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Reati di opinione: ne abbiamo bisogno?

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Da sinistra verso destra: l'austriaco naturalizzato tedesco Adolf Hitler (1889-1945), l'italiano Benito Mussolini (1883-1945) e il sovietico bolscevico Iosif Stalin (1878-1953)
Da sinistra verso destra: l’austriaco naturalizzato tedesco Adolf Hitler (1889-1945), l’italiano Benito Mussolini (1883-1945) e il sovietico bolscevico Iosif Stalin (1878-1953)

La scorsa settimana il deputato del Partito Democratico, Emanuele Fiano, ha presentato alla Camera dei Deputati un disegno di legge che modificherebbe la normativa vigente a riguardo dell’apologia del Fascismo prevedendo una pena anche per i singoli che ostentano il saluto romano o mettono in vendita gadget fascisti. Tecnicamente il ddl Fiano intende inserire nel Codice Penale l’articolo 293-bis, che prevede la reclusione da sei mesi a due anni per chiunque propagandi immagini o contenuti del Partito Fascista o Nazionalsocialista tedesco o delle loro ideologie. Una proposta forte quindi, che ha suscitato un dibattito acceso nell’opinione pubblica.

Chi ha preso parte al dibattito sull’estensione della normativa in merito all’apologia di Fascismo ha spesso citato la XII disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista», dimenticando tuttavia due aspetti importanti, uno storico e uno morale.

L’aspetto storico è semplice: la XII disposizione transitoria della Costituzione, come l’intero lavoro dell’Assemblea Costituente, era figlio di eventi storici dalla portata epocale. L’ascesa dei totalitarismi (Fascismo, Nazismo e Comunismo), la guerra civile italiana (8 Settembre 1943 – 2 Maggio 1945) e la spartizione del mondo in due blocchi, quello atlantico guidato da Washington e quello sovietico guidato da Mosca. Una guerra feroce era stata combattuta fra italiani nella penisola e, all’epoca, il tentativo di ricostituire il disciolto Partito Nazionale Fascista (PNF) era un timore reale, non solo da parte di singoli nostalgici isolati. I Padri Costituenti ritennero necessario affermare in modo forte e netto che il periodo fascista della storia italiana era finito e che non sarebbe stato possibile ripeterlo: nel mondo del dopoguerra, ormai mutato, non c’era spazio in Europa per forme di Governo che non fossero democrazie liberali (filo-americane) o dittature socialiste (filo-sovietiche).

fbd2fa27c9b443d9714de0764c43b831Oggi tuttavia, a più di settant’anni da quegli eventi, il mondo è completamente mutato. La Guerra Fredda è finita da vent’anni e tutti i protagonisti della Seconda Guerra Mondiale sono morti e sepolti da tempo. Non esistono più né i grandi partiti di massa, né le grandi organizzazioni (politiche, religiose e sindacali), né le enormi industrie con catena di montaggio che avevano permesso ai totalitarismi del Novecento di ascendere al potere, di plasmare rapidamente l’opinione pubblica e – soprattutto – di creare una organizzazione capillare e radicata nella società, tanto nella vita privata che in quella lavorativa, con un controllo totale della politica e della vita pubblica dello Stato. Oggi il più grande partito italiano ha circa trecentomila tesserati. Solo quarant’anni fa i grandi partiti in Italia avevano circa tre milioni di tesserati. Fino alla fine degli Anni ’70 la quota di maggioranza degli iscritti nelle organizzazioni sindacali era quella dei giovani lavoratori dipendenti: oggi, nel calo generale della forza dei sindacati, la quota maggioritaria delle confederazioni maggiori (CGIL, CISL e UIL) è detenuta dai pensionati. È completamente cambiato anche il modo di acquisire le informazioni, di comunicare e di viaggiare: nel dopoguerra la grande diffusione dei voli low cost, di internet, degli smartphone, della televisione digitale terrestre, dei giornali internazionali online era completamente imprevedibile. All’epoca le persone del ceto medio avevano una limitata conoscenza delle lingue straniere, raramente avevano viaggiato fuori dall’Italia e si potevano informare solo tramite un paio di stazioni radio e diversi giornali cartacei, tutti a pagamento: la gratuità e la pluralità dell’accesso all’informazione odierna era sconosciuta, così come la liquidità delle forme di aggregazione, delle identità e l’indebolimento del senso di comunità (oggi a malapena ridotto ad una vaga consapevolezza di appartenenza al medesimo Stato). È difficile credere seriamente che, oggi, in Italia vi sia un reale pericolo di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e – a ben vedere – già nel 1956 la Corte Costituzionale, presieduta da Enrico De Nicola (già primo Presidente della Repubblica 19461948), accogliendo il rilievo dell’Avvocatura dello Stato, tenne a ridimensionare la portata dell’applicabilità della Legge Scelba (n° 645/1952) che il 20 Giugno 1952 aveva disciplinato l’attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana e – tra altri aspetti di tutela dell’ordine pubblico – aveva introdotto il reato di apologia del Fascismo.

Karl Loewenstein (1891-1973) è stato un filosofo e politologo tedesco
Karl Loewenstein (1891-1973) è stato un filosofo e politologo tedesco

L’aspetto morale è, invece, più delicato. Sebbene sia vero che la democrazia, per non soccombere e per rimanere realmente tale, deve essere una democrazia militante come sosteneva Karl Loewenstein quando scriveva: «un partito può condurre una campagna in favore di cambiamenti legislativi o delle stesse strutture costituzionali dello Stato a due condizioni: [1] i mezzi utilizzati a questo scopo devono essere, sotto tutti i punti di vista, legali e rispettosi del principio democratico; [2] i cambiamenti proposti devono essere compatibili con i principi democratici fondamentali» e che, quindi, lo Stato democratico ha il diritto e il dovere di difendere l’ordine costituito da tutte le minacce eversive è anche vero che la pietra angolare di una democrazia liberale rimane la libertà di espressione, di pensiero e di parola. Senza questa condizione fondamentale la democrazia si infragilisce e con essa lo stato di diritto. Proprio per questo i Padri Costituenti hanno voluto inserire nella Costituzione italiana l’articolo 21, che prevede: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure» con spirito analogo al celebre primo emendamento del Bill of Rights degli Stati Uniti d’America (1789) che recita «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti». Non a caso la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo emanata dall’ONU nel 1948 prevede, all’articolo 19, che: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». L’espressione del proprio pensiero, quindi, è sempre legittima: non lo è più se induce a commettere reati o se viene attuata con metodi contrari ai principi democratici fondamentali.

Se, quindi, lo scopo del legislatore non è perpetuare una divisione storica fra discendenti di due parti della guerra civile italiana ma bensì di sanzionare e scoraggiare i comportamenti offensivi, violenti e di istigazione all’odio allora sarebbe più utile seguire la strada percorsa già da diversi Paesi occidentali (non ultima la Francia, con la Legge Gayssot n° 90-615 del 13 Luglio 1990) di istituzione di uno specifico reato (ovvero il reato di istigazione all’odio e/o alla violenza) che sanziona tutti i comportamenti offensivi, violenti e ingiuriosi verso singole persone, etnie, appartenenti a gruppi politici o religiosi. Tale reato comporta due grandi vantaggi: il primo è che non sanziona l’opinione della persona che commette il reato e non va quindi in contrasto con i principi fondamentali della democrazia liberale, sanziona invece le conseguenze dell’odio espresso dalla persona (come ingiuria o minaccia, come istigazione a delinquere o all’eversione, come calunnia e diffamazione pubblica); il secondo è la sua universalità, che evita il particolarismo giuridico, e può essere applicata a qualsiasi tipologia di incitamento all’odio o alla violenza sia di tipo politico novecentesco (estremismo eversivo sia di destra come di sinistra) che moderno (come il jihadismo dell’Islam radicale) che sociale (xenofobia, antisemitismo, odio per motivi religiosi e simili). L’universalità di questo approccio alternativo permetterebbe una applicazione ampia, che pone l’attenzione del legislatore sulle conseguenze pratiche di un’azione piuttosto che sull’ipotetica intenzione dell’azione stessa e che non ricadrebbe nell’ambito della giusta tutela della libertà di pensiero, di parola e di opinione. Il legislatore inoltre farebbe bene a ricordare che ai pochi nostalgici che sognano ancora il ritorno al Fascismo, così come agli altri loro affini che rimpiangono il Comunismo, è più utile dare in mano un libro di storia e un manuale di economia, piuttosto che una denuncia dei Carabinieri.

Perché sia il Fascismo che il Comunismo sono due ideologie morte e sepolte, che hanno fallito alla prova della Storia e hanno lasciato solo macerie sociali ed economiche: le idee sbagliate si battono con idee migliori, non con leggi dalla dubbia applicabilità.

 

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About Walter Rapetti

REDATTORE | Classe 1987, genovese. Laureato magistrale in Storia, possiede un Master in Pubblica Amministrazione. Ha la brutta abitudine di occuparsi di politica, in particolare europea e internazionale, e di andare a caccia di guai facendola talvolta in prima persona. Tuttavia, rimane un umano grazie ai suoi interessi: storia, antropologia, natura, innovazione tecnologica condite da "nerdosità" quali LEGO e giochi di ruolo.

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