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Il reddito di base: l’utopia reale della Finlandia

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reddito di base
Helsinki, Finlandia

La domanda è, da secoli, una soltanto: il reddito di base rende le persone pigre e restie a lavorare o rappresenta un aiuto concreto? Dal 1° Gennaio dell’anno corrente, in Finlandia è stato avviato un esperimento sociale che ha da sempre suscitato dibattiti: l’elargizione del reddito di base universale. duemila cittadini disoccupati del Paese scandinavo, scelti a caso, percepiranno un reddito mensile fisso di 560 €. Il progetto è stato creato dalla Kela, l’agenzia governativa per la previdenza sociale, e avrà una durata di due anni. Lo scopo è quello di ridurre la disoccupazione. Attualmente in Finlandia i cittadini possono usufruire del sussidio di disoccupazione, un aiuto che perdono di netto nel momento in cui accettano un qualsiasi tipo di occupazione, compreso un lavoro part-time o precario. Si crea così un circolo vizioso per cui per molti disoccupati finlandesi è preferibile restare inoccupati e avere la certezza del sussidio piuttosto che impiegarsi in un lavoro, di breve durata o malpagato, che gli farebbe solo perdere la certezza dell’entrata mensile. A differenza del sussidio di disoccupazione, il reddito di base sarà erogato in modo continuativo e indipendentemente dalla situazione occupazionale del cittadino. Questi, nel caso trovasse un lavoro, un qualsiasi tipo di lavoro e/o dovesse cambiare la propria situazione remunerativa, continuerà a percepire, senza alcuna decurtazione, il reddito di cittadinanza. L’entrata, ovviamente, si andrà a sommare al calcolo della situazione di reddito perché è, in tutto e per tutto, un salario anche se privo di tassazione.

 

 

  • REDDITO DI BASE: L’ESPANSIONE DI UN’IDEA NATA NEL 1795

Il reddito di base non è una novità nel Vecchio Continente. In Svizzera, a Giugno, un referendum popolare ha bocciato un provvedimento simile. In Olanda – precisamente nelle città di Utrecht, Tilburg, Nimega, Wageningen e Groninga – si discute sull’avvio di iniziative che differiscono di poco da quella finlandese. Altre proposte simili trovano spazio nell’italiana Livorno, nella Provincia canadese dell’Ontario e in Scozia, nella Provincia di Fife e nella città di Glasgow. Non da ultimo, la startup Y Combinator della Silicon Valley sta lavorando a un progetto molto simile a quello del reddito di base da testare nella californiana Oakland. L’idea del reddito di base non è un’iniziativa nuova nella storia del welfare statale. Nel 1969 il Presidente Richard Nixon voleva passare alla storia provando a eliminare la povertà negli Stati Uniti. Il metodo scelto? Quello del reddito di base.

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Il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon (1913-1994) fu un sostenitore del reddito di base

Fu deciso di fare un prova prima di avviare le pratiche per far approvare l’iniziativa. Fu stabilita la cifra di 1.600 $ alle famiglie povere, più di ottomilacinquecento cittadini, scelti prevalentemente negli Stati orientali degli USA e nelle città di Denver e Seattle. I risultati furono ottimi e, confrontati i periodi pre e post iniziativa, il numero di ore lavorate non era cambiato. Le persone coinvolte nell’esperimento che abbandonarono il lavoro furono per lo più i giovani, per proseguire gli studi, e le donne con bambini piccoli. Nonostante gli esiti più che positivi, il progetto fu abbandonato per lo zampino di un consulente di Nixon, Martin Anderson, un convinto sostenitore del libero mercato. Questi riuscì a persuadere il Presidente che il progetto, se fosse diventato legge, sarebbe stato un fiasco; come prova della sua tesi sottopose all’attenzione di Nixon il rapporto sul sistema Speenhamland. Cercare di sintetizzare il sistema Speenhamland non è semplice. Era un progetto di riforma per l’assistenza ai poveri dell’Inghilterra. Era da poco iniziato il XIX secolo e l’Inghilterra aveva già sperimentato altri programmi di assistenza sociale per l’indigenza – all’epoca era in vigore la Poor Law elisabettiana. La situazione critica in cui versava la classe contadina della periferia londinese creò la necessità di cercare nuove soluzioni.

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La povertà, la piaga nell’Inghilterra dell’Ottocento

Per la prima volta nella storia fu adottato il reddito di base. Effettivamente diminuirono fame e stenti, ma nel Paese portavoce del Protestantesimo era difficile concepire la possibilità di guadagnare del denaro che non fosse frutto del duro lavoro. Così, influenzato dalle teorie dei religiosi Joseph Townsend e Thomas Robert Malthus, secondo cui i poveri sono tali solo per mancanza di morale e di voglia di lavorare, il Governo di Londra avviò un’indagine sulla povertà e sulle conseguenze del sistema Speenhamland. Il rapporto bollava l’esperimento come un disastro. Essendo la prima indagine governativa su vasta scala, il rapporto fu lo spunto di ulteriori discussioni da parte di esponenti sia di destra che di sinistra. Passò, così, alla storia l’idea che il reddito di base, da qualsiasi angolazione politica lo si guardasse, fosse profondamente sbagliato. Nessuno sapeva che alla storia era passato il falso, solo dopo centocinquant’anni si scoprì che il rapporto non era veritiero. Le domande con cui era stato creato il rapporto erano insidiose, le risposte erano state stabilite in precedenza e buona parte del rapporto era stato scritto prima dell’indagine. In pratica, le idee secondo cui i poveri erano pigri e immorali avevano guidato le penne che avevano redatto il rapporto senza che ci fosse prima un riscontro effettivo con la realtà. Peccato che la falsa veridicità del rapporto fosse stata scoperta negli Anni ’60-’70 e nelle mani di Nixon finì il rapporto sul sistema Speenhamland così come fu concepito centocinquant’anni prima. Le idee riguardanti lo Speenhamland ripresero a circolare e l’idea del reddito di base fu attaccata a destra e a manca.

 

  • REDDITO DI BASE: IL DIBATTITO

Le idee di Townsend e Malthus sui poveri pigri e immorali possono sembrare obsolete, eppure è ancora su questi temi che verte il dibattito attuale sul reddito di base. I fautori del provvedimento ne leggono i potenziali per sconfiggere la diseguaglianza, per creare un mercato del lavoro più equo e giusto e per dare sussidi ai poveri senza che ricorrano a lunghi e difficoltosi iter burocratici. Quelli contrari accusano il fatto che il reddito di cittadinanza travolga e annulli il welfare statale così come lo conosciamo. È vero che vi sono delle difficoltà da dover affrontare per applicare un sistema di reddito di base, come i costi e i sistemi di distribuzione del reddito. Al di là dei problemi tecnici, però, restano non pochi dubbi da dissipare.

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Reddito di base: un aiuto concreto alla creatività?

Un’entrata sicura mensile incentiverebbe le persone a essere operative o pigre? Aiuterebbe a creare un mercato del lavoro dove gli stipendi dovrebbero essere al limite della decenza o sarebbe un ostacolo per le aziende già piegate dalla crisi? Si spingerebbe verso l’inattività della vita sociale o si favorirebbe lo sviluppo personale e individuale? Si permetterebbe l’immigrazione di comodo o gli individui sarebbero liberi di investire tempo e denaro in formazione e progetti personali, come anche piccole attività imprenditoriali? Karl Widerquist, professore di filosofia alla Georgetown University del Qatar, afferma che il reddito di base «rende molto più semplice l’esistenza del lavoro flessibile». La giornalista britannica Laurie Penny vede l’idea del reddito di base come una soluzione alla disuguaglianza. The Guardian sostiene il reddito di cittadinanza e, anzi, afferma che sarebbe sufficiente lavorare quindici ore a settimana. Le opinioni sono tante, forse troppe. Fatto sta che se si tiene conto dell’incremento della forza lavoro robotica e della diminuzione della domanda di mano d’opera in molti settori industriali, delle idee innovative che ripensino il modo di concepire il cittadino e il welfare statale sono quanto meno necessarie.

Quale sia la strada giusta da intraprendere è ancora tutto da capire: nel frattempo ci si può fare delle domande, molte domande, e cercare delle prime pallide risposte nell’esperimento finlandese.

 

 

 


 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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