tumblr_mczd7bM6Dv1qkuilto1_1280

“La Ricotta” di Pasolini: il cinema come mezzo di denuncia

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
pasolini-pier-paolo-la-Ricotta
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è stato un poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo ed editorialista italiano

Il cinema è forse la più suggestiva ed entusiasmante forma d’espressione, poiché riesce a rendere dei contenuti in modo leggero, offrendo degli spunti di riflessione talvolta più stimolanti rispetto a quelli che può dare un libro di storia. A chi non è mai capitato di guardare un film per distrarsi e passare i giorni successivi ad arrovellarsi il cervello, a pensare al finale inaspettato o al messaggio subliminale che il regista ha voluto far passare? Quello su cui oggi vogliamo soffermarci è il cinema di denuncia, di critica sociale, inteso come forma d’arte a supporto della triste constatazione che molti dei malesseri della nostra società sono legati al peso che l’opinione pubblica ha nei rapporti sociali e nella determinazione dei modi di agire umano sul piano relazionale.

Il concetto di opinione pubblica, espressione di cui si fa un ampio abuso e con cui si identifica una serie di schermi di dubbia moralità a cui bisogna conformare il proprio modo di essere, è in realtà un concetto polivalente e, soprattutto, cosa non immediatamente percepibile, spesso tale “opinione” è meno “pubblica” di quanto sembri. Il più delle volte, infatti, a dettare le regole non è la generalità delle persone bensì una classe dirigente che vorrebbe con la propria arroganza prendere il sopravvento sui più, decidendo cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è bene e cos’è male, incidendo così su aspetti della persona che se assoggettati a delle regole privano l’uomo della sua libertà.

Questo atteggiamento adottato dai potenti è forse il più grande gattopardismo che sia mai esistito, poiché riconducibile alle classi dirigenti di tutti i tempi. Anche se gli schieramenti politici mutano, infatti, e cambiano le persone, vengono introdotti mestieri sempre nuovi; la brama dell’uomo di imporre le proprie regole e di prevaricare sul prossimo non passa mai, ma sembra anzi essere il principio cardine di tutte le società.

Un’opera cinematografica, spesso sottovalutata e forse non molto conosciuta, che esprime in modo magistrale questo triste aspetto dell’umanità E’ una serie di cortometraggi prodotta nel 1963, Ro.Go.Pa.G., intitolata così al fine di identificare i quattro registi: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. Tra i quattro, che piuttosto che cortometraggi all’interno di una serie sarebbe  opportuno definire segmenti di un unico film, quello che maggiormente mette in evidenza questo aspetto e che, anche preso isolatamente, è un perfetto esempio della superbia dell’uomo potente che se unita al sadismo può anche uccidere, è La Ricotta di Pasolini. Un’opera completa e poliedrica, capolavoro dal punto di vista cinematografico, letterario e filosofico, per la valenza storica, sociale e politica. Esso infatti rappresenta un’aspra critica nei confronti della classe borghese del tempo, costituita da un insieme di soggetti apparentemente molto colti ma sostanzialmente vuoti, colmi di congetture di cui servirsi per offendere i proletari che, non avendo pane per sfamarsi e acqua per dissetarsi, dei loro discorsi e dei loro formalismi non sapevano cosa farsene.

ricotta1Collocabile nella categoria del metacinema, poiché oggetto della rappresentazione cinematografica è proprio la produzione di un film sulla passione di Cristo, finisce per fondere e volutamente per confondere i ruoli interpretati dagli attori nel film con i ruoli incarnati da quelle stesse persone nella società in cui vivono, a partire dal regista (ruolo interpretato dal grande Orson Welles). Uomo saccente e sadico nei confronti di tutti e anche di chi si avvicina a lui in punta di piedi per intervistarlo, intriso di una cultura nozionistica, inchiodata al passato non meno di quanto lo sia lo stesso Cristo alla croce, e statica fino al punto che non gli consente di aprirsi la mente (unica funzione che la cultura, quella vera, dovrebbe avere) fino allo stesso attore protagonista, Stracci, che nel film dovrebbe rappresentare Gesù Cristo e che nella realtà è un sottoproletario di cui gli altri attori (appartenenti invece alla classe borghese) non fanno altro che prendersi gioco conoscendo la sua fame repressa, la sua insoddisfazione, il suo senso di inferiorità che egli aveva maturato proprio in conseguenza del loro continuo ridere di lui.

Egli nutre questo complesso di inferiorità perfino nei confronti di un cane che, pur essendo solo un animale, era il cane di una miliardaria. Ed è a questa sua condizione e non all’istinto animalesco che Stracci associa il furto della ricotta che aveva lasciato incustodita durante la ripresa del film e che avrebbe dovuto mangiare a pranzo. La morte di Stracci, conseguenza di un’indigestione causatagli da un’abbuffata a cui era stato invitato dagli altri attori al solo scopo di deriderlo per l’ennesima volta,  è una perfetta metafora della terribile realtà che lascia in vita solo i più forti, intendendo con questa espressione quegli uomini che sono residui di culture forti, come la sovranità del capitale e il cattolicesimo più bigotto. Oggetto dello scherno di tutti i presenti, in un modo non meno umiliante di quello in cui morì Cristo stesso, Stracci viene rimpianto in un alone di disumana compiacenza perché <<era il solo modo che gli restava per ricordarci che era vivo anche lui>> e non per la sua morte spietata e ingiustamente provocata.

Da questa frase finale, si denota la scarsa considerazione che avevano gli uomini di basso rango. Si denota, ancora, come il valore di un’intera vita dipendesse esclusivamente dalla classe sociale di appartenenza. La realtà raccontata da Pasolini non è una storia d’altri tempi, proprio perché ricorda molto anche la nostra, quella in cui i piccoli, i lavoratori sottopagati, i commercianti che soffrono la crisi e tutti gli strati deboli della società, finché non commettono gesti forti e non sono protagonisti di vicende eclatanti, raramente vengono notati da chi comanda.

Il mondo chiuso, di cui il cortometraggio di Pasolini si fa portavoce e massima espressione e in cui il concetto di rispetto viene travisato e vissuto come rispetto del sacro e delle forme astratte piuttosto che delle persone in quanto tali, trovò conferma nella grande diffidenza con cui lo stesso venne accolto dalla critica e dal pubblico del tempo.

Erano, infatti, gli anni del centrismo politico e del congelamento costituzionale, il periodo in cui i diritti fondamentali dell’uomo (in primis la libertà di espressione) previsti dalla Costituzione così come anche l’indipendenza della Chiesa dallo Stato, erano stati introdotti ma non attuati perché ostacolati dal potere politico di allora. Pasolini fu infatti accusato di “vilipendio alla religione di Stato” (reato ora fortunatamente abolito in seguito all’acclamazione del principio di laicità) e il povero regista, il cui intento era proprio quello di muovere (attraverso la sua opera) una critica all’esistenza di reati assolutamente ridicoli come quello per il quale egli stesso si ritrovò ad essere condannato, fu costretto a modificare alcune battute ritenute blasfeme e a censurare alcune scene ritenute scandalose. Dovette paradossalmente adeguare a quegli stessi standard che attraverso il suo lavoro voleva denunciare.

Consigliamo la visione de La Ricotta, quindi, perché riteniamo abbia tutte le carte in regola per essere un pilastro del cinema corto, seppur non sia mai stato elogiato e pubblicizzato nella misura in cui avrebbe meritato. Ma anzi, fu ostacolato per motivi assolutamente difformi dai parametri attraverso i quali un film dovrebbe essere valutato. Non sempre l’opinione pubblica ha ragione e non si può censurare un’opera straordinariamente così attuale, oltre che portavoce del pensiero pessimista di un uomo che fatica a conformarsi agli schemi, che denuncia una triste realtà intrisa di clichés e di standards ai limiti del paradosso, purtroppo ancora presenti in tutte le società, perché probabilmente connaturate nell’umanità stessa.

 

ricotta

 

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

 

About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *