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Russia e Stati Uniti: una Guerra Fredda e niente più

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Ogni volta che le due vecchie comari USA e Russia iniziano a punzecchiarsi su una questione che sta loro (e ai loro portafogli) a cuore, i mass media tendono subito a parlare del “soffio di una nuova Guerra Fredda”. I libri di storia, i ricordi di chi ha vissuto il periodo di gelo tra le due superpotenze, i filmati storici raccontano di un periodo fatto di uno stato di allerta perenne, della minaccia della bomba atomica, della sensazione di poter ripiombare in un nuovo conflitto mondiale, della propaganda anti-sovietica in Occidente e di quella anti-capitalista nei Paesi comunisti. Il 9 Novembre 1989 la caduta del muro di Berlino decretò in maniera simbolica la fine dell’era dei due blocchi contrapposti così come forse sancì la nascita di un nuovo mondo, capace di incontrarsi e anche scontrarsi senza dover subito ricorrere alle minacce o all’uso delle armi. Gli Stati Uniti e l’ormai ex Unione Sovietica sembravano procedere l’uno verso l’altro a piccoli passi, che davano la speranza di un periodo di pace e di prosperità per tutti i Paesi (quelli ricchi e per la maggior parte  europei. Il resto degli altri Stati non se li filavano di striscio se non per pregarli di votare qualche mozione in Assemblea Generale). Tuttavia dietro al dialogo diplomatico e agli pseudo tavoli della pace le due superpotenze nutrivano diffidenza e tensione reciproca, sentimenti che, uniti alla voglia mai scomparsa di primeggiare sul mondo, hanno tenuto sempre in vita un conflitto che ci segue da più di cinquant’anni nell’ombra, con la discrezione dei noti agenti segreti CIA o dell’FSB (i nuovi servizi segreti russi) che sono sempre dappertutto e nessuno quasi mai li vede. Il primo segno delle crepe tra le due vecchie comari è stato il vergognoso e sanguinoso conflitto nei Balcani, con la Russia che tacitamente appoggiava la Serbia di Miloševic e gli Stati Uniti di Clinton che continuavano a condannare il conflitto, a mandare stoccate alla Russia e a cercare un modo per salvare la loro faccia di “democrazia e libertà” (nonché i loro profitti), fino a quando hanno preso in mano la situazione, ossia hanno riunito i membri della Nato e deciso di bombardare le zone di guerra (ovvero le macerie di città bosniache distrutte dai miliziani serbi).

 

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La guerra terminò, i bosniaci iniziarono a camminare sulle macerie della loro vita passata e i colpevoli furono condannati per crimini di guerra da un Tribunale di Giustizia Internazionale appositamente istituito e approvato dal Consiglio di Sicurezza ONU. Russia e USA ritornarono ai blocchi di partenza per una nuova competizione economica che è passata  per le guerre “in nome della democrazia” in Iraq e in Afghanistan ad opera del presidente Bush, mentre la Russia dell’era Putin caldeggiò per una risoluzione diplomatica del conflitto. E se le truppe statunitensi, affiancate da quelle alleate, nel tentativo di scovare i talebani e Bin Laden colpivano a destra e a manca innocenti, la Russia aveva imbastito una lotta contro ogni oppositore del governo Putin.  Gli Stati Uniti attaccavano il dispotismo putiniano e il nuovo zar rispondeva per le rime facendo riferimento alle barbarie commesse dai marines nei confronti dei prigionieri di guerra.

Ma arriviamo ai giorni nostri, in cui mai come prima lo scontro tra il gigante dell’ Est e quello dell’Ovest hanno fatto parlare con un fondato allarmismo di una nuova e possibile Guerra Fredda. Gli elementi ci sono tutti: spionaggio e  controspionaggio, sabotaggi di eventi internazionali per affermare il proprio “io non ci sto” (ricordiamo l’assenza di Barack Obama alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Sochi,che ha ricordato il boicottaggio del team a stelle e strisce delle Olimpiadi di Mosca nel 1980) sulla scia di propagande basate sul “noi non siamo come loro” e soprattutto il comportamento assunto in politica estera. La crisi delle due Coree, la crisi cubana e la guerra in Vietnam sono state sostituite nei giorni nostri da ben altri conflitti armati che mettono in seria discussione la capacità della comunità internazionale di frenare l’immediata corsa agli armamenti per la risoluzione di tali conflitti. La prima “zona calda” è stata ed è tutt’ora la Siria: da una parte l’esercito regolare fedele al presidente Assad, sostenuto da Putin, e dall’altro lato i ribelli, il cui rifornimento di armi non proviene solamente dai Paesi come l’Arabia Saudita e gruppi integralisti, ma anche dal Paese “esportatore di democrazia” per eccellenza. Ora, che Putin sia un uomo spregevole è cosa nota e palese; che Assad sia un dittatore pari allo scià di Persia è cosa condivisa; ma un uomo come il signor Obama, che ci fa tutti i discorsetti sulla lotta al fondamentalismo religioso e poi dà il suo tacito assenso alle lobby delle armi di vendere armi ai gruppi ribelli così come si sospetta dell’aiuto degli statunitensi ai mujaheddin per rovesciare il governo sovietico in Afghanistan, non mi sta affatto bene e mi sembra un paradosso, dato che egli è stato insignito di un Premio Nobel per la Pace. Almeno Putin ha agito con più furbizia, proponendo una risoluzione pacifica del conflitto siriano e l’immediata distruzione dell’arsenale chimico in possesso del suo alleato.

 

Obama meets with Vladimir Putin during the G8 Summit at Lough Erne in Enniskillen

 

Tuttavia in Siria la guerra continua più spietata che mai:  i bombardamenti sulle città di Homs e Aleppo continuano incessantemente e a pagarne le spese sono donne e bambini.  Questo primo round sembra essersi apparentemente concluso in favore del presidente russo. Ma Obama e Putin ora sono concentrati su un’altra area calda che tocca in prima persona l’Europa: l’Ucraina. La protesta dei giovani nelle piazze di Kiev per rovesciare il presidente Yanukovich, un pupazzo nelle mani dello zar russo, si è trasformata in una guerra civile la cui ferocia è inaccettabile. Il presidente Obama e l’Unione Europea hanno condannato in maniera sollecita l’aiuto in termini di armi e munizioni che Putin sta elargendo ai ribelli filorussi e nello stesso tempo ha appoggiato (e dato uno sguardo ai giacimenti del gas) il nuovo governo ucraino e il suo esercito che “per legittima difesa” sta compiendo azioni poco lodevoli dal punto di vista di chi si considera ancora una persona civile.Obama vede con una certa apprensione l’espansione economica della Russia e sta cercando di arginare la sua potenza e la sua influenza nei Paesi dell’Est. E la sorte sembra sorridere a favore di Obama&friends: la tragedia dell’aereo della Malaysia Airlines, con a bordo 398 civili, precipitato nella zona di Donetsk (teatro degli scontri tra le due parti in lotta) in quanto abbattuto da un missile lanciato dai filorussi, ha fatto sì che Obama ritornasse a ricoprire la parte dell’eroe e Putin quella del lupo cattivo. E mentre Olanda, Australia e molti altri Paesi piangono le loro vittime, tra cui compaiono anche ottanta bambini e luminari nella lotta contro l’AIDS, gli USA e l’Unione Europea meditano sulle possibili sanzioni da scagliare contro Putin, il Petrificus Totalus che lo dovrebbe tenere buono per un po’. Ma Putin ha prontamente ricordato che le sanzioni hanno conseguenze non solo su chi le subisce, ma anche su coloro che la infliggono, una minaccia velata da non sottovalutare, soprattutto se hai a che fare con una potenza energetica e industriale come la grande madre Russia. Anche il Ministro degli Esteri italiano Mogherini, durante una riunione con gli altri ministri degli esteri europei, hai espresso la sua preoccupazione per un possibile scontro a viso aperto con la Russia data la precarietà attuale della nostra economia. Che fare allora? Si sta tentando una mediazione diplomatica tra filorussi e il governo di Kiev, ma dato il precedente siriano la pace sembra lontana e la sua attesa porterà ad una nuova scia di morte. Se l’Ucraina fosse stato uno scatolone di sabbia non credo che le due superpotenze si sarebbero scomodate a mandare il loro aiuto, ma qua il traino economico è troppo grande per non mettere ciascuno il proprio zampino. E scommetto che stanno intervenendo indirettamente  nella nuova guerra tra Israele e Palestina, nella polveriera che Gaza ormai rappresenta: dall’invio di armi alle fazioni in lotta, al parlare nuovamente di “legittima difesa” di Obama a sostegno di Israele fino al votare o meno risoluzioni ONU sull’aprire un’inchiesta sui crimini di guerra commessi a Gaza.

 

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Sembra davvero di essere tornati ai tempi di Carter e Breznev, quando gli interessi economici delle due superpotenze calpestavano vite umane in nome di ideologie che  appaiono false come il mostro di Loch Ness, ma che ritornano di nuovo a far tremare il mondo intero.

About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Ha vissuto qualche mese in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Risiede attualmente in Svezia per seguire un master in Media & Communication Studies Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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