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Referendum costituzionale: la Turchia al bivio

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Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938) è stato un militare e politico turco, fondatore e primo Presidente della Turchia dal 1923 fino alla sua morte. È considerato l’eroe nazionale turco nonché il “padre” della Turchia moderna

La Turchia, popoloso Stato del Mediterraneo orientale con quasi settantanove milioni di abitanti censiti nel 2014 rappresenta da secoli il ponte fra Europa e Asia, fra cultura cristiana e cultura islamica, fra Occidente e Oriente. Un ponte che, oggigiorno, sembra sempre più fragile e più insicuro.

Due giorni fa il suo Presidente, Recep Tayyip Erdoğan, ha nuovamente insultato le autorità olandesi e tedesche ree di aver interdetto alcuni comizi di esponenti politici del proprio partito Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP, trad: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), attualmente in campagna elettorale anche nelle comunità turche all’estero, in Europa e nel Medio Oriente, per sostenere il al referendum costituzionale voluto dall’AKP per trasformare la Turchia in una Repubblica Presidenziale anziché Parlamentare, accentrando ulteriormente il potere nelle mani di Erdoğan. Non è certo l’unico momento di scontro fra Turchia e Stati del Vecchio Continente: da mesi ormai l’Unione Europea è nel mirino della feroce retorica del Presidente nazionalista, indicata non più come il partner strategico ed economico a cui guardare ma come un avversario ingiusto e infido con cui confrontarsi.

Nella retorica di Erdoğan i riferimenti alle Crociate, alla «Guerra Santa», a supremazie culturali ottomane, si mescolano con minacce tradizionali (rivendicazioni su Cipro e sulle isole greche del Mar Egeo accompagnate da sconfinamenti di mezzi militari navali ed aerei) e di nuovo tipo (non rispetto dell’accordo di gestione dei migranti su suolo turco e scarsa collaborazione nella lotta internazionale al terrorismo jihadista). Di fronte ad una escalation diplomatica di così ampia portata viene naturale chiedersi cosa ci sia di vero e, soprattutto, quale sia il motivo.

Facciamo qualche passo indietro alle origini della Turchia moderna. La Repubblica Turca nasce nel 1923, a seguito della rivoluzione degli insorti legati al Movimento Nazionale Turco guidati da Mustafa Kemal Atatürk, un comandante militare distintosi durante la battaglia di Gallipoli, fu intrapresa la Guerra d’indipendenza turca, che era mirata a revocare i termini del Trattato di Sèvres con cui le potenze uscite vittoriose dalla Prima Guerra Mondiale avevano spartito i domini dell’Impero Ottomano assoggettandone larghe porzioni di territorio. Il 18 Settembre 1922 le armate greche furono espulse dalla penisola anatolica. Il 1° Novembre, il neo-fondato Parlamento turco abolì formalmente il Sultanato, concludendo così seicentoventitré anni di impero. Il Trattato di Losanna del 24 Luglio 1923 portò al riconoscimento internazionale della nuova “Repubblica di Turchia” come Stato successore dell’Impero Ottomano, e la Repubblica fu ufficialmente proclamata il 29 Ottobre 1923, nella nuova capitale Ankara. Mustafa Kemal divenne il primo Presidente della Turchia e successivamente introdusse molte riforme radicali con lo scopo di fondare una nuova Repubblica laica e socialista sui resti del suo passato ottomano, modernizzando e occidentalizzando il Paese. Secondo la legge sui nomi familiari, il parlamento turco presentò Mustafa Kemal con il soprannome onorifico Atatürk (padre dei turchi) nel 1934, che continuò a governare il Paese fino alla sua morte, nel 1938.

Da allora Atatürk e il partito da lui fondato Cumhuriyet Halk Partisi (CHP, trad: Partito Repubblicano Popolare) divennero un riferimento intoccabile, quasi sacrale, nella storia della Turchia. Le imprese della rivoluzione che aveva portato alla fine del Sultanato e alla revisione del Trattato di Sèvres furono vissute come un’epopea, mitica e perfetta, e come tali insegnate alle nuove generazioni. La Turchia kemalista doveva essere laica, perché solo la secolarizzazione permetteva alla modernità e al progresso di avanzare. Doveva essere filo-occidentale perché l’orientalismo del Sultanato aveva condotto il popolo alla rovina. Doveva essere nazionalista, per rimanere coesa ed essere egemone militarmente nell’area. Doveva essere una Repubblica Parlamentare, per non intraprendere nuovamente la strada dell’autoritarismo e dell’autocrazia che per molti secoli avevano contrassegnato la sua storia. E doveva avere una forte presenza dello Stato, per redistribuire la ricchezza, per tenere coeso il popolo e per evitare agli stranieri di impadronirsi delle risorse strategiche del Paese. I militari insorti avevano reso possibile la rivoluzione, ed erano i militari che ne sarebbero stati i custodi: per molto tempo lo stato maggiore dell’esercito turco ebbe un’influenza sul Paese che andava ben aldilà dei compiti di difesa e sicurezza da nemici esterni. Depose Governi, impedì o eseguì a sua volta colpi di Stato, bloccò leggi e ne favorì altre.

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Recep Tayyip Erdoğan (1954) è un politico turco, 12º e attuale Presidente della Turchia

Tuttavia a partire dagli Anni ’70 e soprattutto negli Anni ’80, anche a seguito del mutare del quadro internazionale e dello sgretolamento della vicina Unione Sovietica, la situazione politica del Paese degenerò, aumentando la conflittualità fra le fazioni e la frammentazione partitica. Un grande periodo di crisi politica, economica e sociale attraversò il Paese. I servizi pubblici non erano più erogati in maniera continuativa. La prospettiva economica delle famiglie di vaste aree della repubblica turca peggiorò. I riferimenti politici, amministrativi e militari cambiavano frequentemente e persero credibilità e autorità, soprattutto nel periodo fra il 1987 e il 2002. E fu proprio nel 2002 che il leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, Recep Tayyip Erdoğan, già popolare Sindaco di Istanbul, raggiunse il potere mobilitando il popolo turco in una vasta campagna per il rinnovamento della Turchia, per il cambiamento, per lo sviluppo e contro la corruzione. Non una semplice campagna elettorale, ma un vasto movimento che – a parole, almeno – voleva trarre la Turchia fuori dalla crisi e riportare ordine sul caos. Un movimento che metteva in discussione proprio quei fondamenti della Turchia kemalista che il mondo aveva conosciuto nei settant’anni precedenti.

Il nuovo movimento voleva creare una Turchia nuova. Ed è questa la convinzione di Erdoğan e la chiave in cui vanno lette le sue mosse e i suoi sforzi. Una Turchia che si riappropriasse del passato imperiale, ottomano ed islamico, nel tentativo di destare nuovo orgoglio nazionale e di esercitare una influenza sui popoli musulmani sunniti dell’area del Vicino e del Medio Oriente. Un movimento politicamente ed economicamente di destra, che si contrapponesse al partito kemalista CHP nella volontà di tagliare i servizi pubblici, di contenere la presenza dello Stato e di aprire alle privatizzazioni e agli investimenti stranieri (fra cui nuovi gasdotti e oleodotti di rilevanza internazionale), assieme ad un vasto programma edilizio.

Inizialmente il programma di Erdoğan sembrò funzionare. La Turchia ebbe una scossa economica, e la prolungata permanenza al potere consolidò l’autorità e la forza sua e del proprio partito (AKP). I leader occidentali salutarono positivamente questa nuova fase, pensando ai vantaggi derivanti da una nuova economia in crescita da incorporare nel mercato globalizzato e al possibile ruolo strategico della Turchia nelle vicende internazionali per la sua collocazione geografica contigua al Caucaso, all’Iran e alla Siria. Furono questi forti interessi occidentali che non fecero comprendere per diversi anni che il piano di trasformazione del Paese portato avanti dall’AKP era un piano egemonico, volto a trasformare la Turchia in una forte potenza regionale, accentrando il potere delle sue istituzioni politiche e trasformando una Repubblica Parlamentare seppur imperfetta in un regime autoritario. Solo anni dopo l’avvento al potere dell’ex sindaco di Istanbul, l’Occidente comprese che la trasformazione in corso andava anche contro gli interessi economici e politici occidentali, e non solo a loro vantaggio.

A partire dal 2012, da quando la comprensione del pericolo si è fatta strada nella coscienza diffusa delle classi dirigenti occidentali, le pressioni internazionali sulla Turchia sono notevolmente aumentate. Oggi Erdoğan è isolato, alla guida di un Paese attraversato da forti tensioni interne. Ed è in questo quadro che il Presidente ha firmato il testo della nuova riforma costituzionale, approvato dal Parlamento lo scorso 21 Gennaio e che verrà sottoposto a referendum il prossimo 16 Aprile. Se approvata, cambieranno diciotto articoli della legge madre dello Stato turco e in modo sostanziale. La Turchia passerà a tutti gli effetti da essere una Repubblica Parlamentare a una Repubblica Presidenziale con vasti poteri per il Capo dello Stato garantiti dalla legge. Tra le modifiche previste ci sono la riduzione del CSM turco da ventidue a tredici membri, l’impossibilità da parte del Parlamento di contestare la nomina dei Ministri, il completo controllo dei vertici della polizia, dei servizi segreti e delle forze armate da parte del Presidente e la possibilità per lo stesso, se rieletto, di rimanere al potere fino al 2029.

 

 

Un cambiamento enorme, il completamento di un percorso che viene da lontano. Ma questa ulteriore sterzata in senso autocratico ha avuto un effetto ostile sull’opinione pubblica. Tutti i sondaggi sul referendum costituzionale danno nettamente per sconfitta la riforma. Tutte le ricerche pubblicate nei giorni scorsi danno il No vincitore con una percentuale che varia dal 46,6% al 54%. Il 9% degli elettori del partito presidenziale, l’AKP è ancora indeciso, mentre i suoi alleati del Partito Nazionalista (MHP) hanno una percentuale di indecisi pari al 15% oltre ad un 50% che risulta orientato per il No. Una situazione difficile. Ed ecco spiegato perché Erdoğan miri a creare un clima di indignazione popolare e di risentimento nazionalista e identitario per compattare il Paese sotto la sua guida (e nelle urne). Ed ecco perché i Paesi occidentali stanno cercando di minare la campagna elettorale dell’AKP nelle comunità turche all’estero presenti nei propri territori: una sconfitta al referendum sarebbe determinante nello scuotere il prestigio e il potere di Erdoğan, sia in Turchia che nel suo stesso partito.

Da mesi nell’AKP aleggia il malumore per questo referendum. Binali Yildirim, Primo Ministro della Turchia, ha avuto grandi difficoltà nel tenere compattato il partito e convincerlo del possibile successo del 16 Aprile prossimo. In molti hanno consigliato ad Erdoğan di fare un passo indietro. Tuttavia il Presidente ha deciso di andare al voto e di giocarsi il tutto per tutto facendo leva sull’emergenza terroristica che attanaglia il Paese. Da giorni molti quotidiani titolano che allineati sul fronte del No ci sono anche il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (che in Turchia sono considerati un’organizzazione terrorista-separatista), e Fethullah Gülen (la presunta eminenza grigia della politica turca in esilio volontario negli USA, un tempo alleato di Erdoğan e oggi suo maggiore nemico) voteranno contro il referendum. E naturalmente si parla dell’influenza occidentale a favore del No. Viene presentata come una lotta fra l’orgoglio e l’indipendenza della Nazione sotto Erdoğan e la coalizione dei nemici esterni ed interni. Si respira un’aria, insomma, da battaglia finale.

Ci si potrebbe ora chiedere perché Erdoğan abbia deciso di procedere dritto per la sua strada, sapendo che è tutta in salita e che potrebbe essere una Caporetto. La risposta potrebbe tuttavia essere semplice: non aveva alternative. Se Erdoğan avesse rinunciato alla consultazione referendaria, sarebbe suonata come l’ammissione di una possibile sconfitta e la dimostrazione che la sua era di potere pressoché illimitato era finita non solo nel Paese ma anche nel suo partito. L’ipotesi di un presidenzialismo forte ai turchi non è mai piaciuta e le resistenze sono ancora forti. Ma Erdoğan non può rimandare il voto perché è consapevole che le cose possono solo peggiorare: i cambi della lira turca sull’euro e sul dollaro sono fuori controllo da tempo. L’economia nel Paese, su cui Erdoğan aveva fondato gran parte della propria credibilità politica, sta attraversando un periodo di stasi ormai molto lungo e nei prossimi mesi inizierà a peggiorare. Tentare la sorte, forte anche del fatto che il popolo turco in gran parte lo appoggia ancora perché non vede alternative effettivamente praticabili, deve essergli sembrata la cosa migliore da fare. Se gli riesce, allora la Turchia gli consegnerà definitivamente le chiavi del suo futuroSe invece dovesse andare male, il Presidente si ritroverà messo in discussione, ma in un Paese dove nessuno conosce un futuro senza di lui.

La Turchia è a un bivio storico: il 16 Aprile sceglierà la sua strada e il suo futuro.

 

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About Walter Rapetti

REDATTORE | Classe 1987, genovese. Laureato magistrale in Storia, possiede un Master in Pubblica Amministrazione. Ha la brutta abitudine di occuparsi di politica, in particolare europea e internazionale, e di andare a caccia di guai facendola talvolta in prima persona. Tuttavia, rimane un umano grazie ai suoi interessi: storia, antropologia, natura, innovazione tecnologica condite da "nerdosità" quali LEGO e giochi di ruolo.

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