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Referendum Costituzionale: “La Parola ai Giovani”

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Invito sul Referendum Costituzionale, “La Parola ai Giovani” – Promotori: Emanuele Grillo, Giulia Menegaldo, Giada Negri e Federico Sensi

La Redazione de La Voce del Gattopardo organizza un’intervista rivolta agli esponenti delle giovani compagini politiche e delle Associazioni universitarie più rappresentative del nostro Paese. L’intento è quello di estrapolare i pensieri e le motivazioni di una generazione che, Domenica 4 Dicembre, sarà chiamata alle urne per il Referendum Costituzionale promosso dal Governo targato Matteo Renzi. Un sentito grazie agli intervenuti – in ordine alfabetico, seguendo il cognome – Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i), Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani), Giulio del Balzo (FutureDem), Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana), Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria), Marco Martino (Giovani Unione di Centro), Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà), Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti) e Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani). Per la disponibilità e l’ardore con cui han deciso di portare avanti le loro istanze.

L’elenco di coloro che non hanno accettato il nostro invito: Martina Carpani (Rete della Conoscenza), Andrea Ferroni (Giovani Comunisti/e), Rebecca Ghio (Rete Universitaria Nazionale), Elisa Marchetti (UDU – Unione degli Universitari), Andrea Torti (Link Coordinamento Universitario) e Mattia Zunino (Giovani Democratici).

Per consultare il Disegno di Legge Costituzionale n. 1429-D, clicca qui.

 

 

1. Per prima cosa, riteniamo sia importante capire cosa voterai al referendum, previsto il prossimo 4 Dicembre. Il tuo voto è in linea con il/la tuo/a partito/associazione universitaria? E quanto, quest’ultimo/a, ha influenzato la tua opinione in proposito?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Io voterò NO al prossimo referendum costituzionale del 4 Dicembre come il resto del mio partito. La scelta di votare NO dipende più che altro dalla netta opposizione alla deriva cui è stata condotta l’Italia dal PD e del Governo Renzi: un Paese dove la voce del popolo non conta più nulla, dove la precarietà e la disoccupazione hanno reso tutti ricattabili e dove quest’ultima riforma costituzionale non costituisce altro che mettere nero su bianco la possibilità per i Governi (che non si reggono più sul consenso popolare) di detenere tutto il potere nelle loro mani. Questo progetto è così evidente che un partito come il mio, che si propone di costruire una società più giusta ed uguale, non poteva e non può che schierarsi contro questo furto di democrazia.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Voterò NO! La mia scelta è in linea con quella del mio partito. È stata una decisione personale per nulla influenzata dal partito a cui appartengo.

Giulio del Balzo (FutureDem): Voterò SÌ. Il mio voto è in linea con il mio partito, che mi ha fornito diverse occasioni formative per farmi un’opinione sul quesito.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Voterò convintamente NO al referendum del 4 dicembre. Lo faccio perché voglio difendere democrazia e diritti, vale a dire le cose che vengono veramente cancellate da questa riforma. Penso che sia totalmente inaccettabile la cancellazione di un diritto costituzionale come quello al voto, un diritto che anima l’essenza stessa della democrazia. Per chi come me ha una militanza politica comunista il rifiuto di questa riforma è stato immediato e quasi istintivo, percepito come il prodotto ultimo di una stagione di cancellazione dei diritti. Questo voto, prima ancora che della militanza politica nella mia organizzazione, è sicuramente il frutto della mia coscienza politica.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Voterò NO, come la maggior parte degli italiani consapevoli di trovarsi difronte ad un atto di arroganza istituzionale nei confronti del popolo italiano farcito da superficialità giuridica. Il mio voto è in linea con tutta Azione Universitaria. Posso dire, inoltre, che nessuno di noi è stato influenzato da altri: tutti abbiamo ritenuto di fare una valutazione nel merito.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Indubbiamente, per la mia cultura politica ed identità di democratico cristiano, voto NO. Nettamente in linea con il mio partito, l’UDC, nonché la Direzione Nazionale dello stesso che ha deliberato per il NO. Oltre alla connessione con gli organizzatori dei Family Day del 30 Gennaio 2016. Non ho subito influenze in tal senso, ma per la carica che ricopro mi sento promotore di questa decisione. Non possiamo dimenticare che uno stravolgimento della Costituzione non sarebbe in linea con la nostra tradizione politica, che nella cosiddetta Assemblea dei settantacinque (che ha redatto la Costituzione) i DC avevano numericamente la più numerosa delegazione per la stipula della Costituzione più bella del mondo. E non possiamo non negare che questa riforma è pasticciata e porti ad una deriva autoritaria dell’uomo solo al comando.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Il mio voto è NO. L’associazione politica che rappresento, Studenti per le Libertà (FI Uni) è per il NO. La mia decisione, però, è determinata dal merito di una riforma che – a mio avviso – non è idonea a produrre un miglioramento del nostro ordinamento costituzionale ma, anzi, in taluni casi crea confusione e un rischio di indebolimento dei principi democratici.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Il PSI è per il SÌ, ma ha lasciato libertà di coscienza. La giovanile è allineata. Il dibattito interno ha certamente contribuito al mio posizionamento favorevole alla Riforma Boschi, anche perché è stato nettamente migliore del pollaio mediatico. Il bello di far parte di un partito vintage sta soprattutto nell’alta qualità formativa e dialogica.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): I giovani, che siano impegnati in politica, nel lavoro o nel sociale non hanno che a cuore una cosa soltanto: il cambiamento. Cambiare oggi significa votare SÌ al referendum costituzionale del 4 Dicembre. Quindi non solo voterò SÌ, ma inviterò tutti coloro che conosco a fare altrettanto. Il partito non c’entra nulla, non credo neanche esista oggi un partito in Italia in grado di indirizzare un voto: con tutte le informazioni che abbiamo – specie grazie ad internet – sarebbe da sciocchi non informarsi e votare secondo coscienza.

 

2. C’è qualcosa che ti piace, che non ti piace o che pensi manchi in questa riforma?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Questa riforma si basa su una concezione della democrazia davvero “particolare”, dove il popolo deve essere espulso da qualsiasi processo decisionale che non sia il singolo voto una volta ogni cinque anni, su programmi che puntualmente non vengono rispettati dai partiti (o dai movimenti) che salgono al Governo. Con il passaggio di questa riforma, chiunque prenderà il potere avrà la possibilità durante i cinque anni di legislatura, di proporre tutte le politiche che vorrà, senza alcun controllo o contraltare democratico e popolare. L’Italia ha sicuramente bisogno di una riforma istituzionale. Ma fare una riforma istituzionale purchessia, non può significare rendere l’Italia schiava dei capricci del partito al Governo o di quello che viene ordinato dall’Unione Europea. La democrazia dovrebbe ritornare ad essere il centro di ogni riforma che si proponga di toccare l’architettura dello Stato, e oggi non è così.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Penso che sia una riforma totalmente sbagliata! Si tolgono competenze alle Regioni, il Senato non viene abolito, i costi della politica rimangono quasi gli stessi ed è stata scritta da un Governo non eletto dai cittadini. Io sarei per inserire nella Costituzione il vincolo di mandato, se durante la legislatura un parlamentare decide di cambiare partito si deve dimettere! Persone come Verdini o Alfano rappresentano il male della politica.

Giulio del Balzo (FutureDem): Mi piace la maggior parte della riforma. Forse si poteva strutturare meglio il nuovo Senato, ma il bicameralismo proposto dalla riforma è indubbiamente più funzionale di quello attuale. Penso che la grande mancanza della riforma sia un cambiamento delle prerogative delle Regioni a Statuto Speciale.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Questa riforma è da bocciare completamente, sia per il fine di restringere il potere decisionale del popolo che non voterà più per il Senato; sia per il mezzo, cioè una riforma pasticciata, incomprensibile, che creerà conflitti e controversie nell’esercizio della funzione legislativa.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Partirei dall’ultimo quesito: si può pacificamente affermare che questo tentativo di revisione costituzionale, affetto da “gattopardite”, manca di coraggio ed è un tentativo goffo di stravolgimento dell’assetto costituzionale. Non mi piace poiché rappresenta un tentativo volto ad affermare che tutto deve cambiare perché tutto resti come prima, se non peggio di prima. Al quesito, se c’è qualcosa che mi piace, rispondo affermando che l’abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) è semplicemente un palliativo alle migliaia di enti inutili (come ad esempio le duecentocinquantasei sedi distaccate dei novantasei atenei italiani che tolgono una parte delle risorse destinate ad una ricerca efficiente).

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Di questa riforma può essere bella l’etichetta, ma per il contenuto è da riscrivere, magari con una nuova Assemblea costituente e con la partecipazione di tutte le forze politiche, non solo da una piccola rappresentanza popolare, anche se maggioranza attuale nell’assise di Palazzo Montecitorio.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà):  Sarebbe potuta essere utile la riduzione dei parlamentari, ma avrebbe dovuto interessare ambedue le Camere con una corposa riduzione dei deputati, il cui numero è eccessivo. Inoltre, il Senato ridotto dalla riforma fa risparmiare una cifra irrisoria creando un organismo inutile, per come è impostato, che non risolve ma aggrava in taluni casi l’iter legislativo parlamentare.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Finalmente la finiremo con abusi di canguri, ghigliottine, voti di fiducia. Il Parlamento in quanto legislatore ritrova dignità nella riforma. Ci sono dei problemi comunque. Non amo quando si riduce il numero dei rappresentanti del popolo, detesto le elezioni di secondo grado. Questo è un aspetto che andrà immediatamente rivisto in caso di vittoria del SÌ e riguarda sia il nuovo Senato che tutta la confusione fatta sulle Province. La democrazia rappresentativa deve passare da un diretto mandato popolare; questo principio andrebbe applicato all’esecutivo e, perché no, almeno in parte anche all’ordinamento giudiziario. Questo è l’unico modo sano per separare i poteri. Penso che bisognerà comunque passare da una fase costituente: le riforme costituzionali passate attraverso le miserie e le contingenze dei congestionati lavori parlamentari non rendono buon servizio. Ci vuole una squadra dedicata.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Se c’è una cosa che più fra tutte mi piace ed entusiasma, oltre il merito della riforma che condivido punto per punto, è il messaggio che come Paese abbiamo l’occasione di lanciare in Europa e nel mondo: non più immobili, non più la terra dove cambia tutto per non cambiare nulla, non più lenti, ma un Paese dove decidere sarà più semplice, veloce ed efficace. Lanciamo un messaggio di positività in cui diciamo, all’Europa e a noi stessi: «Ecco, anche noi siamo un Paese normale!».

 

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Il “bicameralismo perfetto” italiano è il frutto dell’eredità della Monarchia costituzionale e del compromesso raggiunto dai partiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Costituzione oggi prevede che le due Camere abbiano poteri simmetrici: le leggi debbono essere approvate da entrambe le Camere nello stesso testo (art. 70) ed entrambe le Camere votano la fiducia al governo (art. 94), mentre in seduta comune eleggono il Presidente della Repubblica (art. 83) e nominano cinque giudici della Corte Costituzionale (art. 135). Con la riforma, il Senato sarebbe composto da novantacinque senatori scelti tra Consiglieri Regionali (settanquattro) e Sindaci (ventuno) eletti dagli stessi consigli regionali e dai consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano. Il Presidente della Repubblica può nominare cinque senatori. Il Senato svolgerebbe una funzione di raccordo tra autonomie locali e Stato, nonché tra questi ed Unione Europea. Il nuovo articolo 70 prevede che le leggi vengano approvate dalla sola Camera dei Deputati, salvo per alcuni tipi di leggi (es. leggi costituzionali, leggi elettorali etc.) che rimangono ad approvazione bicamerale. Il Senato avrebbe il potere di esaminare le proposte di legge su richiesta della maggioranza assoluta dei suoi componenti e potrebbe proporre modifiche al testo, sulle quali la Camera dei Deputati ha l’ultima parola. Con il nuovo articolo 94, solo la Camera può accordare o revocare la fiducia al Governo. Il nuovo Senato continuerebbe a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica – sempre con la maggioranza dei 2/3 delle due Camere in seduta comune fino al terzo scrutinio, dal quarto al sesto con la maggioranza dei 3/5 dei componenti, mentre dal settimo in poi con la maggioranza dei 3/5 dei votanti – e avrebbe il potere di eleggere due giudici della Corte Costituzionale

3. La proposta di revisione costituzionale prevede il superamento del – cosiddetto – bicameralismo perfetto. Stando a quanto previsto dalla stessa, che ruolo pensi avrà il nuovo Senato e quali saranno le dinamiche dei rapporti tra le due Camere? E ancora, ritieni che i futuri cento componenti della Camera delle Autonomie saranno in grado di svolgere questo ruolo in aggiunta a quello di amministratori nei rispettivi territori?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Questo superamento del bicameralismo perfetto sbilancerà il rapporto tra le due Camere tutto a favore… del Governo! La Camera dei Deputati, ovvero la Camera che deterrà la piena titolarità del potere legislativo, infatti, con l’attuale legge elettorale sarà composta per la maggioranza dagli stessi membri del partito che andrà a comporre il Governo. Considerando che negli ultimi anni i Segretari/Presidenti di partito e i candidati alla carica di Primo Ministro hanno spesso coinciso, è facile comprendere quanto il potere potrà concentrarsi nelle mani di pochi, a scapito del popolo italiano. Oltretutto, il Senato non verrà abolito ma continuerà ad avere alcune funzioni previste dalla Costituzione: verranno semplicemente abolite le elezioni, a favore delle nomine dei gruppi locali di partito. Considerando che la nomina a senatore darà anche diritto all’immunità, già è facile immaginare in quanti “scalpiteranno” per farne parte, con buona pace dell’efficace amministrazione dei territori. Anche qui, non è possibile non vedere, come cittadina prima ancora che come attivista, quel furto di democrazia di cui già parlavo. Non credo che quello di senatore diventerà un ruolo più che altro di rappresentanza (o, nei casi peggiori, funzionale solo ad acquistare l’immunità), per cui i senatori non faranno che eseguire gli ordini ricevuti dall’alto dal partito.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Il Senato diventerà il dopolavoro di sindaci e consiglieri regionali regalando a loro l’immunità. Inoltre non sono chiare le competenze e i nominati non saranno in grado di avere il tempo per fare entrambe le cose! Fosse per me, il Senato lo abolirei domani mattina. Renzi, invece, trasforma il Senato degli eletti in Senato dei nominati.

Giulio del Balzo (FutureDem): Il nuovo Senato sarà uno strumento per dare una voce più autorevole agli enti locali. Sostituirà la funzione dell’attuale Conferenza Stato Regioni e servirà a dirimere per via politica i conflitti tra Stato e Regioni, decongestionando dai ricorsi la Corte Costituzionale. Il Senato sarà ancora un contrappeso e manterrà alcune competenze fondamentali su cui gli enti locali potranno esprimersi attraverso i propri rappresentanti. Una Camera che rappresenti gli enti locali non può che giovare al processo legislativo, come del resto già avviene in diverse democrazie europee. Riguardo all’ultima domanda, innanzitutto, non si tratta di cento componenti, bensì di novantacinque. I cinque componenti in più sarebbero senatori che il Presidente della Repubblica potrà nominare, ma si tratta di una facoltà che non è costretto a utilizzare. Saranno in grado di svolgere tranquillamente il loro ruolo per una serie di ragioni: le Regioni e le principali città italiane, infatti, già inviano loro rappresentanti a Roma per discutere in maniera informale delle questioni che riguardano gli enti locali. La presenza di senatori che saranno anche consiglieri regionali o sindaci formalizzerà soltanto qualcosa che già accade, inoltre le competenze delle Regioni saranno ridotte notevolmente rispetto alla situazione attuale.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Il bicameralismo perfetto non viene superato e il Senato non sarà assolutamente una Camera delle Autonomie: lo dimostra il fatto che al Senato spettano competenze su materie come legislazione europea, ratifica dei trattati internazionali, elezioni degli organi costituzionali, referendum, consultazioni popolari e via così. Il meccanismo di approvazione delle leggi è farraginoso e persino di dubbia interpretazione costituzionale: il famoso art. 70 della “nuova” Costituzione renziana è un pastrocchio incomprensibile e, in più, i costituzionalisti certificano fino a dieci modi diversi di approvazione delle leggi. Tutto ciò farà sorgere conflitti, rallenterà i tempi di approvazione delle leggi e non permetterà più ai cittadini di avere voce in capitolo sulle proprie vite.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Il c.d. superamento del “bicameralismo perfetto” rappresenta per il Senato un ridimensionamento delle sue competenze attuali e il relegare i senatori a competenze marginali con procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento, leggi bicamerali, leggi monocamerali con possibilità di emendamenti da parte del Senato creando rischi di incertezze e conflitti. In particolare non rappresenta un vero abbattimento dei costi della politica perché il Senato, con tutto il suo carrozzone, continuerà ad esistere. Credo che i cento componenti del Senato, previsti dalla riforma, non saranno in grado di svolgere entrambi i ruoli.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Quando la definisco pasticciata, penso anche a questo Senato. Un’istituzione piegata al dopolavoro di consiglieri regionali, che non potranno svolgere al massimo delle loro forze né il consigliere regionale né il senatore, perché le due assise trattano temi diversi in competenze. Il bicameralismo può essere superato, con un Senato diverso anche se ridotto, solo se eletto dal popolo e non dalle segreterie dei partiti che, con il combinato disposto con la legge elettorale, nomineranno tra l’altro 2/3 della Camera, avendo così potere su tutto e tutti.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Il bicameralismo perfetto viene superato – forse – nei propositi, ma in realtà con una norma prevista il Senato può ancora richiamare al proprio vaglio qualsiasi legge per esaminarla ed approvarla prima della decisione definitiva. Siccome c’è la possibilità, non remota, che il Senato abbia un colore politico diverso dalla Camera, tale possibilità potrebbe diventare una regola, col mantenimento di fatto del bicameralismo perfetto. I senatori, inoltre, dovranno in pratica abbandonare la loro attività di sindaco o di consigliere regionale, oppure saranno costretti – senza alcuna sanzione – a disertare le sedute, compromettendone la funzionalità ed offendendo l’immagine e l’importanza del Senato.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Allora, premetto che il problema non è di ingegneria istituzionale ma di architettura democratica. Quindi non si tratta delle strutture dello Stato (quante Camere, quante Regioni e via cantando) ma della concezione dello spazio democratico. La gotica Camera Federale va bene per la Germania, ma le nostre Regioni non sono i Länder. Forse da noi – concedetemi la provocazione – si sarebbe potuto sostituire il Senato con il CNEL o qualcosa del genere, insomma offrire una Camera ai corpi medi, sul seminato della dannunziana Carta del Carnaro (quella sì che era la Costituzione più bella del Mondo!). Come ho detto prima, il vero punto debole della riforma sta nella modalità di selezione dei senatori, i quali invece andrebbero eletti direttamente. Non si può calcolare, ma solo immaginare il carico di lavoro del nuovo Senato. Di certo, un Senato composto da avvocati del proprio feudo e non di rappresentanti della Nazione rischia di essere portatore di conflitti di interesse soprattutto in materia europea e ciò dovrebbe spaventare sia gli europeisti che i sovranisti. Un Senato delle Autonomie, un Senato Federale, dovrebbe avere voce in capitolo sul bilancio federale, in teoria. Questa è un’ulteriore correzione che andrebbe fatta.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Ecco, se forse c’è una cosa che più fra tutte mi incuriosisce è il nuovo Senato: è vero, potrebbe non essere semplice conciliare la guida di una grande città con l’attività del Senato. Lasciatemi dire, però, una cosa: noi amministratori locali abbiamo lamentato per anni il fatto che non fossimo ascoltati e che le decisioni ci piovessero dal cielo. Oggi, con la riforma, abbiamo la possibilità di contare davvero e dire la nostra, e noi che facciamo? Diciamo no, grazie, siamo troppo impegnati? Oggigiorno amministrare un Comune significa – comunque vada – mettersi in auto, in aereo o in treno e viaggiare per portare risorse sul territorio. Con la nuova riforma non dovremo più andare a Roma con il cappello in mano ad elemosinare risorse ma, piuttosto, avremo le nostre voci lì dove contano davvero.

 

4. La riforma introduce l’obbligo per i parlamentari di presenziare alle sedute, ma al contempo non prevede alcuna conseguenza per gli assenteisti. Secondo te sarà necessario intervenire sui regolamenti delle Camere? E che tipo di sanzione occorrerebbe prevedere?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Per il nostro modo di intendere la politica, presenziare alle sedute delle Camere dovrebbe essere, prima che un obbligo giuridico, un obbligo morale, una responsabilità verso il popolo che si ha l’onore di rappresentare. La storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che non per tutti è così. Mettere tuttavia un obbligo senza prevedere alcuna sanzione a me sembra, però, mero marketing elettorale, una presa in giro verso chi andrà a votare a Dicembre. Penso che basterebbe prevedere una sanzione di tipo economico, ma mi permetto di essere dubbiosa sul fatto che essa avverrà mediante la modifica dei regolamenti parlamentari fatta dai parlamentari stessi.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Bisognerebbe mettere un tetto massimo alle assenze, superato il quale il parlamentare automaticamente decade.

Giulio del Balzo (FutureDem): Sarà necessario intervenire sui regolamenti delle Camere con legge ordinaria. Come sanzione prevederei l’abbassamento dello stipendio.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): È impossibile prevedere l’obbligo della partecipazione dei senatori nominati ai lavori dell’aula perché i componenti saranno senatori come “dopolavoro” o a tempo perso, visto che come prima occupazione saranno consiglieri regionali e sindaci e per queste due funzioni rispondono direttamente al popolo, non lo faranno invece da senatori. Quindi ecco, ancora una volta, dimostrate le bugie contenute in questa riforma. Il Senato dei nominati sarà solo luogo per mercanteggiare, per i campanilismi, per ospitare la peggiore classe dirigente regionale che godrà dell’immunità parlamentare. Sarebbe interessante sapere perché l’immunità è rimasta intatta nel “nuovo” Senato di Renzi, forse c’entrano qualcosa le decine di consiglieri regionali indagati per reati contro la pubblica amministrazione.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Il dovere dei deputati è – prima di tutto – un dovere morale nei confronti del popolo italiano: anche in questo caso, il Governo Renzi ha deciso di raggirare il problema. Credo che bisognerebbe prevedere una decurtazione del loro emolumento in proporzione alle loro assenze.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): La vera battaglia, che sposerei in toto, ad una forte riduzione dello stipendio per chi si assenta alle sedute.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Sì, sarebbe quantomeno necessario prevedere delle penalizzazioni per gli assenteisti, che vanno dalla diffida alla sospensione temporanea di ogni attività istituzionale. Ma, nei casi più gravi e reiterati, anche la possibile destituzione dalla carica.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Guardiamo un attimo il quadro generale. Parlamentari slegati dal corpo elettorale (con leggi elettorali basate su tattiche e contingenze, con mille correttivi che insieme all’astensionismo rendono il Parlamento poco rappresentativo), immunità parlamentare moncata nel 1993, a questo aggiungiamo l’eventuale obbligo di stare in aula e si parla anche di vincolo di mandato e, come sempre, di riduzione degli stipendi. A ciò uniamo la fine del finanziamento pubblico ai partiti e la scarsa disciplina delle campagne elettorali. Praticamente il Parlamento, in una sorta di intesa tra Poteri Forti e folle folla, si ridurrà ad un piccolo gruppo di pigia-bottoni e scribacchini per conto delle lobby che pagheranno le attività dei partiti. Il problema sta a monte: proporzionale puro con voto di preferenza (magari tre) ed ecco che torneremo ad avere non assenteismo ingiustificato e lentezza ma squadre di tribuni del popolo che si alterneranno, secondo competenze e opportunità, tra il lavoro parlamentare ed il lavoro sul territorio. I parlamentari devono ispezionare carceri e scuole, devono raccogliere per strada (e non solo via e-mail) il materiale per le interrogazioni parlamentari e via cantando. Senza dover dipendere da industriali, pretume, potenze straniere, mafie e chi più ne ha più ne metta.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Il discorso della percentuale di presenze in aula lo ritengo, francamente, più utile ai politici che vogliono vantarsene che non ai cittadini: chi vale come politico di più? Un parlamentare con il 100% di presenze in aula ma che non ha prodotto nessun atto utile alla vita del Paese, o un parlamentare con il 50% delle presenze in aula ma che lavora tantissimo sul territorio incontrando la gente e raccogliendo le istanze del territorio, o che magari sta fino a notte fonda a studiare i testi delle leggi e ne propone di qualcuno di davvero importante? È un po’ come il discorso degli stipendi ai parlamentari: se davvero migliorassero il Paese, io sarei disposto a pagarli come cittadino anche il doppio. Credo conti la “qualità”, non la “quantità”.

 

Massimo D'Alema, alla presentazione del libro 'CONFITEOR. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata' di Cesare Geronzi e Massimo Mucchetti al Palazzo della Cancelleria, Roma, 11 Dicembre 2012. ANSA/SAMANTHA ZUCCHI
Massimo D’Alema (1949) è un politico e giornalista italiano. Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1998 al 2000, è stato il principale fautore della riforma costituzionale che avrebbe introdotto, nel 2001, la potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni. Attualmente la Costituzione prevede che la disciplina di alcune materie rientri nella competenza tanto dello Stato (cui spetta individuarne i principi fondamentali) quanto delle Regioni (cui spetta entrare nel merito e nel dettaglio), in conformità con tali principi. Stato e Regioni hanno, tuttavia, riscontrato difficoltà nel rispettare i limiti loro imposti dato che la Costituzione non traccia una soglia precisa tra le loro competenze. Di conseguenza, la Corte Costituzionale è stata chiamata ad esprimersi sul punto innumerevoli volte. Con la presente riforma la potestà concorrente scompare e vengono ampliate le materie di competenza statale

5. Il quesito referendario prevede l’eliminazione della potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni, molto criticata in passato. Ciononostante, in alcune materie si lascia spazio al coordinamento con le autonomie dato che si riserva allo Stato la semplice individuazione delle “disposizioni generali e comuni”. Che cosa ne pensi, a riguardo?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Anche questa parte, come le altre, sconta il fatto di non essere frutto di un progetto unitario che vada oltre l’accentramento del potere in capo al Governo. Nel campo delle autonomie regionali, il Governo vuole lasciarsi le “mani libere” per intervenire dall’alto, laddove ci fossero Regioni in disaccordo con le decisioni nazionali. Tutto questo, però, lo fa con un metodo contraddittorio e ambiguo che ci regalerà ancora una volta, come già era successo con la riforma del Titolo V nel 2001, anni di contenzioso tra Stato e Regioni e una situazione di incertezza giuridica che non potrà che gravare anche sull’economia del Paese.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Vengono cancellate quasi tutte le competenze e azzerate le risorse delle Regioni. La riforma conferisce poteri enormi al Premier distruggendo ogni forma di decentramento. Le Regioni diventeranno una sorta di grandi prefetture, che dovranno unicamente obbedire. Il tutto per concentrare il potere nelle mani di pochi, con il risultato che i cittadini saranno ancora più sudditi!

Giulio del Balzo (FutureDem): Penso che il coordinamento con le autonomie, in alcuni settori, possa essere un’opportunità. La riforma, infatti, fornisce ulteriori strumenti di autonomia, qualora le Regioni siano in grado di garantire l’equilibrio di bilancio.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Anche su questo punto si registra un difetto di raccordo o, in maniera più esplicita, il pasticcio che è stato fatto. Del resto è bizzarro prospettare una riforma che accentra le competenze prima regionali nelle mani dello Stato centrale e poi riempire il Senato di consiglieri regionali che mercanteggeranno esclusivamente, senza essere eletti da nessuno. Siamo nel paradosso per cui esiste una clausola di supremazia statale e contemporaneamente le competenze delle Regioni aumentano, senza contare che le Regioni a Statuto Speciale non vengono toccate, anzi, aumentano le proprie competenze. L’art. 117 relativo a questa materia si presenta incompleto e incoerente. Il pasticcio è evidentissimo anche in questo campo, è solo uno strumento per poter fare della propaganda presentandosi, una volta, come difensori della supremazia statale, una volta, come difensori delle autonomie regionali. In realtà sono solo fautori di una riforma incoerente e dannosa.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Il quesito referendario prevede – essenzialmente – l’eliminazione delle competenze legislative alle Regioni, facendone carrozzoni privi di autonomia organizzativa. Il problema in riferimento ai contrasti tra Stato e Regioni non viene affrontato e si tende semplicemente a capovolgere anziché migliorare la riforma del 2001. È paradossale non definire quali siano i confini di potere tra Stato e Regioni e rimettere tale decisione allo Stato, il quale si riserva di individuare quali siano “le  disposizioni generali e comuni”, producendo di fatto un peggioramento della situazione attuale con la creazione di maggiore confusione ed incertezza.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Il verticismo dello Stato, a danno delle Regioni, porterà ad un maggiore scollamento tra politica e popolo. Il Governo potrà indebolire le autonomie territoriali, proponendo che le competenze legislative delle Regioni siano esercitate dello Stato centrale. Basterebbe sostenere che lo richieda l’interesse nazionale o lo imposti l’autorità giuridica ed economica della Repubblica.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): La modifica del Titolo V effettuata nel 2000 – unilateralmente dalla sinistra di allora – aveva ingenerato, con l’accentuazione del potere legislativo concorrente che doveva offrire più potere alle Regioni, un’enorme confusione per l’attribuzione delle competenze e che ha prodotto, nei sedici anni successivi, un notevole contenzioso presso la Corte Costituzionale. Con l’attuale riforma non solo non viene eliminata la potestà legislativa concorrente – che in molti casi rimane creando addirittura più confusione – ma nello stesso tempo viene data la possibilità al Governo, quando lo ritiene opportuno, di avocare a sé ogni decisione con un ritorno, di fatto, allo statalismo e all’accentramento dei poteri, in barba ad ogni concetto di decentramento delle competenze, che è la regola nelle Nazioni occidentali più evolute.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Sì la riforma del Titolo V è un bene, basta pensare ad esempio al diritto del lavoro, al turismo. Oggi un’azienda con sedi su più Regioni impazzisce dietro regolamenti diversissimi fra loro e confusionari. Ma bisognerà sistemare comunque questo nuovo Senato specialmente perché rimane in piedi la Conferenza Stato Regioni. Prevedo un po’ di confusione ma ripeto che, comunque vada il referendum, il cantiere delle riforme resterà aperto.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Gli enti locali, grazie a questa riforma, rafforzano il dialogo con Roma e aumentano il proprio potere all’interno dell’amministrazione centrale. Diciamoci anche francamente, però, che un Paese che voglia funzionare davvero ha anche necessità di prendere decisioni sulle principali scelte strategiche del Paese. Questioni di rilevanza nazionale – come ad esempio la rete dei trasporti e l’energia – non possono essere delegate alle Regioni, libere di decidere autonomamente e diversamente tra loro.

 

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Alcune delle principali modifiche apportate alla Costituzione dalla riforma riguardano l’art. 71, che si occupa di disciplinare l’iniziativa legislativa. La riforma prevede un aumento del numero di firme necessarie per portare in Parlamento una legge di iniziativa popolare da cinquantamila a centocinquantamila firme, e al contempo stabilisce tempi certi per la discussione in Aula, che dovrà avvenire secondo le modalità stabilite dai regolamenti parlamentari. Inoltre, l’art. 71 al quarto comma introduce il referendum propositivo e di indirizzo attraverso cui l’elettorato può essere consultato per proporre una nuova legge che il Parlamento deve emanare. All’art. 75, invece, vengono apportate delle modifiche al referendum abrogativo. Quest’ultimo, per essere richiesto, necessita sempre di cinquecentomila firme e la proposta soggetta a referendum è approvata se alla votazione partecipa la maggioranza degli aventi diritto al voto (50%+1), ma se la proposta viene avanzata da ottocentomila elettori è sufficiente raggiungere la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei Deputati

6. Come giudichi le modifiche che questa riforma comporterà sugli istituti di democrazia diretta, ovvero le proposte di legge popolari nonché i referendum abrogativi e propositivi?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): L’obbligo di discussione delle proposte di legge popolari, nonché l’abbassamento del quorum per la validità dei referendum popolari sono sicuramente due norme positive. Non si può dire lo stesso dell’innalzamento delle firme necessarie per proporre un referendum, che di fatto renderà molto più difficile anche l’applicazione delle prime due regole. Tuttavia questi correttivi, in un sistema in cui ci sarà un mega potere esecutivo senza alcun bilanciamento concreto da altri poteri dello Stato, né un reale concreto popolare, mi sembrano degli argini un po’ troppo deboli rispetto alla svolta autoritaria dell’intera riforma.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Le giudico in maniera negativa! Aumenterà il numero di firme da raccogliere per presentare una proposta di legge popolare e non sono previsti referendum sui trattati europei!

Giulio del Balzo (FutureDem): Questa riforma rafforzerà notevolmente gli istituti di democrazia diretta in tre modi. Primo: viene introdotto il referendum propositivo. Secondo: dal 1979 a oggi, su duecentosessanta, solo tre proposte di legge di iniziativa popolare sono state approvate dal Parlamento. È chiaro che c’è un problema, dal momento che la maggior parte di queste rimane chiusa in un cassetto. Con l’obbligo a discuterle entro sei mesi, la percentuale di proposte approvate aumenterà. Terzo: ci sarà la possibilità di abbassare il quorum del referendum abrogativo al 50% più uno degli elettori alle ultime elezioni politiche, raccogliendo ottocentomila firme.

