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Referendum trivelle: analisi e guida al voto

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11885236_397423023798968_2891071419635961301_nNella giornata di oggi, Domenica 17 Aprile, i cittadini italiani sono chiamati alle urne per il referendum abrogativo sul tema dell’estrazione di gas e petrolio in mare. L’osticità dell’argomento ha gettato l’opinione pubblica in diverbi poco attinenti, spesso generati dall’influenza di campagne pubblicitarie fuorvianti. L’estremizzazione di una pseudo-lotta tra ambientalisti e industriali, il pericolo di una perdita imminente dei posti di lavoro, il salvataggio dei nostri fondali da un disastro ambientale, la totale dipendenza del fabbisogno nazionale alla “miriade” di giacimenti coinvolti, il boicottaggio o la rivalsa del diritto al voto. E’ necessario, quindi, attenersi fedelmente al bivio di fronte al quale il quesito referendario ci predispone, senza dietrologie e spettacolarizzazioni. Cercando piuttosto di indicare la via da seguire, secondo il parere di ciascuno, con coscienza.

 

  • DA DOVE NASCE QUESTO REFERENDUM

L’iniziativa referendaria è nata il 6 Luglio del 2015, dalle organizzazioni ambientaliste Coordinamento Nazionale No Triv e l’Associazione A Sud Ecologia e Cooperazione. In realtà, il movimento Possibile di Giuseppe Civati aveva già presentato otto quesiti in precedenza, di cui due riguardanti proprio le trivellazioni in mare, senza però raggiungere la soglia delle cinquecentomila firme necessarie. Le due organizzazioni, invece, hanno deciso di avvalersi del potere di iniziativa referendaria di cui i consigli regionali (minimo cinque, art. 75) dispongono, secondo la nostra Costituzione. Entro il termine del 30 Settembre (legge 25 Maggio 1970, n. 352) per la deposizione di sei quesiti che verranno esaminati dall’Ufficio centrale costituito presso la Corte di Cassazione, dieci Regioni – Abruzzo (poi ritirata), Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, MarcheMolise, Puglia, Sardegna e Veneto – hanno formalmente approvato la richiesta di indizione referendaria. Di queste, otto presentano un Governo capitanato dal centrosinistra. Vediamo insieme i (sei, ridotti ad uno soltanto dalla Corte Costituzionale) quesiti inizialmente presentati:

 

  1. abrogazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi (articolo 38, comma 1, del cosiddetto decreto Sblocca Italia, vale a dire del decreto-legge 12 Settembre 2014, n. 133, convertito con modificazioni dalla legge 11 Novembre 2014, n. 164) ;
  2. abrogazione della nuova procedura di approvazione del cosiddetto piano delle aree di estrazione degli idrocarburi (articolo 38, comma 1-bis, del cosiddetto decreto Sblocca Italia) ;
  3. abrogazione della nuova disciplina sulla durata delle attività autorizzate dal nuovo titolo concessorio unico (articolo 38, comma 5, del cosiddetto decreto Sblocca Italia) ;
  4. abrogazione del potere sostitutivo dello Stato di autorizzare, in caso di rifiuto delle amministrazioni regionali, le infrastrutture e gli insediamenti strategici, inclusi quelli necessari per trasporto, stoccaggio, trasferimento degli idrocarburi in raffineria e altre opere strumentali per lo sfruttamento degli idrocarburi medesimi (articolo 57, comma 3-bis, del cosiddetto decreto Semplifica Italia, vale a dire del decreto-legge 9 Febbraio 2012, n. 5, convertito con modificazioni dalla legge 4 Aprile 2012, n. 35) ;
  5. abrogazione del potere sostitutivo dello Stato di autorizzare, senza concertazione con le Regioni, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi (articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 Agosto 2004, n. 239) ;
  6. abrogazione della possibilità di proroga delle estrazioni fino all’esaurimento dei giacimenti, solo per le concessioni marittime già rilasciate che distano meno di dodici miglia nautiche internazionali dalla costa (articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 Aprile 2006, n. 152) .

 

Alla fine, dopo il gudizio legittimo espresso in precedenza dalla Corte di Cassazione per tutti e sei i quesiti, la stessa ha riesaminato la proposta di indizione, respingendo i primi cinque (per via delle modifiche promosse ed introdotte in Parlamento, nel mentre, dall’attuale Governo presieduto da Matteo Renzi). Sostanzialmente, dunque, il referendum popolare verte soltanto sull’ultimo punto concernente la <<[…] possibilità di proroga delle estrazioni fino all’esaurimento dei giacimenti, solo per le concessioni marittime già rilasciate che distano meno di dodici miglia nautiche internazionali dalla costa>>.

 

 

