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Quello che Matteo Salvini non dice: resoconto di secoli di violenza

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I quattro viaggi, tra il Vecchio e il Nuovo Continente, compiuti dall’esploratore e navigatore italiano Cristoforo Colombo (1451-1506)

Quello che sto per raccontarvi non è frutto della mia immaginazione ma si basa su ciò che, nel 1984, il filosofo bulgaro Cvetan Todorov scrisse nel suo libro La Conquista dell’America. Il problema dell’altro.

Quando, il 12 Ottobre 1492, Cristoforo Colombo sbarca su un’isola da lui ribattezzata San Salvador è notevolmente sicuro di aver raggiunto le Indie Orientali. Non può essere diversamente dato che i suoi calcoli si basano sulla misura fornita dall’astronomo arabo al-Farghânî, la cui misurazione è effettivamente abbastanza vicina alla corretta circonferenza della Terra. Ma Colombo commette un errore (in realtà ne commette tantissimi, ma diciamo che questo è forse il primo): traduce le miglia arabe in miglia italiane, inferiori di 1/3 alle miglia arabe. La distanza da affrontare gli sembra così alla portata delle sue capacità e decide, quindi, di partire.

Per capire cosa spinse Colombo a compiere questo viaggio è necessario tenere in considerazione i diari che egli scrive durante la sua impresa. Se nei primi due egli lascia intendere che l’unico scopo da raggiungere fosse la scoperta di oro, nel terzo capiamo le vere ragioni: Todorov racconta che Colombo ammette che l’oro era solo un pretesto per attirare l’attenzione del Re e della Regina che non avrebbero mai accettato di finanziarlo se non avessero avuto la certezza di ricavarne dei profitti. Ma perché Colombo vuole raggiungere la Cina? Dai racconti di Marco Polo, ha saputo che il Gran Khan sta cercando da molto tempo chi sia in grado di istruirlo nella fede cristiana. C’è da dire anche che la Cina è una terra profondamente ricca di oro e quest’ultimo è ciò che gli serve per raggiungere il suo secondo obiettivo: riconquistare Gerusalemme e imporre il vero Dio.

Colombo ignora, però, l’esistenza dell’America tra l’Asia e l’Europa e quando sbarca in quella che per lui è l’India, appella gli abitanti di quel luogo come «indiani». Sarà poi grazie ad Amerigo Vespucci che gli europei si renderanno conto di aver scoperto un Nuovo Continente, ma ormai il termine indiano si è diffuso e radicato e pertanto non viene corretto.

Tribù Nativi NordAmericaniQuello che accade successivamente a queste popolazioni è noto a tutti. I conquistadores diventano sempre più avidi e sono disposti a tutto pur di arricchirsi. Molti di loro rifiutano di vedere negli indios qualcosa di simile a un essere umano e talvolta nemmeno a un animale. È  questo il caso dello storico Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés che li paragona a «materiale da costruzione» (legno, pietra, ferro). È sempre Todorov a raccontarci che Oviedo consigliava di stare attenti a colpirli con la spada perché i loro crani erano talmente duri da essere in grado di romperla. Le parole e gli atteggiamenti xenofobi e razzisti fanno, però, meno male della violenza fisica e psicologica che gli indigeni vivono quotidianamente e che porterà al più grande genocidio della storia (si ritiene che nel XV secolo la popolazione americana fosse di ottanta milioni, mentre nel XVI secolo si era ridotta a dieci milioni). Alcuni morirono per le malattie, altri per le carestie, in guerra o ancora in seguito ai maltrattamenti subiti, numerosi e raccapriccianti: se i bambini piangevano li sbattevano contro le rocce finché non morivano o li servivano come cena ai cani, mentre le donne subivano quotidianamente violenze e gli uomini erano costretti a lavorare nelle miniere fino a quando avevano energie.

L’episodio più sconcertante è sicuramente il massacro di Caonao a Cuba, compiuto dalle truppe di Ramón María Narváez: «Bisogna sapere che gli spagnoli, il giorno del loro arrivo, si fermarono al mattino – per far colazione – nel letto prosciugato di un torrente, disseminato ancora, qua e là, da alcune piccole pozze d‘acqua e pieno di pietre da molare: ciò suggerì loro l‘idea di affilare le spade». Giunti al villaggio, gli Spagnoli decidono di verificare se le spade sono affilate. «All‘improvviso uno spagnolo (nel quale si può pensare fosse entrato il demonio) trae la spada dal fodero, e subito gli altri cento fanno altrettanto; e cominciano a sventrare, a trafiggere e a massacrare pecore e agnelli, uomini e donne, vecchi e bambini che se ne stavano seduti tranquillamente lì vicino, guardando pieni di meraviglia i cavalli e gli spagnoli. In pochi istanti, non rimase vivo nessuno. Entrati allora nella grande casa vicina (poiché tutto era avvenuto alle soglie di essa), gli spagnoli si misero ad uccidere, colpendoli di taglio e di punta, tutti coloro che vi si trovavano: il sangue colava dappertutto, come se fosse stata scannata una mandria di vacche». (tratto dal volume Historia de las Indias di Bartolomé de Las Casas).

Il racconto di Todorov, però,  si concentra principalmente sull’America Centrale e Meridionale.
Per quanto riguarda la storia dei pellerossa, o più propriamente dei nativi americani, essa comincia ventimila anni fa quando il Continente americano e quello asiatico non erano separati dal mare, ma erano uniti da una striscia di terra chiamata Beringia. Grazie a questa porzione di terra, che è ormai sommersa e sostituita dallo stretto di Bering, gli antenati degli indiani partirono dalla Mongolia e arrivarono in America dando inizio alla storia dei Pellerossa. In tutto il Nord America vi erano all’incirca duecentocinquanta tribù. Le più famose erano quelle degli Apaches, dei Sioux, dei Navajo, degli Cheyenne e dei Mohicani, ognuna delle quali aveva un capo con il compito di stabilire le regole della tribù.

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Il ponte di terra dello stretto di Bering, anche detto Beringia, era un istmo largo al massimo 1.600 km, che ha collegato per vari periodi l’Alaska e la Siberia durante le ere glaciali del Pleistocene

Agli inizi del ‘500, mentre gli spagnoli si dedicano alla parte centrale e meridionale del Continente, gli inglesi e i francesi cominciano a esplorare la parte settentrionale. Le popolazioni native combattono a lungo e coraggiosamente contro i colonizzatori, ma gli inglesi e poi in seguito gli americani rispondono sempre con violenza ancora superiore. Una delle battaglie più importanti – che ha sicuramente segnato la storia – è quella nota come il massacro di Sand Creek del 1864. In questa occasione, un accampamento di seicento nativi fu attaccato da settecento soldati comandati dal colonnello John Chivington, noto per le sue crudeltà contro gli indiani. Lo scontro fu descritto come «una carneficina indiscriminati di uomini, donne e bambini». Tutti i corpi dei nativi uccisi furono scalpati e mutilati ripetutamente: i soldati tagliarono alcune parti dei loro corpi per farne dei trofei da esporre sui cappelli o nelle selle. L’esercito statunitense e il Congresso espressero un severo giudizio su ciò che era accaduto, ma non presero mai provvedimenti contro Chivington e i suoi uomini. La storia si chiude con Geronimo che rifiuta di riconoscere come padrone il Governo degli Stati Uniti nel West. Nel 1886 viene mandato in prigione in Florida mentre i suoi Apache vengono spediti in Oklahoma, il deposito dei popoli indiani. Oggi quasi tutte le tribù sono confinate nelle riserve e i nativi sono ridotti a duecentocinquantamila persone.

Fatta questa lunghissima premessa, possiamo tornare ai giorni nostri e in particolare a Giovedì 2 Febbraio quando Matteo Salvini, in preda a un delirio dionisiaco, ha deciso di postare una foto che lo ritrae con addosso una maglia dedicata al suo eroe preferito, Donald J. Trump, e alle spalle un poster raffigurante un pellerossa, con su scritto «Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve». La storia non è qualcosa che possiamo utilizzare a nostro piacimento, non è modellabile a seconda dei nostri scopi. Questo però Salvini non lo sa, o fa finta di non saperlo. Ecco dunque che la storia dei nativi americani viene strumentalizzata per fomentare odio e far credere – a chi ripone fiducia nella Lega Nord – che la situazione attuale che sta vivendo l’Italia sia molto simile a quella che vissero gli indiani d’America. Quando i colonizzatori (non immigrati, attenzione) arrivarono in quelle terre, non stavano scappando da nessuna guerra, anzi. Erano venuti proprio per farne una in modo tale da poter prendere tutto ciò che era possibile avere, non guardarono in faccia nessuno perché non ritenevano questi “nemici” al loro livello né di qualunque altro essere umano, distrussero infine una civiltà e con essa la sua cultura, le sue tradizioni e le sue credenze. Sfruttarono i nativi per raggiungere i loro scopi e li usarono fino a che fu possibile, fino a quando non riuscirono più ad estrarre anche solo una goccia della loro forza; bruciarono i loro libri e cancellarono i loro luoghi di culto. Ricominciarono da zero e imposero la loro cultura, le loro tradizioni e le loro credenze.

Oggi il sangue di coloro che abitano questi luoghi è lo stesso che scorreva in quello dei colonizzatori e probabilmente un po’ di questo sangue scorre anche in Trump, Salvini e tutti noi. Noi che per primi dovremmo sapere che cosa significare veramente «emigrare», ma siamo incapaci di accogliere.

 

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About Anna Di Raimondo

COLLABORATRICE | Mentre tutti celebravano con bottiglie di spumante e fuochi di artificio l'inizio del 1996, in un ospedale di Siracusa nasceva lei. Adesso vive a Milano dove studia Comunicazione e Società presso la Statale. Se alcuni hanno la vena poetica, lei ha sicuramente la vena polemica. Curiosa, determinata e sostenitrice accanita di tutti i diritti umani, spera un giorno di riuscire a dar voce a chi non ne ha.

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