amore-materno-23

Recensione alla lirica “La voce dell’amore tra le mani” di Rosanna Di Iorio

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
rosanna
La poetessa italiana Rosanna Di Iorio, nata a Chieti, vive e opera a Cepagatti (Provincia di Pescara)

Alzi la mano chi, nel sentir parlare di amore incondizionato e cristallino, non pensa al sentimento che unisce una madre alla propria creatura. Quello materno è un amore sacro e inviolabile, capace di scalare le montagne più impervie e sfidare i torrenti più impetuosi, è l’amore per eccellenza. La figura materna, culla di vita e dispensatrice di protezione e tenerezza, nell’immaginario collettivo è cinta da un’aura di bontà suprema, giacché incline per natura ad amare i propri figli senza riserve e senza bramosia di corresponsione e poiché, in virtù del suo status, avvezza a compiere piccoli miracoli quotidiani, proprio in nome dell’amore.

Il componimento poetico di Rosanna Di Iorio, con delicatezza ma, al contempo, con intensità e dovizia di particolari, ci proietta in questo contesto affettivo per farci assaporare le sfaccettature più commoventi del sentimento inossidabile per antonomasia.

 

La voce dell’amore tra le mani

(per una mamma non udente)

 

Ho visto le tue mani farsi voce

e gridare nel vento. E sulla fronte

fili di seta bianca, riluttanti,

sfidare oltre le stelle, l’Universo.

Ho visto nei tuoi occhi sempre ardenti

fiumi di luce mite e imperativa.

E il pensiero si lega al gesto, il segno

al senso. Senza mai nessun bisogno

di inventarsi sirene. La dolcezza

delle tue dita elastiche e sottili

come un tam tam percuotere il silenzio

e farsi canto di contralto. E d’ombra.

Quanta forza nel fondo, senza orecchi

per udire la voce di tuo figlio

che solitaria canta nel tuo buio,

che non riesce a vincere il silenzio,

ma lieve sfiora le tue labbra mute

Forse bisognerebbe saper dare

di più. Vorrei poggiare le mie mani

sullo schermo magnifico del cielo

vivendo sempre in questo mondo ostile,

così placando con la mia passione

la tua feroce dissonanza e darti

una rosa del mio muto giardino.

Perché io amo i balsami segreti

delle tue mani che sanno attenuare

le mie pene del vivere. Le tue

celesti dita che sanno cantare

sulle mie gote canti di innocenza.

 

Già il titolo, corredato di sottotitolo esplicativo, ci fornisce un indizio fondamentale per la comprensione dell’elaborato e ci dà delle interessanti anticipazioni concernenti la metrica e lo stile, dal momento che esso stesso costituisce un endecasillabo (con accenti in 2a, 6a e 10a posizione) e incorpora una doppia sinestesia, figura retorica tra le più rappresentative del panorama stilistico – letterario.

Protagonista della lirica è una madre che, al fine di compensare la propria disabilità uditiva e fonatoria, utilizza la gestualità delle mani, con l’amplissimo repertorio di espressioni che offre il linguaggio dei gesti, per poter comunicare con suo figlio e per impartirgli un’educazione esemplare, fatta di comprensione e severità, come esige il ruolo materno. E soltanto affidandosi al sentimento più puro e antico del mondo, è possibile trovare la forza per affrontare situazioni poco agevoli e lottare contro l’intero universo.

Le mani si trasformano in voce vera e propria, che trasmette agli occhi il potere comunicativo, attraverso sguardi colmi di indulgenza ma anche carichi di autorità e, per una prodigiosa alchimia che va ben oltre le conoscenze e le spiegazioni scientifiche, i pensieri si traducono in gesti precisi, che riproducono con semplicità il complesso insieme della sfera semantica di riferimento. Le dita esperte, che scrivono nell’aria frasi pregne di dolcezza, sono paragonate al suono prodotto da un tamburo che percuote il silenzio e si trasforma in canto, ben modulato ma flebile, dal momento che intona le ombre di un destino costellato di difficoltà oggettive che, tuttavia, la potenza dell’amore trasforma in soluzioni e opportunità. E si tratta di una madre dotata di una volontà straordinaria, che lotta contro il silenzio nel quale è immersa e che ha sostituito la funzione uditiva con la capacità di leggere il labiale e l’espressione del volto della sua creatura e, soprattutto, con l’abilità nell’interpretare le parole non percepite tramite la forza del sentimento, quel sentimento che educa, consiglia, rassicura, rimprovera e ama incondizionatamente.

untitled2
“Le tre età della donna” (1905) del pittore austriaco Gustav Klimt – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Ma questa figura femminile, che fa della sua patologia uditivo/fonatoria quasi una risorsa che le consente di dedicarsi al figlio con maggiore dedizione, non è l’unica presenza determinante nella poesia. Nell’ultima parte, infatti, fa capolino l’ego poetico dell’autrice che, pian piano, disvela la sua emotività sgorgante, con la delicatezza che la contraddistingue, in un connubio di ammirazione ed empatia. La Di Iorio sembra instaurare un legame speciale di sincronica comprensione col giovane figlio co-protagonista della lirica e con la madre, baluardo di una diversità che arricchisce, introducendosi nella loro sfera affettiva, col suo contributo di viva sensibilità: è esplicito il desiderio di lenire il disagio provocato dalla sordità e dall’incapacità di esternare le parole per mezzo della voce. Ma la poetessa, a ben guardare, va oltre l’empatico interesse nei confronti di una madre non udente, assumendo lei stessa la doppia veste di madre e di figlia, in una commovente fusione dei ruoli. È madre, quando cerca di penetrare quel nebuloso muro di silenzio vestendosi di silenzio e, con un rispetto quasi sacrale, vorrebbe offrire «/ una rosa del mio muto giardino /»; è figlia, quando percepisce il calore e l’affetto delle mani che parlano e che attenuano «/ le mie pene del vivere /» e, soprattutto, quando ritorna ad essere bambina, nel sentire le dita miracolose – esperte nell’instaurare una conversazione, nell’esprimere tenerezza e nell’educare alla vita – sulle sue gote, che sanno trasmettere e suggellare tutta l’innocenza dell’età infantile.

La voce dell’amore tra le mani è un testo poetico suddiviso in 5 strofe di endecasillabi, quasi tutti – titolo compreso – a maiore (l’endecasillabo a maiore è caratterizzato dall’accento principale fisso sulla 10a sillaba e da quello principale mobile sulla 6a ed è considerato il più solenne, melodioso per eccellenza, rispetto al modello a minore che, oltre a possedere, ovviamente, l’accento fisso principale sulla 10 a, ha quello principale mobile sulla 4a ed è ritenuto meno armonioso) e questo conferisce intensa musicalità e scorrevolezza.

I versi sono arricchiti da una presenza cospicua di figure retoriche, in particolare la metafora e la sinestesia («Ho visto le tue mani farsi voce / e gridare nel vento… / fiumi di luce mite e imperativa / celesti dita che sanno cantare»), che impreziosiscono la trama poetica, aggiungendo poesia alla poesia. I frequentissimi enjambements, che conferiscono un andamento serpentino, imprimono ritmo incalzante e vigore strutturale alla lirica, oltre a catalizzare l’attenzione del lettore che, scorrendo il testo, diventa smanioso di concludere un verso per approdare a quello successivo, fino al termine e così costruire e poi completare la storia poetica narrata dall’autrice, con una maestria che raggiunge i massimi livelli. A parte il titolo, che funge da annunciatore tematico e stilistico, prefigurando ai lettori la tematica affrontata e la metrica utilizzata, il verso “principe” è senza dubbio il 1°Ho visto le tue mani farsi voce»): in una sintesi perfettamente modulata di armonia, incisività e spessore argomentativo, il sentimento materno lambisce vette eccelse di lirismo. Basterebbe quest’unico endecasillabo per far comprendere a chi legge il perno dell’intera composizione, nella quale l’amore primeggia incontrastato ed è l’amore, infatti, il primo attore della poesia che Rosanna Di Iorio ci racconta con la sua delicatissima penna artistica.

Insomma, prendendo in prestito il celeberrimo emistichio virgiliano tratto dalle Bucoliche, potremmo ribadire a gran voce «Omnia vincit amor», perché l’amore vince tutte le incertezze e le difficoltà della vita e vola alto sopra le peripezie quotidiane, figlie di un destino tutt’altro che roseo.

Ed è proprio questo il messaggio che la poetessa vuole veicolare col suo stile accurato e con la sua impareggiabile capacità comunicativa, che si innalza oltre la frivolezza e la superficialità radicate nella nostra epoca – così incline all’apparenza e sempre più vuota di contenuti – offrendoci un’esemplare lezione di vita in versi.

 

Signature --- Image by © Royalty-Free/Corbis

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *