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“Saltatempo” di Stefano Benni: apologia o condanna di una generazione?

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06 SETT 2002,MANTOVA,FESTIVAL DELLA LETTERATURA:Stefano Benni durante il suo monologo presso il Cortile della Cavalleria di Palazzo Ducale.Ph.Nicola Romani-ANSA
Stefano Benni (1947) è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano. Fu candidato da Dario Fo al Premio Nobel per la letteratura

In queste settimane lo scrittore bolognese Stefano Benni, che ho avuto la fortuna di incontrare al Lucca Comics & Games e che può essere senza dubbio considerato una tra le maggiori personalità di spicco del panorama letterario contemporaneo, è in giro per l’Italia per presentare il suo nuovo romanzo illustrato: La bottiglia magica, un inno alla possibilità di credere in un mondo migliore; possibilità che può essere alimentata solamente coltivando l’immaginazione e la fantasia, impresa che diventa sempre più ardua in seguito all’avvento invasivo della tecnologia. In attesa di leggerlo (e nella speranza di trovarlo sotto l’albero), voglio proporre un commento filtrato da una mia personale interpretazione di un altro suo romanzo in cui mi sono imbattuta di recente, che ho divorato in pochi giorni e a cui devo molte riflessioni ma anche – e soprattutto – tanti sorrisi: Saltatempo.

A tratti autobiograficocinico e al contempo ottimista; sarcastico, proverbiale e colorito nel linguaggio; caratterizzato da grande lucidità ma mediato attraverso i sogni e la nostalgia di un membro di quella generazione che pensava di cambiare il mondo e che invece (per dirla con Giorgio Gaber) ha perso, Saltatempo offre – attraverso il racconto di vicende personali del protagonista Lupetto – uno spaccato dell’Italia della seconda metà del XX secolo.

Ci sono delle domande che io e tanti miei coetanei ci siamo spesso posti, nonché dei dubbi da cui siamo spesso tormentati: com’era essere giovani alla fine degli Anni ’60? Com’è possibile che, da tre decenni post-unitari di lotte in nome degli ideali di uguaglianza e di libertà, sia uscito un Paese dominato dal conformismo e, tutt’al più, dalla rassegnazione? Com’è possibile che una generazione che cantava Bob Dylan a memoria, e che fischiettando La Locomotiva di Francesco Guccini stringeva il pugno orgogliosa, ci abbia poi lasciato in eredità un consumismo di comodo che ha travolto addirittura la musica, la letteratura e l’arteSaltatempo, che non è un manifesto di propaganda politica ma piuttosto un romanzo storico, non dà una risposta ma fornisce una (più o meno) nitida fotografia della realtà di questi anni e della misura in cui la generazione antecedente alla nostra in certi ideali ci aveva creduto davvero, forse così tanto da finire per perdere il senso della realtà.

Si apre con l’immagine di Lupetto, ragazzino nato negli Anni ’50 (e alter ego dello stesso autore) che, durante una delle tante avventure quotidiane della sua infanzia incontra una divinità che, in cambio di un pezzo di pane, gli dà un orobilogio (orologio interno che gli consente di vedere sprazzi di futuro). L’incontro avviene in una strada del paese di montagna in cui il protagonista abita e la presenza del “dio” potrebbe anche essere più di un semplice espediente narrativo: potrebbe, ad esempio, anche richiamare l’ingenuità genuina della comunità di quel villaggio, potrebbe esser intesa come una sorta di grillo parlante che ricorda di continuo a Lupetto che vi è un futuro da costruire e che non c’è tempo da perdere oppure, più probabilmente, come una delle tante figure poco chiare in cui tanti di noi si imbattono in gioventù senza conoscerne la natura e da cui, senza nemmeno accorgersene, si lasciano rovinare la vita.

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La foto di una protesta del ’68 a Piacenza – © Prospero Cravedi

Dal momento della consegna dell’orobilogio, la vita di Lupetto – perciò soprannominato Saltatempo – non sarà più la stessa. Ciò che vedrà grazie all’orobilogio finirà per ossessionarlo e per condizionare le sue scelte di vita e le sue azioni. Ciononostante, questo dono gli permetterà di avere delle premonizioni e di cogliere dei presagi sul tempo a venire, non gli impedirà di essere partecipe del tempo presente, così la quotidianità di Lupetto sarà la stessa di tutti e il suo destino – come quello di tutti – sarà quello di crescere, di condividere il “sogno comunista” con i suoi compagni di scuola, di avere le prime esperienze e innumerevoli delusioni, di innamorarsi di Selene – amica di infanzia diventata poi la ragazza con cui condivideva gli ideali della gioventù – di perderla e ritrovarla più volte, di vivere con enfasi gli anni della contestazione giovanile e dell’emancipazione sessuale, di perdere un caro amico a causa dell’eroina, di fare innumerevoli errori, di soffrire, di subire l’insabbiamento di una denuncia per la strage di Piazza Fontana, di tentare di riprogettarsi, poi di rassegnarsi, di vedere i propri miti svanire, come tanti, come tutti. E gli sembrerà che quell’orobilogio, piuttosto che salvargli la vita, gliela abbia rovinata.

Dopo un’allegra e scorrevole narrazione di varie vicende (personali e sociali) che travolgono la vita di Lupetto, il romanzo si conclude con un nuovo incontro tra lui e il dio: Lupetto è risentito nei suoi confronti perché sa che molti dei suoi fallimenti sono stati causati dalla sua angoscia per il voler scappare da un futuro che a causa dell’orobilogio aveva potuto vedere e ritiene che, se non avesse ricevuto quel dono, la sua vita sarebbe stata più serena. Il dio – che qui, invece, potrebbe a mio avviso rappresentare quell’ingenuità adolescenziale che, nonostante tutte le esperienze che Lupetto ha maturato, in fondo non lo ha mai abbandonato – gli fa notare come l’orobilogio, metafora della lungimiranza, era invece una grande opportunità e che sarebbe stato funzionale alla causa di un’intera società se solo fosse stato usato con cautela e senza presunzione, e che i soli antidoti a quest’ultima sono la fiducia nell’umanità e l’amore per essa. Con atteggiamento quasi paterno, infatti, gli dice:

«Devi solo promettermi che conserverai gli orologi come una cosa importante e preziosa, non tradire né l’uno né l’altro. Quello della fatica quotidiana e quello dei mondi possibili, quello che conta i tuoi passi in terra e quello che misura i tuoi sogni. Quello che scorre e quello che gira. Quello che ti ruba le persone care e quello che te le riporta. Quello che uccide i tuoi nemici e quello che ti fa immaginare in quanti vari modi li uccideresti. Quello che ti fa amare e quello che ti fa amare, capisci la suggestiva ripetizione?».

Contrariamente a quanto il titolo potrebbe suggerire, Saltatempo non è un romanzo di fantascienza. La trovata delle premonizioni è un espediente di cui ci si serve per evidenziare il ruolo preponderante che l’idea di progresso può avere nella vita di un giovane. Se l’atteggiamento che l’autore ha verso il progresso in questione sia di encomio o di censura, sta alla libera interpretazione del lettore stabilirlo.

Forse, con qualche forzatura interpretativa, ho ritrovato in Lupetto i cliché dell’italiano di quegli anni, che guardando al futuro con l’ansia e l’arroganza di chi non si fida del mondo, dimenticava di esserne padrone, bruciava molte tappe, consumava tutta la forza che aveva in una lotta all’ultimo sangue contro i mulini a vento piuttosto che usarla in modo più saggio e costruttivo per un cammino quotidiano a passo lento. Nella sua figura ho rivisto l’archetipo della persona che – così avveduta dal riuscire a fare delle previsioni, piuttosto che avvalersi di queste per costruire un presente dignitoso – ci si scagliava contro in modo distruttivo in preda al terrore che queste si concretizzassero. Il risultato è che, esaurita quella forza, tutto torna come prima e ciò che resta è solo la frustrazione e la delusione di una società sconfitta.

Saltatempo, oltre a catturare la mia attenzione per il sarcasmo e l’intrecciarsi in modo geniale di avvenimenti storici e vicende private di crisi personali, d’amore e di amicizia, mi ha portata a guardare per la prima volta con una punta di compassione e di comprensione a quella generazione a cui ammetto di aver guardato sempre con rabbia e rammarico. Inoltre, mi ha fatto riflettere molto sulla condizione di un’altra generazione: quella di cui io stessa sono parte, quella frastornata dai social network e da un flusso di informazioni che spesso non è in grado di gestire, spaventata da un futuro da cui quasi si ostina a difendersi senza rendersi conto che in realtà è nelle proprie mani.

Le avventure di Lupetto, i suoi falsi miti, le pressioni sociali che subisce talvolta anche inconsciamente, le sue storie e i suoi rimpianti, le sue speranze infrante e l’agitazione con cui tenta di ricomporle mi hanno fatto pensare a quanto, troppo spesso, le paure inquinino i nostri sogni. A quante volte i mostri contro cui combattiamo si rivelano essere, poi, soltanto dei ridicoli fantasmi che ci impediscono di vivere il nostro tempo individuale.

Quel tempo che dovremmo utilizzare per cambiare noi stessi, unica condizione alla quale ci è concesso sperare di riuscire a cambiare il mondo.

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

Un pensiero su ““Saltatempo” di Stefano Benni: apologia o condanna di una generazione?

  1. adoro stefano benni come scrittore (assolutamente da leggere il bar sotto il mare, bar sport e bar sport 2000.)

    i suoi libri meritano,divertono e sono fatti veramente bene

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