatici, desertificazione ed erosione della terra, pressioni ambientali e bisogni energetici sono alcuni dei numerosi fattori che contribuiscono a dar forma ad un “vecchio-nuovo”, allarmante fenomeno, identificato come una sorta di nuovo colonialismo: il land grabbing. Questo termine di provenienza anglosassone, reso ufficiale nel 2011 dalla International Land Coalition, si può tradurre con “acquisizione delle terre” e coinvolge vaste aree del globo, specialmente quelle del cosiddetto Sud Globale. La mancanza e l’inesattezza di informazione conferiscono un’aura di mistero ed incertezza circa la portata e la vastità del fenomeno, di cui è difficile stabilire un vero punto di partenza. Ciò che è certo è invece l’aumento di acquisizioni territoriali durante e in seguito alla crisi finanziaria del 2008.

Mai più cara fu, infatti, questa bella terra: la crescita dei prodotti alimentari ed agricoli, registrata tra il 2005 e il 2008, ha contribuito ad accelerare quella che può essere definita una vera a propria “corsa all’oro” portando molti dei cosiddetti paesi industrializzati ad acquisire, anche tramite concessioni territoriali, o a prendere in affitto vasti appezzamenti di terreno nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Numerosi e vari interessi concorrono ad inasprire ed intensificare tale fenomeno, che sottolinea sempre più quanto la terra, tanto bistrattata e sempre più una “merce rara”, sia in realtà una vera e propria fonte di ricchezza, sia per chi la terra la ottiene e sia per chi ne viene ingiustamente privato.

Le forze motrici del land grabbing sono principalmente di natura economica, come la privatizzazione, la liberalizzazione e la deregolamentazione, introdotti a partire dagli anni ’80 dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale con grande favore degli Stati Uniti. Accanto a questi strumenti economici vi sono alcuni ambigui investimenti diretti esteri (Foreign Direct Investments-FDI) che portano ad investire e ad acquisire vantaggi economici in paesi terzi (questi ultimi generalmente denominati target countries). Tali investimenti sono soggetti a numerose interpretazioni: alcuni sostengono che i FDI siano un incentivo alla costruzione di infrastrutture e di trasferimento di tecnologia, tramite joint ventures o accordi con imprese locali, altri denunciano lo sfruttamento di manodopera locale e di risorse sullo sfondo di un sempre più acuto land grabbing. I principali investitori (investors) sono gli Stati e le compagnie nazionali e transnazionali, tra cui si annoverano fondi di investimento o agenzie statali, che sfruttano il territorio “ospitante” per coltivare ed esportare prodotti alimentari, destinati principalmente al fabbisogno domestico, sfruttare le risorse idriche, produrre biodiesel o semplicemente per ricavare profitto. I territori occupati sono, infatti, soggetti al controllo diretto degli investitori: amministrazione e gestione della terra rimangono appannaggio del personale del Paese o compagnia d’origine. In poche parole, nonostante gli investimenti promettano un incremento in termini economici e di benessere per il target country, la popolazione locale non sembra avere alcun tornaconto. Essa viene, bensì, ingiustamente espropriata dei propri territori e privata di un’importante, e a volte unica, fonte di reddito.

BRAZIL-SOYBEAN-HARVESTIl fattore forse più allarmante di questo fenomeno è che gli accordi di concessioni territoriali avvengono proprio tra l’investitore e il Paese di “destinazione”. Le comunità locali si trovano, inoltre, escluse dalle decisioni, politiche ed economiche, che riguardano la terra su cui vivono e lavorano: gli accordi legali della compravendita di terreni spesso non vengono rispettati, ma anzi portano a sfratti forzati, cui seguono conflitti, insicurezza alimentare, sfruttamento di territorio e risorse e perdita di abitazioni e bestiame, oltre alla violazione dei diritti fondamentali e di proprietà. La maggior parte dei target countries sono infatti Paesi che registrano uno scarso, se non addirittura inesistente, rispetto dei diritti umani e di proprietà e sono maggiormente localizzati in Africa e Asia, tra cui Madagascar, Angola, Etiopia, Indonesia, Cambogia, Centro e Sud America, Colombia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Laos, Mali, Mongolia, Mozambico, Zambia, (Sud-) Sudan, Tanzania, Uganda, Filippine, Ucraina e Russia (quest’ultima è sia un investor che un target country).

Oltre ai Paesi sopracitati, si stanno delineando altri casi di acquisizioni territoriali in Australia e Nuova Zelanda, la cui portata, però, non è ancora ben identificabile. Gli investitori provengono, invece, dai cosiddetti “Paesi ricchi” o emergenti, quali Bahrain, Egitto, Cina, Danimarca, Germania, Inghilterra, India, Giappone, Giordania, Kuwait, Libia, Qatar, Arabia Saudita, Svezia, Sudafrica, Corea del Sud, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e Vietnam, a cui si sono recentemente aggiunte, secondo uno studio di Friends of the Earth, imprese italiane, israeliane, canadesi, norvegesi, portoghesi e svizzere. A seguito di questo breve excursus sulla ramificazione sempre più fitta di un fenomeno in continua crescita, ma di difficile rintracciabilità, è possibile ipotizzare diverse soluzioni, al fine di rallentare, o, per meglio dire, regolare le acquisizioni territoriali e gli investimenti che causano una violazione dei diritti umani, di proprietà e di salvaguardia ambientale. I principali strumenti per contrastare il land grabbing e le minacce ad esso contingenti sono informazione, diritti di proprietà e una maggiore chiarezza e responsabilità negli accordi e negli investimenti: informazione significa far sì che la popolazione e i governi locali siano consapevoli dei rischi e dei danni derivanti da una scorretta gestione del proprio territorio e dagli svantaggi apportati da alcuni ambigui investimenti diretti esteri e dagli accordi con Paesi o compagnie internazionali. Il rispetto dei diritti di proprietà è altresì fondamentale, al fine di riconoscere alla popolazione locale la legittimità sui propri territori e di favorire una sempre maggiore autonomia e indipendenza delle comunità nel controllo della propria terra.

La chiarezza negli investimenti e negli accordi di gestione territoriale è, infine, di vitale importanza per la validità e il rispetto degli stessi, in modo che i territori “ospitanti” non vengano depauperati e danneggiati.

PS: Per chi volesse approfondire il tema del land grabbing consiglio di visitare il sito Land Matrix, http://www.landmatrix.org/en/.

 

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About Roberta Ghiglietti

COLLABORATRICE | Viaggiatrice, sognatrice, amante della natura ed appassionata di tematiche "ambientali e non". E' nata nel 1990, nel cuore della nebbiosa pianura padana, in Provincia di Lodi. Laureata in Lingue Straniere e Politiche Europee ed Internazionali presso l'Università Cattolica di Milano, grazie al programma di doppia laurea con la Martin Luther Universität di Halle-Wittenberg ha maturato un'esperienza annuale di studio in Germania, che le ha permesso di svolgere un intenso ed appassionante stage di sei mesi nel Parco Nazionale della Foresta Bavarese, a stretto contatto con la natura.

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