Francesco Valerio dalla Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Aumentando il numero delle firme per i referendum si crea un ostacolo all’esercizio della democrazia diretta, poco importa l’abbassamento del quorum visto che bisognerebbe agevolare il più possibile l’esercizio del potere decisionale del popolo. È soprattutto nella fase propositiva che i gruppi di cittadini che desiderano promuovere consultazioni referendarie incontrano maggiori difficoltà con la raccolta logistica delle firme, una rivoluzione sarebbe stata la riduzione del numero delle firme e l’abolizione del quorum. Ma noi siamo in presenza di una riforma di ben altro segno, una riforma che addirittura cancella il diritto di voto. Sulle leggi di iniziativa popolare la valutazione è vincolata alla disciplina dei regolamenti parlamentari che ancora non c’è, quindi votiamo a scatola chiusa su questo punto, registrando anche lì l’aumento del numero delle firme necessarie.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Questa riforma, in merito agli istituti di democrazia diretta, triplica da cinquantamila a centocinquantamila le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare: è facile notare come questo Governo metta dei muri.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Errate. Perché nonostante la sicura discussione in Parlamento, porta ad un aumento da cinquantamila a centocinquantamila firme, rendendo difficile tutto ciò, che comporterebbe costi di gestione della raccolta firme che i cittadini non hanno, oltre a limitare le petizioni.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Cambia poco, anche se l’istituzione dei referendum propositivi potrebbe essere un’opportunità. Stessa cosa non vale per la norma che elimina il quorum: per applicarla è necessario raccogliere ottocentomila firme anziché cinquecentomila, il che la rende difficilmente accessibile.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Basta abbassare nuovamente le firme necessarie e per il resto la riforma è assolutamente virtuosa, specialmente in materia di proposte di iniziativa popolare. Il referendum propositivo va bene per dei regimi di democrazia diretta, che potrebbe essere una bella Utopia solo per isolati condominî in estreme periferie geopolitiche del prossimo secolo. Per una grande e complessa Nazione come la nostra, al centro del Continente liquido, in questo primitivo secolo XXI, la vedo come entropizzante distopia. Da maneggiare con cautela.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Come si può essere contrari ad una riforma che aumenta, in modo forte e significativo, la possibilità per i cittadini di incidere direttamente sulla vita del Paese? Il referendum propositivo, l’obbligo di discutere le leggi di iniziativa popolare e l’abbassamento del quorum nei referendum abrogativi vanno esattamente verso questa direzione. È una grande vittoria per la democrazia: se vince il SÌ la palla passa ai cittadini che questa volta avranno avvero modo di proporre leggi che vengano quanto meno discusse in tempi brevi.

 

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Il quesito del prossimo Referendum Costituzionale, a cui verranno sottoposti gli elettori

7. Il testo del quesito è stato molto criticato. Qual è la tua opinione in tal senso? Ritieni, ancora, che gli elettori siano preparati a rispondervi? E in generale, pensi che il referendum sia uno strumento utile ed efficace per prendere decisioni politiche di questa portata?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): Senza giri di parole, il testo del quesito è pessimo, costituisce una lettura di parte dell’intera riforma costituzionale. Oltretutto, già la riforma di per sé è costituita da un testo di difficilissima comprensione per chi non è esperto di diritto, e riguarda una quantità immensa di articoli e temi su cui forse sarebbe stato più corretto permettere ai cittadini di scegliere singolarmente. La scelta sull’intero “pacchetto” – prendere o lasciare – è solo un ulteriore modo per confondere le acque e non dare la possibilità, reale, ai cittadini di decidere sulla propria Costituzione. Proprio per questo, per l’importanza che ha la Costituzione come legge fondamentale della società, ritengo che sia giusto che l’ultima parola sulle modifiche ad essa apportate debba spettare sempre ai cittadini. Si verrebbe altrimenti a ledere quella sovranità popolare che, oltre ad essere prevista nell’art. 1 della Carta Costituzionale, è (o dovrebbe essere) alla base di ogni Paese democratico.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Il testo del quesito è stato scritto ad hoc per ingannare gli elettori ed indurli a votare per il SÌ! Ritengo che gli elettori non siano stupidi e che si informeranno prima di andare a votare. Penso che il referendum sia sempre uno strumento efficace.

Giulio del Balzo (FutureDem): Il testo è stato criticato perché semplifica il contenuto della riforma. La semplificazione per un quesito SÌ-NO mi pare inevitabile. Questo testo, tuttavia, semplifica in maniera veritiera, indicando i principali cambiamenti che la riforma comporta. Non è facile per gli elettori analizzare una riforma tecnica e complessa. Con un po’ di impegno, però, chiunque può farsi un’idea sulla proposta ed esprimere un parere motivato. Questo referendum, inoltre, andrebbe a confermare una volontà già espressa dal Parlamento. Non so se sia lo strumento migliore per una riforma di questa portata, ma mi sembra un giusto passaggio da fare quando la Costituzione viene modificata da una maggioranza semplice.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Il referendum è essenziale su queste materie, specie quando queste riforme costituzionali vengono approvate da un Parlamento illegittimo – stando alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato tale la legge elettorale con cui è stato eletto – a colpi di maggioranza e da parte di una maggioranza trasformistica. Non dobbiamo mai dimenticare che la sovranità appartiene al popolo e che giustamente la Costituzione (che non a caso vogliono riformare e deformare) prevede tanti momenti di partecipazione democratica e popolare dei cittadini, proprio per difendere la Costituzione ci opponiamo alla riforma stessa e votiamo NO. Sarebbe stata necessaria meno propaganda e la formulazione del quesito referendario ne è un esempio.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Il testo è stato criticato principalmente perché redatto da una maggioranza risicata e non da una larga maggioranza tale da legittimare una riforma costituzionale di questa portata e, in particolare, è stata prodotta da un Governo costruito su maggioranze mutevoli e non definite. Penso che gli elettori sono preparati a rispondere al quesito referendario ed è un obbligo della politica fare informazione. Il referendum è uno strumento utile, in particolare in questa situazione dove non c’è un Governo legittimato a prendere tali decisioni.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): Per molti cittadini, la riforma è incomprensibile. È efficace in questo contesto politico e periodo storico, e soprattutto dopo il susseguirsi di Governi con tendenza commissariale dall’UE.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Il testo proposto è parziale e, quindi, fuorviante. La maggior parte delle persone non è consapevole su che cosa sta esprimendo la propria scelta. Per una riforma di questa portata occorrerebbe un’Assemblea costituente di persone competenti votata dal popolo e delegata a formulare le modifiche a larga maggioranza (almeno col 75% dei componenti). Senza alcun referendum popolare sul merito.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Penso che il quesito vada bene. La verità è che andava scorporato per permettere di essere più esauriente. Gli elettori non vanno consultati in quanto esperti ma in quanto sovrani. Il senso del referendum è questo, non è un grado di perfezionamento, è la consultazione dei sovrani. Può essere inefficiente, certo, ma la democrazia non è un problema di efficienza; l’efficienza è un mito totalitario come la trasparenza e la legalità (meglio parole come giustizia ed onestà).

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Non solo credo che il testo sia in gran parte molto chiaro, immediato e comprensibile, ma ritengo in più che oggi vi siano tantissimi strumenti di informazione per farsi un’idea. Basta andare su Google e cercare “le ragioni del SÌ” e “le ragioni del NO” per farsi un’idea propria. Gli unici che, di proposito, vogliono confondere i cittadini sul merito della riforma sono i sostenitori del NO perché sanno esattamente che, al di là di ogni valutazione politica sul Governo Renzi-Alfano, le ragioni del SÌ al referendum del 4 Dicembre sono del tutto evidenti.

 

8. Ritieni, infine, che il risultato finale sarà influenzato dal fatto che esso sia legato al futuro dell’attuale Governo?

Claudia Candeloro (Giovani Comuniste/i): È stato Matteo Renzi a legare per primo il risultato del referendum al futuro del suo Governo. D’altra parte, la riforma costituzionale, con la sua svolta autoritaria, non costituisce altro che il pieno compimento di un progetto cui il governo del PD sta già lavorando da anni: l’eliminazione dell’uguaglianza e l’accentramento del potere decisionale nelle mani di pochi. Sul lavoro, dove il Jobs Act, rendendo tutti liberamente licenziabili, ha regalato un potere enorme, di vita e di morte, ai datori di lavoro; nella scuola, dove i presidi sono ora diventati capi supremi; nelle materie ambientali, la cui competenza, in caso di progetti che trovino l’opposizione delle popolazioni dei territori, passa tutta in capo al Governo. Se il popolo italiano, che mai ha avuto la possibilità di decidere sulle politiche fatte da Matteo Renzi (che non era neanche stato indicato come candidato Premier nel 2013) e dal PD, ritiene che il risultato di questo referendum possa essere utile anche per dimostrare la propria contrarietà alle complessive riforme autoritarie degli ultimi anni, non vedo come gli si possa dare torto.

Andrea Crippa (Movimento Giovani Padani): Sì! Tante persone sono stufe di questo Governo e useranno il referendum per mandare a casa Renzi e tornare finalmente a votare.

Giulio del Balzo (FutureDem): Diverse persone pensano di poter ottenere le dimissioni di Renzi votando NO. Questo avrà sicuramente un impatto sul risultato finale. Tuttavia, non c’è nulla di più sbagliato, perché il referendum confermativo serve a esprimersi sulla riforma della Costituzione. Per giudicare con il voto l’operato del Governo, invece, esistono le elezioni.

Francesco Valerio della Croce (Federazione Giovanile Comunista Italiana): Noi siamo per il NO, non solo alla riforma costituzionale che cancella il diritto di voto, ma siamo anche per un NO nei confronti di un’era, di decenni in cui diritti e democrazia sono stati attaccati e demoliti, pezzo per pezzo: pensiamo al diritto al lavoro stabile, all’istruzione, alle libertà sindacali, a un futuro dignitoso per i giovani e meno giovani e ora il processo viene portato avanti anche con la cancellazione del diritto di voto e della sovranità popolare. Il nostro NO è contro tutto questo, perché il vero cambiamento, la vera svolta passa per l’apertura di una nuova era e con la chiusura di un ciclo di distruzione della democrazia e dei diritti. Il Governo Renzi rientra sicuramente nell’ambito della fase che bisogna chiudere il 4 Dicembre votando NO.

Vittorio Guastamacchia (Azione Universitaria): Sicuramente influenzerà l’elettorato, non contento di questo Governo ed in particolare non contento di questo goffo stravolgimento costituzionale scritto in modo non chiaro e superficiale.

Marco Martino (Giovani Unione di Centro): È stato Renzi a politicizzare il referendum del 4 Dicembre, dichiarando poco tempo fa che, nel caso di sconfitta, rassegnava le dimissioni da Presidente del Consiglio. Essendo impopolare per gli italiani, come la riforma stessa, ci troveremo di fronte ad una comparazione che porterà, senza dubbio, ad una netto trionfo del NO.

Giuseppe Romeo (Studenti per le Libertà): Assolutamente sì. È stato voluto da Renzi che prendesse questa piega: l’ha portato avanti sin dal primo momento come una battaglia politica personale.

Roberto Sajeva (Federazione dei Giovani Socialisti): Inevitabilmente. Infatti ben pochi leggeranno il quesito. Ma il Governo in caso di sconfitta non deve dimettersi, è stato un errore personalizzare ma, se sconfitta sarà, al limite potrei capire una ridiscussione del mandato parlamentare al Governo, rivedere la strategia nazionale: il Governo resti in sella ché non c’è solo la riforma costituzionale in campo.

Salvo Tomarchio (Nuovo Centrodestra Giovani): Seguiamo un ragionamento logico. Il Governo Renzi ha avuto la fiducia sulla base di un programma, annunciato alla Camera e al Senato, in cui erano espressamente previste le riforme costituzionali. Noi ci lamentiamo sempre, in Italia, del fatto che nessun politico voglia lasciare la poltrona. Quando arriva invece un politico, che ha avuto mandato di fare le riforme e che dice di andare a casa se le riforme non passano, allora ci lamentiamo ugualmente e lo attacchiamo. Mi sembra davvero un controsenso. Ad ogni modo, chi vorrà mandare a casa Renzi o Alfano potrà farlo nel 2018, quando ci saranno le elezioni politiche. È ormai chiaro a tutti che l’esito del Governo non è legato a quello del referendum.

 

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PROFILO MULTIPLO | Sostenere la cultura, in tutte le sue forme, è per noi fondamentale: per questo scriviamo di arte, musica, libri, filosofia, storia e cinema: è da essa che si parte per cambiare veramente le cose, per argomentare con coscienza la realtà che ci circonda. Il titolo dell’opera del celebre Tomasi di Lampedusa è indubbiamente un punto di inizio - quasi provocatorio - da cui partire per dare una svolta con professionalità, cultura, passione e impegno, ignorando i richiami dei finti Gattopardi che mutano le forme, senza cambiare la sostanza delle cose, pur di sopravvivere.

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