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Recensione alla lirica “Canto dell’arcolaio e buoni giorni” di Patrizia Stefanelli

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Patrizia Stefanelli (1960) è una poetessa italiana. Attualmente vive a Gaeta (Provincia di Latina)

Che cosa hanno in comune Biancaneve e La bella addormentata nel bosco? L’essere annoverate tra le fiabe più celebri, l’essere considerate un cult dalle bambine e dalle mamme e l’essere riproposte come cartoon o film di animazione dalla Walt Disney Company, con audience alle stelle e coccarda sulla scatola dei ricordi da custodire gelosamente? Certo, ma non solo. L’elemento di connessione determinante è quello strumento utilizzato per ridurre in gomitoli le matasse, dotato di fuso, quel fuso con il quale la regina si punse il dito e, mentre una goccia di sangue stillava sulla neve, desiderò dare alla luce una bimba dal nome Biancaneve; il medesimo fuso con cui si punse anche Aurora, che cadde vittima di un incantesimo e si addormentò per cento anni, fino a quando fu risvegliata dal bacio del suo principe azzurro. L’arcolaio, dunque, ci catapulta in un’atmosfera fiabesca, tipica di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, che tutti serbiamo nel cuore.

 

Canto dell’arcolaio e buoni giorni

 

… ma dentro ho spesso il senso del destino,

come una Norna

che il filo taglia

mi siede accanto tutta la mia vita.

 

E s’apre e chiude il ciclo delle cose

così semplicemente le stagioni;

rinnova Terra profumi nei muschi

e tra le spezie si abbandona e dorme

il sonno delle fate buone. Sento

del guindolo il fruscio nel dipanare

dei giorni le matasse intorno al perno

e pare voce antica sempre bella:

 

“Buon filatore  porgi

 in giusta quantità alla torsione

quella tua seta, il suo vermiglio canto

e muovi il piede in battere e levare

da te dipende il tempo e la fattura

preziosa o malcreata,

eterno divenire”.

 

Canto dell’arcolaio e buoni giorni di Patrizia Stefanelli conserva quest’aura incantata, ma arricchisce la potenza immaginifica delle fiabe tradizionali con elementi peculiari della mitologia nordica. Il fascino del pantheon scandinavo si unisce alla saggezza del messaggio, insito nel componimento, in armonico equilibrio con una metrica ben calibrata, che alterna endecasillabi, quinari e settenari. Si tratta di un testo impegnato che, in primis, presuppone una conoscenza dettagliata delle tematiche trattate e, non da ultimo, la capacità di rielaborare le nozioni in modo personale e cesellarle stilisticamente, per plasmare dei versi. Competenza, passione abilità, sono la conditio sine qua non affinché, da un’impalcatura di argomenti potenzialmente interessanti, si gettino le basi per una costruzione poeticamente solida, capace di suscitare interesse nei lettori e di stimolarli ad un’operazione di comprensione e interpretazione, che non si limiti al significato letterale, ma colga il senso metaforico e augurale, come insegnamento di vita.

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Le tre Moire, assimilate anche alle Parche romane e alle Norne norrene, sono figure appartenenti alla mitologia greca

L’autrice parte dal gelido Nord e ci conduce in un mondo arcano, distante nel tempo e nello spazio, dove regnano le Norne, figure mitologiche dell’area norrena, che hanno il compito di tessere il filo del destino dei mortali. Secondo la tradizione, le tre divinità femminili hanno tra le mani la vita di tutti gli esseri viventi, infatti, l’esistenza umana è un filo nel loro telaio, corrispondente proprio alla lunghezza della vita. È palese l’affinità con le Parche e le Moire (Cloto, colei che fila, Làchesi, colei che stabilisce la sorte toccata all’uomo e Àtropo, colei che taglia il filo della vita) della mitologia classica e con le tre figure femminili peculiari del folklore inglese, in auge ancora al tempo di William Shakespeare e che, attualmente, sopravvivono nelle tradizioni popolari dell’arcipelago delle Fær Øer, appartenente alla Danimarca. Queste analogie sono una testimonianza tangibile di un substrato di leggende comuni nell’area euroasiatica. La Stefanelli, immersa nella narrazione leggendaria scandinava, avverte nella propria interiorità la presenza del fato e percepisce l’esistenza di una Norna, che stabilisce, impietosa, quando recidere il filo della vita. E l’esistenza fluisce, con ritmi cadenzati, nel suo andamento ciclico che alterna le stagioni, mentre la terra, la Madre Terra, in attesa di rinnovare i profumi e il tappeto fiorito, si abbandona a un sonno ristoratore, vegliata dalle fate protettrici. E del guindolo, lo strumento utilizzato in particolare per la filatura della seta, la poetessa avverte il rumore sottile prodotto delle matasse dei giorni, che scorrono intorno al perno. L’arcolaio, a questo punto, sembra aver acquisito tratti umani e diffonde la sua voce, limpida e senza tempo, prodigandosi per elogiare un preciso insegnamento di vita a tutti coloro che si sentono artefici della propria esistenza: il destino si crea attraverso le nostre azioni, i nostri comportamenti quotidiani, dunque, sta a noi decidere come tessere quel filo di valore inestimabile, in accordo con la celebre massima attribuita ad Appio Claudio Cieco «Faber est suae quisque fortunae / trad: Ciascuno è artefice della propria sorte».

Il testo poetico è ripartito in tre strofe di lunghezza e significato differenti. Nella prima, composta da quattro versi, la poetessa si identifica in una Norna e assume su di sé il compito di presiedere al proprio destino, con grande consapevolezza e potere sensitivo. E sembra realmente indossare una veste divina, mentre, insignita della dote di preveggenza, osserva tutti gli istanti della sua esistenza che le scorrono accanto. Potremmo definire il suo un ruolo ambivalente, dal momento che è l’artefice del proprio destino e al contempo la vittima che, ineluttabilmente, ne subisce gli effetti ad opera di una Volontà Superiore. Quindi è creatrice e padrona, ma allo stesso tempo completamente sottomessa alla sorte. In lei convivono razionalità e percezione misteriosa del destino, ordine e caos, predestinazione e libero arbitrio, natura umana e sovraumana: gli opposti che si attraggono e poi si ricompongono armonicamente.

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Tempio di Apollo – Delfi, Grecia

La seconda strofa, formata da otto versi, si può suddividere in due parti, di cui la prima è assimilabile a un dipinto impressionista, con alternanza di colori accesi  e tenui, che tratteggiano l’andamento ciclico del corso della vita. Ma il lettore più diligente coglierà il significato metaforico dell’avvicendarsi delle stagioni, dei profumi e dei colori: la ciclicità che governa la terra è correlativo oggettivo dell’alternanza degli avvenimenti e della condizione umana. La morte e la vita, il dolore e la gioia, il pessimismo e l’ottimismo, la sconfitta e la vittoria si succedono instancabilmente, poiché nulla è statico. E il messaggio che questi versi veicolano è ricco di risonanze filosofiche e psicologiche pregnanti, che sembrano infondere nell’animo consapevolezza, fiducia verso il futuro e pillole di saggezza dal momento che, se da un lato l’idillio della felicità non è eterno e cederà il posto a periodi negativi, dall’altro, per compensazione, anche la sofferenza avrà una durata limitata e lascerà spazio a raggi di luce che rischiareranno l’orizzonte di ciascuno di noi. La seconda parte, che vede protagonista della scena poetica l’arcolaio parlante, funge invece da trait d’union tematico con la terza strofa, anticipando il concetto dell’intervento umano, per mezzo della volontà che si tramuta in decisione, come strumento per tessere la propria sorte. La parte conclusiva, infatti, rappresenta il trionfo del libero arbitrio. È l’arcolaio dalla voce antropomorfa che esorta gli individui a vivere un’esistenza equilibrata, suggerimento che evoca l’antichissima massima latina del «Ne quid nimis / trad: Nulla di troppo», mutuata dall’iscrizione greca, scolpita sul frontone del celebre tempio dedicato ad Apollo (a Delfi) e che invita ad un’esistenza misurata dalla quale dovrebbero essere banditi tutti gli eccessi.

Il testo poetico osserva, in sintesi, una divisione in tre strofe (tre come il numero delle Norne, perché l’autrice non lascia niente al caso e propone una corrispondenza numerica, atta ad enfatizzare il messaggio veicolato), ognuna di respiro semantico differente, ma interconnessa alle altre e concernente, rispettivamente, la predestinazione e la facoltà di intervento nell’ambito del proprio destino (due tesi che sembrano opporsi ma che in realtà creano un connubio), l’andamento ciclico della vita e, infine, il ruolo predominante del libero arbitrio unito ad un modus vivendi all’insegna della moderazione.

Anche la struttura metrica presenta degli aspetti interessanti e degni di nota. La lunghezza dei versi della prima strofa non è casuale, ma palesa una conformità rispetto al contenuto: gli endecasillabi esprimono il fluire della vita, la consapevolezza del destino, mentre i quinari simboleggiano l’operato della Norna che conduce alla morte, l’interruzione brusca dell’esistenza. Quindi, un’opposizione tra verso di undici sillabe e verso di cinque sillabe, tra flusso dei giorni e cesura del filo della vita. Per quanto concerne la seconda strofa, il protagonista esclusivo è l’endecasillabo, verso principe della tradizione poetica italiana, che Dante Alighieri elogia nel De vulgari eloquentia e che in questo contesto sembra simboleggiare la perfezione della natura e la precisione dell’alternanza delle stagioni. I tre enjambement presenti, rispettivamente, nell’XIII, IX e X verso, amplificano la fluidità versificatoria e, in virtù dell’effetto di continuità, contribuiscono a delineare il concetto di ciclicità dell’esistenza. L’ultima strofa, infine, che si apre e si chiude col discorso diretto, mostra la presenza di endecasillabi e settenari, la cui alternanza rende particolarmente armoniosa la lettura. Dato che il testo è stato composto a ridosso del giorno di San Silvestro, questa parte conclusiva, caratterizzata dall’accentuazione melodica, intensifica il messaggio di buon auspicio, espresso tramite le parole dell’arcolaio che esorta a dominare il corso degli eventi per mezzo di azioni ben misurate e scevre da eccessi. L’autrice, cioè, con abilità e raffinatezza poetica non comune, vuole diffondere un messaggio augurale servendosi della particolare scorrevolezza resa dall’alternanza di endecasillabi e settenari. È ammirevole come la nostra talentuosa scrittrice, modulando la misura dei versi e adottando schemi metrici variegati, riesca a trasmettere emozioni, ad accrescere il corredo immaginifico e a plasmare l’intensità icastica. Precisione, versificazione peculiare, combinazioni lessicali personalissime, articolazione delle strofe mediante nessi “ad effetto” sono caratteristiche che delineano il suo stile che prevede, inoltre, una particolare accuratezza nella scelta del titolo. Nella fattispecie Canto dell’arcolaio e buoni giorni fornisce al lettore tre informazioni preziose, ossia l’atmosfera nella quale è inserito il componimento, la tematica affrontata e il modello metrico preponderante.

E in un’epoca sempre meno incline alla cultura, in cui la poesia è relegata negli scaffali nascosti e polverosi delle librerie e in un panorama letterario dove chi si approccia alla scrittura in versi troppo spesso indulge in componimenti semplicistici, vuoti di argomenti pregnanti e privi di stile personale, la lettura delle liriche di Patrizia Stefanelli diventa un atto catartico e consolatorio.

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

Un pensiero su “Recensione alla lirica “Canto dell’arcolaio e buoni giorni” di Patrizia Stefanelli

  1. Meraviglioso tutto Patrizia e complimenti anche a Carla Maria Casula per la magistrale stesura della recensione.

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