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Recensione alla lirica “Ogni anno il Natale ci seduce” di Rosanna Di Iorio

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La poetessa italiana Rosanna Di Iorio, nata a Chieti, vive e opera a Cepagatti (Provincia di Pescara)

Il Natale è ormai alle porte e, come tutti gli anni, candidamente o furbescamente, scriviamo sulle cartoline decorate virtuali, oppure sui social, frasi beneauguranti e pregne di affetto, stima e amicizia, attinte da un repertorio vasto ma poco fantasioso. Pensieri ad effetto, eterei o corposi, eleganti o di sostanza, comunque stereotipati, talvolta vengono fissati sulla carta dei biglietti (ma, ahinoi, il cartaceo è una sciccheria quasi obsoleta!) e, abitualmente, sulle Pagine di Facebook, unendo così milioni di persone oltre i fusi orari, oltre le latitudini. È la prassi. Una moda che imperversa e che ci fa sentire uguali in tutte le parti del globo. Eppure qualcosa stride. Anzi, tutto. Il Natale è la festa più rappresentativa della cristianità: è amore, generosità, gioiosa condivisione, a prescindere dalla fede religiosa, si nutre di semplicità e genuinità. Ma, allora, perché i valori autentici – che nascono dal cuore – si scontrano e poi si intrecciano con gli auguri recitati in serie che aleggiano e ci sommergono? Dovremmo fermarci a riflettere e la lirica di Rosanna Di Iorio è un ottimo spunto per farlo: un viaggio in versi che ripercorre le usanze natalizie, tra abitudini consolidate e bisogno di autenticità, fra apparenza e chiassoso consumismo e desiderio di sobrietà e spiritualità.

 

Ogni anno il Natale ci seduce

 

Ogni anno il Natale ci seduce

col tremolante suono della pigra

zampogna che nell’aria si diffonde.

 

Forse siamo qualcosa che va oltre

i cenoni e le partitelle a scopa

imbastite aspettando di cenare.

 

Ogni anno il Natale ci ricorda

di ciò che siamo e ciò che volevamo.

 

Solo una volta all’anno. Poi più nulla.

 

E inganna la mia parte di bambina

che sopravvive ai disincanti e crede

ancora fermamente che dal fango

può nascere la Vita. E che sognando

non si rassegna ed incessantemente

soffia sui suoi desiderati sogni

inzuppati di lacrime e spumante.

E vuol volare oltre. Oltre la vita

e le piccole farse che ci lascia.

 

Ed è una cosa onestamente allegra

accendere le luci sul balcone

e tra malinconia di troppe assenze,

accovacciata sul divano rosso,

al calore accogliente del camino

ripensare all’età delle speranze;

mangiare una sgargiante caramella

e carezzare colorati sogni.

 

Ricordando così che nella nostra

favola c’era un solo grande Amore,

l’Amore che ci illumina e ci salva.

 

Quell’Amore che non si può imparare

distrattamente un solo giorno all’anno,

per poi dimenticarlo un’altra volta.

 

Si tratta di un testo poetico limpido nella forma e profondo nel contenuto, che si rivela esplicito a partire dal titolo e palesa la sua caratterizzazione dualistica. Il dualismo, infatti, è la peculiarità che lo connota e si manifesta in modo inequivocabile a partire dal vocabolo protagonista «Natale» e dalla voce verbale «ci seduce», connessi strettamente non solo grammaticalmente e sintatticamente, ma anche per quanto concerne il significato metaforico, specchio dell’ambivalenza semantica. Il Natale rappresenta in maniera emblematica l’antitesi, che convive, tra luci e addobbi vivacissimi, pacchi regalo che custodiscono il superfluo, pranzi sfarzosi e il desiderio di alimentare l’anima con gesti non appariscenti di altruismo e manifestazioni interiori di gioia cristallina, dono di una ricchezza spirituale non adulterata dal materialismo. Ugualmente il verbo «sedurre» trasmette questa opposizione tra velleità mondane e consumismo di massa e anelito di calore sincero e ricongiungimenti familiari, insomma un incontro-scontro di valori antitetici che si fondono e generano un’ambivalenza stabile. L’etimologia di «sedurre» è di chiara impronta latina (seducere = condurre verso di sé, quindi, per estensione, affascinare) e, nell’uso attuale, lascia trasparire una sfumatura frivola che sottolinea l’esteriorità, l’ultimo modello di iPhone, la camicia griffata o il viaggio esotico che fa tendenza, desideri ambiti dalla nostra parte umana ma che l’anima disconosce.

natale-ipocrisia-spesa-soldiDunque anche ad un livello di lettura meno superficiale si acclara l’opposizione materiale e spirituale, immanente e trascendente. Ed è interamente intessuto di antitesi, sapientemente modulate, questo componimento che costituisce un’allegoria, l’allegoria della vita umana che si barcamena tra i bisogni vacui e le fughe spirituali. Esemplificativo è «di ciò che siamo e ciò che volevamo» della III strofa, che contrappone la realtà alle aspettative, il presente all’attesa. Di impatto è anche il contrasto tra lacrime e spumante nel 7° verso della V strofa, che rappresenta il dolore e la gioia, un’altalena costante non soltanto dei nostri bilanci natalizi, ma di tutto il percorso dell’esistenza. Anche nel e 3° verso della VII strofa, l’Amore (per eccellenza) – ossia Gesù, incarnato nel seno della Vergine e poi venuto al mondo per la salvezza umana – manifesta un palese contrasto rispetto agli altri amori, sottintesi, idoli fallaci che solleticano la nostra inclinazione materialista. Ma la Di Iorio, con grande maestria, proietta l’antitesi anche nella voce poetante, alternando la 1a persona singolare con la 1a persona plurale e l’io col noi, che poi diventa corale e impersonale: singolare/plurale, personale/collettivo, soggettivo/globale si affrontano, si confrontano e poi si fondono. E l’autrice va persino oltre. Servendosi del verso principe della metrica, alterna, con la competenza di chi è avvezzo ad elaborazioni liriche di alto livello, un linguaggio raffinato e poetico ad uno più colloquiale, come si nota chiaramente nei versi e della I strofa («col tremolante suono della pigra / zampogna che nell’aria si diffonde» e «i cenoni e le partitelle a scopa / imbastite prima di cenare»; inoltre tremolante suono, con l’aggettivo che rappresenta un cultismo, anteposto al sostantivo per un effetto aulico, è in netto contrasto con aspettando, giacché l’uso del gerundio ha un’attinenza più discorsiva).

Ancora, nei medesimi versi, si palesa un’opposizione tra l’ambiente esterno, dove aleggia il suono della zampogna e quello interno, che racchiude momenti di convivialità; in più lo strumento musicale tipico delle festività natalizie richiama un’atmosfera quasi mistica, al contrario delle vivaci riunioni di famiglia, che alludono ad un clima prettamente terreno. Anche nella V strofa si evidenzia un’opposizione tra «fango» e «Vita», rispettivamente intesi come sinonimo di peccato e vacua mondanità e Natività, simbolo di vita eterna. Il 3° verso della VI strofa «e tra malinconia di troppe assenze», che attiene ai bilanci affettivi e al dolore per chi non c’è più, crea uno stacco netto col e l’8° verso «mangiare una sgargiante caramella / carezzare colorati sogni», che invece evoca il mondo fanciullesco, fatto di spensieratezza. Nulla è lasciato al caso e la poetessa ha ben chiari il messaggio e le sensazioni che vuole veicolare e, con grande perizia, agisce ad un livello più tecnico del componimento ed estende il suo modus operandi dal piano contenutistico e semantico a quello strutturale, ossia ripartisce le pause e dà continuità al verso, modellando la sintassi, per attribuire un senso specifico anche alle parti asettiche, che di per sé non sarebbero portatrici di alcun significato. Ai diversi enjambement, che conferiscono un continuum al verso e imprimono dinamismo alla narrazione poetica, fanno da contraltare i versi franti e le interruzioni all’interno dello stesso verso (IV strofa «Solo una volta all’anno. Poi più nulla» e V strofa «E vuol volare oltre. Oltre la vita»), che attribuiscono l’effetto opposto, creando staticità. Quelle pause, determinate dal segno di interpunzione e inserite ad hoc, richiamano l’attenzione del lettore e lo invitano a soffermarsi in quel determinato punto, per riflettere, per meditare sulla propria condizione, per ripensare alla parte precedente del testo e cogliere il significato che vada oltre lo sguardo frettoloso e distratto.

Ciò che colpisce maggiormente della lirica è la coesistenza di tre differenti livelli di lettura e interpretazione che si completano a vicenda, partendo dal più elementare, fino a quello più impegnato, larvato dall’apparenza. Il primo livello potrebbe essere appropriato per i bambini e i meno esperti, che possono cogliere soltanto la musicalità del testo e il significato generale. Il secondo, invece, è più adatto per coloro che vogliono scavare sotto la superficie e riescono a comprendere alcune metafore e le antitesi semantiche più evidenti; infine il terzo, quello più profondo e complesso che, come una sorta di matrioska, contiene i due precedenti ed è intellegibile a chi è avvezzo all’interpretazione dei testi poetici e possiede gli strumenti critici per individuare le varie figure retoriche, i procedimenti sintattici e i significati metaforici che si celano dietro il senso letterale. E l’esistenza di quest’ultimo livello è possibile in virtù della struttura poetica sapientemente intessuta dalla nostra autrice, che è solita elaborare i componimenti utilizzando diversi registri semantici, l’ultimo dei quali si presta spesso ad un’interpretazione allegorica.

Il pregio di questo testo poetico è costituito dalle due terzine conclusive, attraverso le quali Rosanna Di Iorio ci esorta ad abbracciare il senso religioso del Natale, con la coerenza e l’onestà di chi non relega i buoni propositi e i gesti caritatevoli al 25 Dicembre, per poi disconoscerli tutti gli altri giorni. Ma la lirica, tra gli endecasillabi armoniosi, mette in luce un altro aspetto fondamentale che si può sintetizzare col vocabolo consapevolezza: consapevolezza che, oltre alla parte più nobile, quella spirituale, che deve essere alimentata costantemente, alberga in noi anche un cantuccio puerile, che si nutre di lucine colorate e sogni e, infine, una parte adulta che subisce la fascinazione delle mode, della pubblicità e della frivolezza imperante. Ed è con queste tre parti che dobbiamo convivere e barcamenarci tra bisogni prettamente terreni e vacui e aneliti dell’anima, senza imporci un’autodisciplina troppo rigida e senza rivolgerci eccessivi ammonimenti.

Perché siamo figli del nostro tempo e della nostra condizione umana.

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

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