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“Revenant – Redivivo”: estetica ed etica dello sguardo

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Alejandro González Iñárritu (1963) è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico messicano. I suoi film da regista comprendono “Amores perros”, “21 grammi”, “Babel”, “Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” e “Revenant – Redivivo”

Regole ferree stanno alla base del cinema rigoroso di Alejandro González IñárrituEmancipazione dal superfluo, da tutto ciò che non rientra nel vero territorio del cinema, che deriva da altre esperienze. Niente luci artificiali, costanti rumori dell’ambiente, soggetti puramente biografico-letterari e ricerca nel tradurli visivamente, in modo che diventino non più fabbrica di storie ma di segni. Essi si soffermano sul come più che sul cosa raccontare. La lunga esperienza di osservazione della realtà, concretizzatasi in una nutrita produzione cinematografica antecedente al suo cinema, fa di Iñárritu un narratore realistico di storie complesse. Questa profonda, ostinata aderenza alla realtà potrebbe far pensare che il cinema di Iñárritu si ispiri allo statuto del racconto verosimile, ma il rapporto che si instaura tra il regista e il mondo esterno è molto più articolato di quanto si possa pensare. Esempio ne è l’ultima fatica del regista, Revenant – Redivivo dopo Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), anno 2014. Il film è stato scritto dallo stesso Iñárritu e da Mark Smith ed è basato sull’omonimo romanzo del 2003 ed è parzialmente ispirato alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento e che nel 1823, durante una spedizione commerciale nei territori dove nasce il Missouri, fu abbandonato in fin di vita dai suoi compagni, riuscendo a sopravvivere. La pellicola vede come protagonista Leonardo DiCaprio, affiancato da Tom Hardy. Più che parlare di verosimile è più corretta la definizione del “vero ricreato” che rimanda ad un iperrealismo.

Rifuggendo il verosimile, oltrepassando gli oggetti e gli eventi, il racconto di Revenant – Redivivo diviene luogo metaforico e reinvenzione del reale. Infatti oltre la superficie opaca dell’agire dei protagonisti, avvertiamo in essi una fisicità non fine a se stessa, ma piuttosto una pulsione di natura metafisica, che nasce dall’assenza del mondo che li circonda: il mondo come non-luogo, il luogo del nulla (il Nord Dakota).

ux59kb4kb8ebvb9kinirEncomiabile è l’interpretazione di Leonardo DiCaprio, a cui si deve una recitazione meravigliosamente sopra le righe. Il suo Hugh Glass è memorabile: vive nella piena consapevolezza di ciò che egli è e di ciò che il proprio mondo rappresenta, accettando lucidamente ciò che questo tipo di esistenza comporta, seppure concedendosi degli sprazzi di umanità. L’attore non dice una parola per circa quaranta minuti, con una espressione che trasmette mille emozioni riuscendo a impossessarsi pienamente dell’incantesimo della figura di Glass. DiCaprio tiene la scena con invidiabile presenza di voce, alternando recitazione e silenzi, e liberando un grido tagliente da brividi. La rara sensibilità dell’interprete restituisce tutte le sfumature di una figura di pena, destinata al martirio della carne. Tradito dai suoi compagni – uno in particolare Fitzgerald (Tom Hardy) che lo abbandona uccidendo anche il “figlioccio” indiano Hawk e mentendo conseguentemente al forte al suo “capitano” che dà per scontata la fine del valente compagno – Glass va incontro a indicibili sofferenze spesso dettate dalla bieca natura umana. Hardy interpreta con grande disinvoltura il proprio ruolo, senza spingere al massimo il pedale dell’artificio, della retorica, attraverso una gestualità da navigato attore, una dizione non artefatta (nella versione in lingua inglese), una rudezza greve compensata a tratti da un’astuzia verbale coinvolgente, persuasivo e provocatorio.

L’ambiente circostante raramente si fa relazionale. Il regista, esattamente come in Birdman, si è sforzato di giungere al pensiero che è dietro l’azione, tesa a scoprire l’interiorità psicologica dei personaggi.

La camera è lasciata libera di veicolare una fortissima impressione di realtà con un’attenzione smisurata alle azioni più insignificanti, nella registrazione maniacale di ogni rumore che si produce; l’operatore tiene dietro alle cose e si annulla. Nel film prevale la lotta, la ricerca, l’instabilità, l’alienazione, una macchina da presa estremamente libera e dinamica segue o precede i movimenti frenetici dei personaggi. Il loro movimento diventa illusione di vita, ma anche fuga e ricerca. Dopo aver cercato invano, i personaggi si fermano, riflettono, scoprono un barlume di verità, forse se stessi. Il silenzio, la solitudine, la disperazione sono tanto più avvertibili quanto più il mondo che circonda i personaggi si muove, ottuso ed estraneo allo sguardo di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) o John Fitzgerald (Tom Hardy).

Film dalla violenza delle immagini e narrazione inaudite. Uomo contro uomo, natura contro uomo, animali contro uomo. Le inquadrature in campo lunghissimo rivelano un Inverno terribile in cui lo stesso protagonista ne patisce e percepisce l’impossibilità della sopravvivenza.

Il tema della vendetta è solo marginale, solo un pretesto per costruire una storia che in fin dei conti mostra il lato oscuro del genere umano e che anche nell’orrore non viene meno l’attaccamento a ciò che resta della vita.

 

 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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