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Recensione alla poesia “L’Africa non è poi così lontana” di Filomena Costa

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Filomena Costa (1983), originaria di Castrovillari (Provincia di Cosenza), è un’autrice emergente italiana

Dai tempi più remoti fino ai nostri giorni, sono stati versati fiumi di inchiostro per omaggiare la propria patria: eppure non è mai abbastanza. La terra natia o quella d’adozione, che si mostra accogliente, non è soltanto un luogo fisico o una meta ideale da raggiungere con l’immaginazione ogni qualvolta se ne avverta la necessità, è molto di più: è madre, sorella, amica, maestra di vita, nido d’infanzia, rimpianto, nostalgia, crogiolo di ricordi dolci e amari, talismano che preserva dall’infelicità, fonte di lacrime, lotte e rivendicazioni, cadute e risurrezioni, traguardo serotino ed ultimo pensiero. Fin dalla notte dei tempi, sono state dedicate canzoni e filastrocche per onorare i propri luoghi d’origine e scritti testi poetici, alcuni dei quali occupano un posto di rilievo nel panorama letterario nostrano, come per esempio, A Zacinto di Ugo Foscolo, Traversando la Maremma toscana di Giosuè Carducci e Romagna di Giovanni Pascoli. La terra, dunque, non è soltanto un’entità inanimata, ma diventa antropomorfa e capace di sentire e comprendere versi nostalgici e struggenti o pacatamente lucidi o, ancora, intrisi di sconforto, rabbia e disamore, ma non del tutto scevri da affetto sincero, sebbene larvato o all’apparenza controverso.

La poesia di Filomena Costa sembra acquisire tratti umani, trabocca di riflessioni ben ponderate e di amore che vibra ad unisono col dolore, sotto una cortina di versi incisi con l’inchiostro della verità:

 

L’Africa non è poi così lontana

 

L’Africa non è poi così lontana

picchia musiche rappezzate su di noi

palpa silenti corde di chitarra

mangia note priva di poesia

Calabria impiantata su arcobaleni neri

che tinge sfumature di grigio

la pioggia emargina i suoi colori

in silenzio scolano la folla spiantata

terra mia chiedi lo sgombro di nuvole

adocchi infiniti campi scevri

ingoi quotidianamente i loro corpi nudi

fantastichi su orti e girasoli

ma ingerisci briciole e sale.

 

A partire dal titolo L’Africa non è poi così lontana, che si ripete nel I verso e si dimostra essere un endecasillabo con accenti sulla 1a, 6a, 8a e 10a sillaba, che imprimono ritmo ed efficacia, l’autrice instaura un rapporto binario tra il Continente Africano e la Calabria e pone i primi quattro versi sul piano del confronto, esplicito e sottinteso. In virtù della vicinanza geografica, l’Africa è metro di paragone e correlativo oggettivo di opportunità mancate, colori scuri, sospesi in un limbo di tristezza, è poesia che si dissolve nell’assenza di note. Quel Continente, culla di antiche e prestigiose civiltà, non pulsa di vita, aromi e sonorità festose, ma respira col fiato silente di chi possiede infinite ricchezze e talenti, eppure resta imprigionato nella rete dell’isolamento e dell’abbandono; quel continente, ricettacolo di sapienza antica, erbe magiche e rituali sempiterni evoca possibilità sepolte, prima ancora di aver visto la luce. L’Africa, ammaliatrice e selvaggia, fonte inesauribile di incontri e comunioni di popoli, tace e si veste di disincanto, un disincanto che si trascina stanco e sottomesso ed espande meste risonanze fino alla Calabria: «picchia musiche rappezzate su di noi». Ed è proprio la Calabria, terra della talentuosa scrittrice, la protagonista del componimento poetico, o meglio, lo diventa in maniera acclarata dal V verso in poi, dove il sostantivo che denomina la Regione si impone con la “C” maiuscola anche concettualmente e segna l’inizio della seconda parte del testo, benché non ci siano gli spazi interstrofici a sottolineare la divisione.

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Parco Nazionale della Sila – Calabria

In un continuum figurativo ben calibrato, la patria della Sila e dell’Aspromonte sembra brillare di luce scura («Calabria impiantata su arcobaleni neri»), che ne offusca la bellezza e non fa trapelare le tinte iridescenti, celate sotto atmosfere cinerine. Come in una fotografia in bianco e nero, la pioggia degli affanni quotidiani e dell’emarginazione dai centri propulsori oscura la naturale vivacità e, dentro un cerchio di silenzio, i colori spiovono e si dissolvono sulla moltitudine di persone che, in preda allo scoramento, è tormentata dalla penuria di risorse economiche. Il IX verso si apre con una invocazione-constatazione accorata da parte dell’autrice, la quale parla alla sua terra con l’anima di chi crede ed ha fiducia nelle notevoli potenzialità di un luogo amato, che vorrebbe riscattarsi dal proprio destino di avversità, tuttavia deve fare i conti con la temperie non favorevole. In primo piano c’è una Calabria che sogna ampi spazi di prosperità, ma lo sguardo atterrito si posa su campi aridi di prospettive future, che marcano il vuoto e la sterilità. Una Calabria che rappresenta il soggetto pensante, che formula amare riflessioni, ma incarna anche l’oggetto che subisce e patisce l’onta dell’ingiustizia, una Calabria che vuole inebriarsi di verde e di aromi, eppure la speranza si frantuma in mille pezzi che diventano sale, simbolo di infertilità. E il sale è tutto ciò che resta e ravviva il dolore per una ferita di antica data.

Quello che Filomena Costa ci presenta è un componimento di pregevole fattura, dove l’aspetto fotografico apre dei varchi all’introspezione, che fa capolino dai versi e conferisce un’impronta molto personale e fortemente icastica. Ed è proprio l’aspetto figurativo la caratteristica dominante del testo, giacché la poetessa, con evidente maestria e tramite l’ausilio di figure retoriche ed altri strumenti letterari, è riuscita a realizzare un’impresa non comune: un quadro dettagliato e di forte impatto emotivo, che coinvolge e ingloba il lettore nella sua trama lirica. Tutti ci sentiamo figli di questa terra che grida le sue ragioni ed agogna al riscatto, tutti proviamo un senso di smarrimento, che induce ad interrogarsi sul presente, sulle motivazioni sociali, politiche, economiche, sul ruolo che la storia, con la sua traccia ineluttabile, ha intrecciato con la contemporaneità.

Ad una varietà metrica, nella quale spiccano gli endecasillabi del I, III, X, XII e XIII verso, fa da pendant un’impostazione binaria nella prima parte del testo. Niente è lasciato all’improvvisazione, perché l’autrice ha creato uno schema poetico articolato, eppure lineare e di facile comprensione. Il titolo replicato e inglobato nel primo verso ha il compito di sottolineare la vicinanza con l’Africa (una vicinanza che concerne non solo l’aspetto geografico, ma abbraccia anche la dimensione antropica) mentre, dal II al VII verso, possiamo notare la presenza di un binomio concettuale, in cui i due elementi lessicali, che rivestono la funzione principale, evidenziano una sorta di antinomia. Per esempio, nel II verso le «musiche» rappresentano il ritmo e la vivacità, ma «rappezzate» crea un’inversione di rotta nella significazione, poiché delinea un senso di logorio ed abbandono; ugualmente nel III verso le «corde di chitarra» esprimono sonorità, ma «silenti» smorza l’accezione positiva, spegne l’entusiasmo. L’ingegnosità del duplice contenuto semantico prosegue nel IV verso, dove la «poesia» esprime comunicazione, ma «prive» ne defrauda il valore ed esterna apatia e cupezza. In modo particolare, è nel V verso che l’autrice offre una prova notevole di estro poetico e forza espressiva, esibendo un ossimoro di straordinaria efficacia («arcobaleni neri»): gli arcobaleni sono emblema di luce, colore e speranza, tuttavia queste caratteristiche favorevoli vengono soffocate dal colore nero che si palesa antitetico. C’è tutto un universo metaforico, formato da contrasti e contraddizioni, racchiuso in «Calabria impiantata su arcobaleni neri»: da una parte trapelano entusiasmo, luccichio di vita, fiducia e aspettative, mentre dall’altra, in totale contrapposizione, s’infiltrano e si propagano scoramento e afflizione. Dunque, gioia e insoddisfazione, fulgore e tenebre, in perenne conflitto, si acquietano e si ricompongono all’interno di una significazione negativa. Filomena Costa accorpa in un singolo verso un concetto di forte spessore, dando prova delle sue capacità di analisi e sintesi e, soprattutto, di creatività nella scelta degli abbinamenti lessicali, dimostrando di scansare con destrezza le soluzioni banali e scontate che, spesso, infestano tanta poesia contemporanea.

Nei versi VI e VII è presente la medesima tecnica del contatto di vocaboli che possiedono accezioni antitetiche, atte a creare una collisione semantica, con un’ottimizzazione della resa espressiva. Dall’VIII verso fino alla conclusione, invece, possiamo constatare una variazione del sistema, attraverso l’utilizzo di espressioni, convogliate in un unico significato, che infondono una dose più intensa di avvilimento, con vigore incisivo in crescendo.

L’Africa non è poi così lontana è una lirica sostenuta da un impianto versificatorio che privilegia l’essenzialità, in nome di una maggiore chiarezza nel veicolare i contenuti (sia quelli palesi, sia quelli metaforici) e di una più energica potenza verbale. L’impalcatura del testo poetico, infatti, non prevede l’utilizzo di enjambement, a dimostrazione della completa autosufficienza di ciascun verso e questa scelta da parte dell’autrice denota una precisa volontà di comunicazione ed una maturità compositiva oramai acquisita.

È una dedica particolarmente sentita, realizzata con meditato disincanto, quella che Filomena Costa rivolge alla sua Calabria, una dedica in versi – pregna di contenuti ed echi collettivi – che, all’apparenza, sembra indulgere allo sconforto e, probabilmente, quello era lo stato d’animo dell’autrice durante la stesura del testo. Tuttavia, a mio parere, l’altra faccia della medaglia poetica è rappresentata dal desiderio di esortare la sua patria a non arrendersi allo scoramento, a non piegarsi alle sopraffazioni, a non diventare vittima sacrificale della congiuntura economica negativa.

Un appello che si rivela prezioso per una terra feconda di storia, arte, cultura, genti laboriose e detentrici di forti valori morali, che con grande dignità da sempre lottano per l’affrancamento dai luoghi comuni e dall’ipoteca dei pregiudizi, gravosa eredità di un oscurantismo difficile da sradicare.

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

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