  • NUMERI E STATISTICHE

In questo scontro tra Montecchi e Capuleti, citiamo qualche dato. A partire dal 2010 – l’anno del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico – il nostro Paese vieta la costruzione di nuove piattaforme entro le dodici miglia marittime. Sui centotrentacinque impianti di estrazione (più metano che petrolio) totali presenti nei nostri confini, novantadue (settantadue di proprietà dell’Eni) si trovano entro i venti chilometri. Di queste, quarantotto ad oggi sono eroganti: le concessioni messe in discussione riguardano soltanto trentacinque piattaforme, in scadenza tra il 2018 e il 2034. Nel 2015 hanno contribuito al 28,1% della produzione nazionale di gas e al 10% di quella petrolifera. In totale, hanno ricoperto rispettivamente il 3% e l’1% dei consumi nostrani (crisi economica inclusa). Cifre irrisorie, in proporzione al fabbisogno di 1.235.000 barili giornalieri di cui l’Italia necessita. E ancora, se utilizzassimo (a pieno regime) tutte le riserve di petrolio e di metano presenti nel nostro territorio, basterebbero soltanto per un anno e tre mesi il primo e due anni il secondo. Risulta evidente, quindi, come l’Italia disponga da sempre di risorse alquanto precarie. Secondo la legge n. 99  del 23 Luglio 2009, nel Bel Paese le aliquote di prodotto – o royalties – corrispondono al 10% sulle estrazioni terrestri e del 7-10% in quelle marittime (molto basse rispetto alla media europea, se consideriamo ad esempio l’82% dell’Inghilterra). Poiché la normativa prevede l’esenzione del pagamento delle royalties per le prime estrazioni effettuate – petrolio: ventimila tonnellate sulla terraferma, cinquantamila in mare / metano: venticinque milioni di metri cubi sulla terraferma, ottanta milioni in mare – nel 2015 soltanto nove giacimenti hanno superato la cosiddetta franchigia, versando quanto dovuto.

 

  • PERCHÉ VOTARE SÌ

No-trivelle

Analizziamo le motivazioni di coloro che sono favorevoli all’abrogazione. Il già citato disastro ambientale, la contaminazione e lo sprofondamento dei sedimenti marini, l’aumento del rischio di terremoti/maremoti (da accertare, ovviamente), la salute degli animali (e dei loro consumatori), tutto ciò che si trova a coabitare con gli impianti di estrazione. E ancora gli interessi delle lobbies che continuerebbero ad estrarre le nostre – esigue – risorse pagando poco o nulla (poiché senza la fretta di una scadenza, non troverebbero alcun interesse nell’esaurimento del giacimento, superando la franchigia) con la proroga delle concessioni (solitamente dalle durate trentennali), il calo del turismo e, soprattutto, la scommessa – nel tempo – delle energie rinnovabili e il progressivo abbandono di quelle fossili. Da rivendicare con un voto simbolico e, quindi, politico. Stando ai numeri analizzati in precedenza, infatti, si tratta di cifre molto basse e che non andranno certamente a guastare i parametri nazionali, qualora il dovesse uscire vincitore dalle urne (e con il 50%+1 degli aventi diritto).

 

  • PERCHÉ VOTARE NO

logoottimisti

Pareri differenti, invece, guidano coloro che opteranno per il No (qualora decidessero di recarsi al seggio). Lo spreco delle risorse nazionali, l’incremento delle importazioni dall’estero, la costruzione di impianti stranieri a ridosso dei nostri confini, il rischio dell’aumento di navi petroliere presenti nelle acque italiane. E ancora l’inutilità del quesito referendario sulla facoltà di innescare un ipotetico ripensamento economico e strategico sul tema delle politiche energetiche, l’ipocrisia di un’epoca in cui tutti dipendiamo incommensurabilmente dalle energie fossili, la svogliatezza smisurata dei poteri forti a cambiare rotta, la paura degli oltre quarantuno mila posti di lavoro a rischio, il tempo necessario affinché qualcosa possa effettivamente cambiare (a livello nazionale ed internazionale). Qualora dovesse prevalere il No, o non fosse raggiunto il quorum, tutto rimarrebbe immutato: come se il referendum non fosse mai esistito.

 

  • L’IMPORTANZA DEL VOTO, A PRESCINDERE

Benché ciascuno sia libero di scegliere se esprimere il proprio voto o meno, non possiamo non sottolineare l’invito all’astensione giunto dalle più alte cariche dello Stato. Un atteggiamento poco onorevole, sebbene le motivazioni del Partito Democratico siano – in un certo senso – comprensibili. Abbiamo più volte ribadito come le statistiche ci indichino dei numeri irrisori, ma soprattutto come otto delle dieci Regioni che hanno presentato l’indizione referendaria appartengano al centrosinistra: il quesito a cui ci sottoporremo domani ha un sapore fortemente politico. Una chiara sfiducia all’attuale Governo, dal suo stesso partito di riferimento. Una lotta interna al PD e in cui gli altri schieramenti – figuriamoci – non hanno esitato a dire la propria. Non è un caso se il MoVimento Cinque Stelle, Forza Italia, Lega Nord, Sinistra Italiana, Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale e molti altri abbiano deciso di sostenere la campagna del Sì. Come se non bastasse, le dimissioni dell’ormai ex Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e l’inchiesta sul progetto Tempa Rossa (in Basilicata) si manifestano in un momento cruciale per la stabilità del Governo. Un’altra critica rivolta a Palazzo Chigi, poi, è stata la mancata designazione di un’unica data che accorpasse le elezioni amministrative al quesito referendario: oltre ad un evidente scoraggiamento al voto, questa operazione comporta al nostro Paese una spesa aggiuntiva stimata attorno ai 350-400 milioni di euro. Ciononostante, votare resta un diritto e dovere civico: le posizioni di ciascuno rimangono legittime, ma è importante poter dire la propria. Ancor di più in una Nazione che sborsa tali cifre e che poi, paradossalmente, sconsiglia i propri cittadini di recarsi alle urne. Anche se le campagne del Sì e del No si sono rivelate alquanto insufficienti e depistanti, il nostro voto potrebbe comunque rivelarsi un input per coloro che sono chiamati a rappresentarci. Perché in fondo, si sa, <<la sovranità appartiene al popolo>> (art.1 Cost.).

<<Partecipare significa essere buoni cittadini, poi ognuno è libero di farlo nel modo in cui ritiene giusto>>.

(Paolo Grossi – Presidente della Corte Costituzionale)

 

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