LONDON, UNITED KINGDOM - MARCH 17:  In this photo illustration, the European Union and the Union flag are pictured on a pin badge on March 17, 2016 in London, United Kingdom. The United Kingdom will hold a referendum on June 23, 2016 to decide whether or not to remain a member of the European Union (EU), an economic and political partnership involving 28 European countries which allows members to trade together in a single market and free movement across its borders for citizens.  (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

Referendum “Brexit”: quale Europa ci attende?

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Manifestante contro l'uscita dell'Inghilterra dall'UE
Manifestante contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea

Sono chiamati alle urne i cittadini nord-irlandesi, britannici e del Commonwealth maggiorenni residenti nel Regno Unito, i cittadini britannici che vivono all’estero a patto che siano iscritti nei registri elettorali britannici negli ultimi quindici anni. I cittadini del Commonwealth a Gibilterra, dalle 07:00 alle 22:00 ora locale. Il motivo? Il referendum sulla Brexit. Il termine Brexit, acronimo di Britain ed Exit, è al momento una delle questioni più importanti che riguardano il futuro dell’Unione Europea così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. Si tratta del referendum indetto in Gran Bretagna attraverso il quale gli elettori esprimeranno la loro volontà di uscire o meno dall’UE.

Non siamo di fronte ad un caso isolato, in quanto la storia inglese ha già conosciuto qualcosa di simile quando i cittadini furono chiamati ad esprimersi, con il referendum del 1975, sulla possibilità di restare o meno nell’allora Comunità Economica Europea, referendum che palesò la volontà di restare. Ricordiamo però che il referendum non è legalmente vincolante, difatti qualora si dovesse votare a favore dell’uscita dall’UE ciò implicherebbe l’adozione di una decisione politica, in primis da parte del Premier. Prima del Trattato di Lisbona questa ipotesi non era in verità neppure contemplata, inserita poi nell’articolo 50 del trattato, rimasto comunque fino ad ora inattuato, si tratterebbe infatti del primo caso. In realtà, la consultazione popolare è stata voluta dallo stesso Primo Ministro David Cameron il quale, per non perdere l’appoggio della parte euroscettica del suo partito, promise nel 2013 il referendum. Il Premier è in verità il primo sostenitore del movimento Remain, difatti una decisione contraria dopo il voto potrebbe anche portare quest’ultimo alle dimissioni, nonostante le dichiarazioni secondo le quali la sua carica rimarrà la stessa a prescindere dall’esito referendario.

David William Donald Cameron (1966) è l'attuale primo ministro del Regno Unito
David William Donald Cameron (1966) è un politico britannico, Primo Ministro UK dall’11 Maggio 2010

Secondo Cameron, il Regno Unito <<è sempre stato una potenza europea>>, non ha mai giovato dell’isolamento ed è da sciocchi illudersi che le sorti del resto d’Europa non li toccheranno più in alcun modo. Ma quali saranno le conseguenze nell’ipotesi di un divorzio fra i due? Se l’esito dovesse essere quello del leave, scatteranno immediatamente i due anni durante i quali sarà negoziata l’uscita dall’UE; ma il taglio non sarà netto, serviranno dai sette ai dieci anni per rinegoziare tutti i rapporti con l’UE, solo per fare alcuni esempi: dall’Erasmus agli accordi commerciali sino alla perdita dei finanziamenti europei, ad esempio per la ricerca; non a caso ben dodici premi Nobel hanno messo in guardia su quanto negativa sarebbe un’uscita per la scienza nazionale. E ancora, a rischio gli investimenti e le attività di moltissimi imprenditori, per non parlare dell’effetto che potrebbe avere sugli altri Stati membri che potrebbero richiedere uno stesso referendum: se ne parla già in Italia e Francia.

Lo status della Nazione potrebbe avvicinarsi a quello dei Paesi EFTA, associazione europea di libero scambio, fondata nel 1960 proprio come sorta di alternativa per Stati che non facevano parte – per volontà o per mancanza di requisiti – dell’allora comunità economica europea. Ma la campagna a favore dell’uscita è stata macchiata da un evento deprecabile quale l’uccisione della laburista Jo Cox, la parlamentare contraria alla Brexit e da sempre sensibile ai temi dell’immigrazione. Il suo assassinio sarebbe avvenuto per mano di un nazionalista di cinquantadue anni. L’evento non ha sicuramente giovato alla campagna a favore dell’abbandono dell’Unione. Questa tragedia ha anche messo in luce la pericolosità delle fratture che ormai si sono create nella società del Regno.

 

 

La prima, fra tutti, viene dal grande Nord e porta il nome di Nazionalismo scozzese.  Non è un mistero che lo Scottish National Party (SNP) vede nell’attuale situazione l’opportunità di organizzare un nuovo referendum a meno di due anni dal precedente. Inizialmente il partito aveva seppellito l’ascia da guerra in cerca di un compromesso, proponendo addirittura di cambiare le regole del referendum incombente, per il rispetto del criterio di unanimità tra le Nazioni britanniche. Ovvero: affinché il Brexit venga approvato non basta la semplice maggioranza dei cittadini del Regno, ma che questa sia la maggioranza anche in Scozia, Galles, Inghilterra ed Ulster, un’ipotesi però scartata. Il risultato di questo attivismo scozzese ha però portato un’altra conseguenza che Downing Street non può più evitare di discutere: la questione inglese.

La questione inglese, infatti, è la seconda grande frattura messa in luce durante questa tornata. Molti osservatori stranieri non hanno sottolineato il fatto che il nocciolo duro dei brexiters sia proprio nella Nazione più grande del Regno. Non è un caso, infatti, che l’United Kingdom Independence Party (UKIP, principale partito euroscettico del Regno) sia stato l’alfiere della Nazione inglese, l’unica che non ha un proprio Parlamento ed un proprio Governo. Quando Tony Blair fece la devolution per Galles, Ulster e Scozia, non dette anche all’Inghilterra gli stessi diritti con l’idea che, essendo la Nazione più numerosa, il suo peso era sufficiente da influenzare Westminster. Le ultime elezioni, invece, hanno dimostrato tutti i limiti di questa idea. Lo SNP, per esempio, ha preso a livello nazionale solo il 4% di consensi ma ha ben cinquanta deputati; mentre l’UKIP, che aveva il 12%, non riuscì ad ottenere nemmeno un rappresentante. Inoltre questo risultato viene anche dopo le vuote promesse fatte da David Cameron durante il referendum scozzese, che avrebbe risolto anche la <<questione inglese>>. Il giornalista Anthony Barnett, in un suo recente articolo su openDemocracy, non poteva essere più chiaro: <<su questo referendum c’è una Nazione che sta urlando tutto il suo odio verso il sistema: questa Nazione è l’Inghilterra>>.

Manifestanti
Manifestanti dello “Sinn Féin”, movimento indipendentista irlandese

A complicare il quadro, vi è la riapertura di un’altra ferita che sembrava definitivamente rimarginata: l’Irlanda del Nord. L’Ulster è l’unico delle quattro Nazioni che ha un confine terrestre con un Paese europeo. Confine che, però, è più sulla carta che effettivo come venne stabilito dagli accordi del Venerdì Santo (1998) ma che con l’uscita del Regno Unito può ritornare e, come ha dichiarato il primo ministro dell’Ulster, potrebbe anche riportare una nuova escalation di violenze. Addirittura alcuni esponenti, in particolare dello Sinn Féin, hanno proposto un referendum di annessione all’Irlanda per rimanere in Europa. Quindi, se da una parte questo referendum ha portato l’esplosione del Nazionalismo violento (come dimostra la morte di Jo Cox), dall’altra ha scatenato una guerra civile interna ai due principali partiti.

In entrambi i partiti – specialmente in quello conservatore – si sono create spaccature così profonde che alcuni esperti parlano già di terremoto politico. Lord Cromwell, membro indipendente della Camera dei Lord, ha recentemente affermato che non sarebbe azzardato affermare che dopo il referendum si avrà un periodo politico travagliato, in cui non esisteranno più le divisioni destra o sinistra, ma pro-UE o anti-UE. Sarebbe un destino beffardo, visto che l’obiettivo principale dell’UE dovrebbe essere quello di unire i popoli invece di dividerli.

Senza dubbio, il Regno Unito (e l’Europa) si trovano di fronte ad un periodo difficile e questo referendum – al netto dei risultati – invece di ricucire gli strappi rischia di provocare nuove divisioni. Come ormai si afferma per le strade di Londra: <<Abbiamo atteso un referendum per scoprire che democraticamente siamo divisi>>.  Se l’UE perde quest’opportunità per rinnovarsi al suo interno, anche a costo di stravolgere gli equilibri di cinquant’anni di integrazione, oltre al Regno Unito sarà soprattutto l’Europa ad aver perso.

La decisione finale spetterà agli elettori il 23 Giugno, e forse è proprio il caso di dirlo: <<Dio salvi la Regina!>>.

 

Articolo a cura di Chiara Vilardo e Cristoforo Simonetta.


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