392936

“Raw”, divorare se stessi: la recensione dell’horror di cui tutti parlano

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
Durante la proiezione di “Raw” al Toronto International Film Festival del 2016, qualche spettatore è svenuto a causa della violenza di alcune sequenze
Durante la proiezione di “Raw” al Toronto International Film Festival del 2016, qualche spettatore è svenuto a causa della violenza di alcune sequenze

Presentato nella sezione Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2016 e insignito del premio FIPRESCI, Raw di Julia Ducournau ha proseguito incontrastato il proprio percorso di coinvolgimento (e sconvolgimento) del pubblico internazionale. Citizen Kane Award, Carnet Love Jury e Méliès d’Argento al Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya, Sutherland Award al BFI London Film Festival e premio alla Miglior Regia all’Austin Fantastic Fest: il terreno sembrava bello che spianato per raccogliere l’eredità di un capolavoro di nicchia come Martyrs di Pascal Laugier, ma la verità è che quest’opera rappresenta qualcosa di totalmente diverso all’interno della scuola francese del cinema horror.

Partiamo dal titolo: Grave, in originale, Raw nell’adattamento internazionale. Forse più immediato, più diretto e affilato (Raw significa, letteralmente, crudo) ma non caustico come nelle intenzioni di partenza. È la protagonista Justine a pronunciare la frase al compagno di stanza Adrien dopo essere uscita dalla doccia: «C’est grave». Cos’è grave? Forse il fatto che lei abbia appena strappato a morsi il labbro di un adolescente. O forse che abbia beccato Adrien intento a masturbarsi sul letto. O magari, più semplicemente, ad essere grave è il suo stato psicofisico, o l’intero sistema moderno dei rapporti sociali. Ok, andiamo con ordine.

Justine (Garance Marillier), sedici anni, è una studentessa appena iscritta ad un’università di Scienze Veterinarie in Belgio. Vegetariana, figlia di vegetariani ed abituata a regole di vita molto severe, la giovane si trova subito a fare i conti con un ambiente scolastico votato alla sopraffazione e al nonnismo. Passano pochi minuti e il college sembra già il peggiore inferno sulla terra, con musica altissima, lampade rosso sangue e studenti fatti camminare a quattro zampe che neanche il Salò di Pasolini. Qui Justine ritrova la sorella maggiore Alexia (Ella Rumpf), ribelle patentata dall’aspetto androgino e una bizzarra somiglianza con il Jared Leto degli Anni Duemila. Come in ogni università che si rispetti, non si può non assistere al classico rito di iniziazione. Che poi non siamo dalle parti di Greek e il film ce lo ribadisca subito, quella è un’altra storia: se vuoi far parte del giro, devi bere uno shottino e divorare un rene di coniglio crudo. Justine è (comprensibilmente) riluttante, ma le insistenze della sorella la convincono suo malgrado a completare il test. Da lì comincerà il tuffo nel delirio, una caduta libera che porterà la nostra protagonista a trasformarsi in una vera e propria cannibale.

«What are you hungry for?», recita con ironia la tagline della versione americana della pellicola. Sì, sarebbe facile bollare il film come anti-carnivoro (o pro-vegetariano), per come salta da un trampolino che mostra tutto il disgusto della società occidentale mangiatutto. Un costume con cui deve fare i conti soprattutto la fauna, come esplicato senza troppa vergogna dal film: sì, perché – trovandoci all’interno di un’università di Medicina Veterinaria – non mancano certo mucche sofferenti con mani umane nel deretano, cani sezionati e molti altri incubi per i nostri amici a quattro zampe. Ma a ben vedere, l’andamento della storia potrebbe essere letto anche sotto una luce di critica totale per le esagerazioni del mondo vegan. Così una folle conversazione che va a paragonare la sofferenza vissuta da una donna vittima di violenze a quella di una scimmia, evidenzia tutta l’atrocità dei paladini degli animali senza compromessi. Ma la verità è che, nonostante il punto di partenza sia evidentemente il cibo, il bersaglio di Raw è oltre questi stereotipi.

Julia Ducournau (1983), regista di "Raw", ha ammesso di avere una «vera ossessione per i corpi umani»
Julia Ducournau (1983), regista francese di “Raw”, ha ammesso di avere una «vera ossessione per i corpi umani»

Lo si può notare nella sequenza significativa dell’autogrill, in cui un camionista inopportuno ricorda a Justine e Adrien la loro fortuna nel «poter studiare». Così come in tutti i riti a cui sono educate le matricole, dai cori in sala mensa agli amplessi bagnati di vernice colorata. O, ancora, in un ballo scatenato di una minorenne turbata davanti allo specchio, sulle note di Plus Putes que toutes les putes (serve anche la traduzione?) di Orties. Ad essere colpita è tutta la cultura adolescenziale contemporanea, prodotto di quella mentalità che ti conduce a divorare il prossimo e (soprattutto) a divorare te stesso. Ma poi, a guardare più da vicino (il plot twist finale), ogni generazione in fondo somiglia a quella che l’ha preceduta.

Raw non ha niente del classico cannibal movie e, come dicevamo, non si può inserire neppure nella grande corrente della new french extremity: eppure la Ducournau ha molto di cui condividere con Aja, Laugier, Noé e compagnia. Soprattutto, la convinzione che la violenza propriamente intesa non sia che una bellissima fiamma sotto una pentola colma di roba molto più importante. Non vi è mai la sensazione che lo schifo a cui assistiamo (capelli vomitati, dita tranciate di netto, escoriazioni, corpi fatti a brandelli) sia un puro esercizio stilistico, anche se fatto da Dio. Plauso alla scena della ceretta alla brasiliana, momento WTF dell’intera pellicola diventato ormai famigerato: visto una, due, cinque volte riesce comunque a trasmettere il medesimo senso di colpevole e malatissimo divertimento.

Il tutto è assistito da una regia sempre pulita, con poche concessioni alla camera a mano ed un’eleganza perdurante che potrà addirittura far storcere il naso ai cultori del cinema underground.

Ma di fronte ad un cazzotto così forte alla gioventù, di fronte a tutta la poeticità del rapporto tra due sorelle che dopo essersi sbranate fanno pace, non si può proprio non riconoscere a Julia Ducournau – trentatreenne parigina all’esordio dietro la macchina da presa – le stimmate del genio.

 

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *