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Referendum in Ungheria: le due visioni di Europa

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Il confronto potrebbe spingersi ancora più in là e guardare oltre i confini dell’Europa. Ci accorgeremmo che non ci troviamo di fronte ad una momentanea crisi continentale ma ad un fenomeno globale. I numeri europei rimpiccioliscono se comparati in prospettiva internazionale

In Ungheria il 2 Ottobre si è votato per il referendum sulla risoluzione proposta dall’Unione Europea alla questione migratoria, questione la cui portata non va sottovalutata perché ha le potenzialità di determinare il futuro aspetto dell’integrazione nel Vecchio Continente.

L’Ungheria è stata fin dall’inizio uno degli Stati più attivi nel cercare di influenzare il dibattito e, quindi, le politiche migratorie a livello europeo. Questo non è un caso perché l’Ungheria è uno dei Paesi europei maggiormente toccati dall’arrivo dei migranti attraverso la rotta balcanica. Per comprendere la situazione, è possibile fare un confronto con l’Italia: secondo l’Eurostat, nei primi tre mesi del 2015 l’Ungheria aveva ricevuto 33.550 richieste d’asilo, più del doppio rispetto all’Italia che nello stesso periodo ne aveva ricevute 15.430. Questi dati risultano sconvolgenti soprattutto se si prendono in considerazione le differenze dei due Stati in termini di estensione territoriale, popolazione e PIL. Nei primi mesi del 2015, il numero di richieste per milione di abitanti in Italia erano 225, in Germania (primo Paese per richieste d’asilo) 1030, in Ungheria 3395.

Giugno 2015, la risposta ungherese a questa situazione è stata la costruzione di una recinzione spinata ai suoi confini, giustificata con la necessità di costringere i flussi migratori a passare per i controlli di frontiera in modo tale da essere in grado di registrare e gestire efficacemente le persone che valicano i confini di Schengen. Nel Marzo del 2016, questo confine è stato rafforzato dalla presenza dell’esercito. La scelta di costruire un muro è stata largamente condannata a livello internazionale come un simbolo di chiusura dell’Europa verso il mondo. Ad aggravare la percezione ha contribuito il fatto che il Governo ungherese ha parallelamente portato avanti una campagna anti-migratoria che mirava a confondere i confini tra migrazione economica, diritto riconosciuto internazionalmente di richiedere asilo, e terrorismo.

È importante sottolineare che la retorica ungherese e la costruzione della recinzione hanno provocato una frattura nel dibattito anche all’interno degli altri Stati membri. Questo ha contribuito ad una lenta trasformazione della retorica dell’opposizione europea, che è diventata più moderata: in pochi mesi si è passati dall’annuncio della Germania di accogliere i rifugiati siriani all’accordo con la Turchia e alla sospensione di Schengen dalla parte di molti Paesi.

Come reazione alla situazione che stava diventando tesa, nel Settembre del 2015, il Consiglio dell’UE ha approvato il piano della Commissione di redistribuire (nel corso di due anni) 120.000 richiedenti asilo da Italia, Ungheria e Grecia. Il piano prevedrebbe la ricollocazione di queste persone in ogni Stato europeo sulla base di quote definite, utilizzando criteri quali la dimensione della popolazione e il PIL del Paese. Con la proposta della Commissione di Settembre 2016, questo schema dovrebbe diventare permanente in caso di crisi, per superare i limiti dimostrati dal sistema legale di Dublino permettendo una redistribuzione equa dell’onere di esaminare le richieste tra gli Stati membri. Tuttavia, per ora le quote sono state fissate solo su base volontaria e nemmeno il target iniziale dei 120.000 è stato raggiunto.

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Fortress Europe

L’Ungheria – insieme a Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania – aveva votato contro il piano della Commissione. Questi Stati, però, non erano grandi abbastanza da formare una minoranza di blocco e impedirne l’approvazione. Ma perché l’Ungheria avrebbe votato contro una risoluzione del problema ad essa favorevole? Dal punto di vista ungherese, la ricollocazione di migranti provenienti dal Medio Oriente porterebbe ad un cambiamento della composizione sociale e culturale della popolazione. Per questo, la decisione di approvarla sarebbe di competenza interna allo Stato e non dell’Unione Europea. Ed, infatti, Ungheria e Slovacchia hanno portato la questione di fronte alla Corte di Giustizia Europea. In Ungheria – e in generale nell’Est Europa – il concetto di identità sociale e culturale della Nazione è stato avvalorato da cinque secoli di occupazione straniera e dall’imposizione di confini politici che non coincidono con la mappa demografica della regione. Tuttavia, sono diffuse in tutta Europa le preoccupazioni per un sistema di ricollocamento che viene forzato sugli stessi rifugiati, che non viene accompagnato dalla proposta di un modello di integrazione nuovo ed efficace e che non riflette su questioni pratiche quali agevolare l’accesso di queste persone al mercato di lavoro del Paese ospitante. Avendo rigettato la risoluzione ed avendo affermato di non voler essere considerata uno dei beneficiari del meccanismo di ricollocamento, l’Ungheria dovrebbe ora accettare la ricollocazione di 1294 rifugiati sul proprio territorio. Ed è qui che entra in gioco il referendum del 2 Ottobre.

La scelta di far votare la popolazione sulla questione è giustificata dal Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, con il fatto che il meccanismo di ricollocazione influenzerà la vita delle persone e che, quindi, il loro volere dovrebbe essere consultato. Tuttavia, di per sé, il risultato non ha alcun valore legislativo. Si tratta di un ulteriore tentativo da parte del Governo locale di influenzare la politica europea in materia migratoria, ma è anche uno strumento – non nuovo nella carriera politica di Viktor Orbán – per mobilitare e unire la popolazione ungherese, che è divisa non soltanto sulla politica migratoria ma anche su questioni interne economiche, sociali e culturali. Questo diventa piuttosto evidente di fronte al controverso quesito elettorale («Volete che l’Unione Europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del Parlamento?»), ai toni e all’ammontare dei soldi spesi per la campagna a favore del No: 48,6 milioni di euro. Nonostante tutto, il Governo porta a casa solo una mezza vittoria: il referendum risulta annullato a causa del mancato raggiungimento del quorum – soltanto il 43,42% degli elettori ha votato. Tuttavia, il 98% dei votanti ha risposto No al quesito. Questo 98% corrisponde a 3 milioni e 204 mila persone, numero che supera i 3 milioni e 56 mila elettori che avevano votato a favore dell’entrata dell’Ungheria nell’UE nel referendum del 2003. Questo risultato non solo verrà utilizzato da Viktor Orbán per modificare la Costituzione ungherese, ma rafforzerà anche il suo potere negoziale in sede al Ministro dell’Unione Europea poiché il suo mandato è stato legittimato dal voto popolare.

Dunque, sebbene il referendum ungherese non sia stato accolto in Europa con lo stesso stupore di quello greco del 2015 o quello britannico dello scorso Giugno, esso ha la stessa capacità di ridefinire il futuro dell’integrazione europea non solo per quanto riguarda i valori che la guidano, ma anche in termini di assetto decisionale. Infatti, si contrappongono due visioni di Unione Europea: da una parte un’Unione attiva nel gestire non solo questioni economiche, ma anche quelle sociali e culturali, per distribuire costi e benefici; dall’altra, un’Unione minimalista, che interviene solo nei settori in cui lo Stato lo ritiene vantaggioso.

Di certo, quello che possiamo concludere da questa faccenda è che – vista e considerata che la questione migratoria è calda per il momento e lo sarà per gli anni a venire – occorre trovare una soluzione sostenibile nel lungo periodo tenendo in considerazione anche gli effetti che essa può avere sulla popolazione europea.

Al fine di evitare che le falle nel sistema utilizzato possano divenire strumentalizzate proprio come in questo referendum.

 

epa04717669 Hungarian Prime Minister Viktor Orban arrives at an EU Summit in Brussels, Belgium, 23 April 2015. The leaders of the European Union meet in Brussels to tackle an escalating migration crisis and the daily arrival of hundreds of would-be asylum seekers and migrants crossing the Mediterranean. EPA/STEPHANIE LECOCQ
Viktor Mihály Orbán (1963) è un politico ungherese. È il Primo ministro dell’Ungheria dal 2010. Lo è stato precedentemente tra il 1998 e il 2002. È leader del partito Fidesz-Unione civica ungherese

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Laureata in politica economica eurasiatica ed energia al King's College London, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Attualmente lavora a Bruxelles come Campaign Officer per lo European Civic Forum.

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