Se gli ultimi non fanno più i bravi

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Alessandro Gassmann (nel ruolo di Stefano) e Paola Cortellesi (nel ruolo di Luciana Colacci)

Divide et impera. Se non vuoi che si accorgano che li stai fregando, falli litigare fra di loro, fai sì che si chiamino amici ma che siano estranei, che si amino ma si facciano del male, che si incontrino e non si riconoscano nemmeno. Così, stai sicuro, potrai farli lavorare nella tua azienda, sottopagarli, umiliarli, e se poi qualcuna resta incinta la potrai licenziare, promettendole che, sì, ma tanto poi ti riassumiamo, tu riposati, pensa al bambino, poi coi capi ci parlo io, si sistema tutto. E se ne staranno buoni. Magari te li ritroverai fra le cameriere che servono ai catering che dai nella tua villa nuova, mentre cercano di sbarcare il lunario. Ma se una di loro è incinta, la mandi via senza problemi. Tanto figurati se dicono qualcosa, devono solo esserti grati, se non fosse per te farebbero la fame. I dipendenti.

Capita poi che una donna, all’improvviso, dopo aver sopportato anni e anni un lavoro alienante e malpagato, che però le dava da vivere, venga licenziata perché l’apprendista che aveva fatto assumere è andata a spifferare i capi che lei è incinta, per fregarle il lavoro. Così, non essendo più una dipendente, quella donna non trova altro da fare che rendersi indipendente. Persino da se stessa.

Gli ultimi saranno gli ultimi, diretto da Massimiliano Bruno con Paola Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio, è l’adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale del 2005 scritto dallo stesso Bruno e interpretato dalla Cortellesi. Un film disperante e incoraggiante a un tempo. I sorrisi che ci strappa sono quei pochi che si possono permettere anche i personaggi, una coppia, marito e moglie, in serie difficoltà economiche e un agente di polizia degradato per aver lasciato uccidere un collega. Due storie parallele, che si incontreranno alla fine, per arrivare entrambe alle estreme conseguenze. Anche se molti potrebbero pensare che puntare la pistola contro quelli che ti hanno licenziato perché sei incinta non serva a niente, e sia meglio stare buoni e prendere quello che ti danno. Tanto comandano loro.

Una scena del film “Gli ultimi saranno ultimi” (2015): Fabrizio Bentivoglio nei panni di Antonio Zanzotto

Viene in mente, forse non troppo a sproposito (benché si tratti di due film del tutto diversi per stile e contenuto), uno dei monologhi di Peter Finch in Quinto potere (andiamolo a rivedere quel film, anche se è celeberrimo, fa sempre bene), quando urlava ai telespettatori di aprire la finestra e gridare: <<I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore>>, <<Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più>>. Quel film descriveva il potere alienante dei mezzi di comunicazione, per cui le persone protestavano solo perché la tv aveva detto di protestare.

Eppure, se la isoliamo, quella frase sintetizza il significato di ciò che fa Luciana, la protagonista di Gli ultimi saranno gli ultimi. Anche lei potrebbe benissimo usare le stesse parole: <<Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!>>. E anche la sua storia, come il discorso di Quinto potere, non ci lascia in pace. Quello di Massimiliano Bruno non è un film che ci fa sentire buoni, come fanno tanti altri dicendo fra le righe che i cattivi sono fuori, e noi invece ci vogliamo tutti bene davanti a un bel piatto di spaghetti, e anche se la vita è un po’ difficile l’importante è l’amore, e stare coi propri cari e essere fieri di essere italiani e non perdere mai mai mai la speranza.

Perché la speranza si perde. Tutto si può perdere, non solo la speranza, si può perdere l’amore perché tuo marito è stanco è ti tradisce, si può perdere il lavoro perché finalmente sei riuscita a rimanere incinta. Allora come può essere una colpa perdere anche la testa?

Un film che non lascia spensierati, ma pieni di angoscia. Un film che ci fa sentire male. Ma stare male così è un bene. Andiamo a vederlo, torniamo a casa amareggiati e aggrediti dai pensieri. È solo un film. Ma magari quando qualcuno, al lavoro, a casa, nella vita di tutti i giorni, ci dirà ancora, anche in buonafede: <<Cosa vuoi, non è facile, siamo in crisi, bisogna aver pazienza, forse fra un pochino, se scende lo spread e sale il pil, staremo un po’ meglio, avremo un lavoro a tempo determinato, con contratto a progetto, ma di questi tempi e già tanto, dobbiamo aspettare>>, sapremo rispondere, magari sorridendo:

<<Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più>>.

 

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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