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Quando storia e mito s’incrociano: alla scoperta della Sicilia Orientale (Prima Parte)

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Nell’avvicendarsi dei secoli, vi fu una Nazione che rappresentò il maggior esempio storico, architettonico e paesaggistico per coloro che desideravano cingersi d’arte e di cultura: stiamo parlando del nostro Paese, l’Italia, straordinario museo a cielo aperto e crocevia di mille popoli, che ne hanno solcato il territorio. Da Nord a Sud, chi si è fermato qui ha lasciato il meglio che poteva, perfezionando le proprie maestrie ed imparando a trarre profitto dalle diversità che si susseguivano di città in città. A partire dal XVII secolo, l’intrapresa del Grand Tour da parte dei giovani aristocratici d’Europa non fu dunque un caso: Torino, Milano, Verona, Venezia, Bologna, Padova, Firenze e il Rinascimento, ma soprattutto Roma, Napoli e il Neoclassicismo, i Campi Flegrei, i (recenti, all’epoca) reperti archeologici di Pompei ed Ercolano, giungendo infine in Sicilia, culla della Magna Graecia, figlia di numerose dominazioni. E sarà proprio il versante orientale dell’isola più grande ed influente del Mediterraneo a ricoprire il ruolo di protagonista delle scoperte che ci attendono. Provando a raccontare (in tre tappe), magari, quegli aneddoti e quelle informazioni sconosciuti ai più. Il nostro viaggio inizia da qui.

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Stretto di Messina: veduta aerea della statua della Madonna della Lettera, che torreggia il Forte del Santissimo Salvatore

Ci troviamo sul traghetto dello stretto di Messina, spartiacque tra il Mar Tirreno e lo Ionio: arrivare in Sicilia “si sente”, ma il salto di tre chilometri lascia esterrefatti. Salpati da Villa San Giovanni salutando il Continente con benevolenza, immersi tra le onde pensiamo a quante leggende come Scilla e Cariddi siano nate in quel luogo tanto meraviglioso quanto funesto, dove il mare scuro e le faglie negli abissi rubano la scena a tutto il resto. In Sicilia la bellezza è spesso sinonimo di vita, con tutto ciò che ne comporta: è necessario farci l’abitudine. Mentre terminate il vostro arancino inaugurale comperato nel bar della stiva – piuttosto mediocre, lasciatevelo dire – affacciati sul ponte della nave, la costa siciliana riempie gradualmente l’intero panorama ed uno scintillo luccicante, che si staglia nel cielo, attrarrà la vostra curiosità: è la statua della Madonna della Lettera, che torreggia il Forte del Santissimo Salvatore, con la scritta <<Vos et ipsam Civitatem benedicimus>>, che augura ufficialmente il vostro approdo sull’isola. L’antica Μεσσήνη, importante centro marinaro e templare al tempo delle spedizioni in Guerra Santa, ad oggi è una città pressoché anonima per via delle calamità naturali – il disastroso terremoto/maremoto del 1908 provocò circa 90.000-120.000 vittime – che ne hanno quasi cancellato il ricordo. Ciononostante, una parte del suo centro storico è ancora integro, il cui pezzo più pregiato è certamente il Duomo, custode di alcuni tesori che, come accade spesso nel nostro Paese, precipitano nel dimenticatoio: eppure, il campanile conserva il più grande orologio meccanico ed astronomico del mondo, progettato dalla ditta Ungerer di Strasburgo nel 1933 e commissionato dall’Arcivescovo Angelo Paino. All’interno della Basilica minore, poi, è custodito il secondo organo più grande d’Italia (superato soltanto da quello presente nel Duomo di Milano) e tra i più raffinati d’Europa.

Poco lontano dal capoluogo, a 268 metri dal livello del mare ed affacciato sulle Isole Eolie, troviamo il piccolo borgo di Tindari (frazione del Comune di Patti), fondata da Dionisio di Siracusa e saccheggiata dagli Arabi nell’836 d.C., in cui è possibile visitare il Santuario della Madonna Nera, nuovamente circondata di leggende in mare, molto venerata per la sua fama miracolosa. Agli amanti della letteratura non sfuggirà invece la poesia Vento a Tindari di Salvatore Quasimodo, autore originario di Modica (in Provincia di Ragusa) e vincitore del Premio Nobel nel 1959.

PALERMO 10/2012  PHOTO: ERIC VANDEVILLE
Mimmo Cuticchio (1948) è un cantastorie, attore teatrale e regista teatrale italiano. Importante erede della tradizione dei cuntisti siciliani e dell’Opera dei Pupi, insignita del titolo di Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO (2001)

Ci dirigiamo ancora un po’ più ad Ovest, rievocando le Chanson des Gestes dei cicli bretoni e carolingi: la storia dei paladini di Francia (divenuta un simbolo culturale, letterario e popolare nell’isola: basti pensare all’Opera dei Pupi) e le narrazioni di Orlando, che in questi luoghi avrebbe sostato prima d’intraprendere un lungo viaggio verso Gerusalemme. Ci troviamo nell’omonima Capo d’Orlando: dalla fondazione mitica risalente al periodo della guerra di Troia, città da sempre influente, di vocazione normanna e protagonista di alcune battaglie navali durante il Vespro siciliano del 1299, nella disputa tra Aragonesi ed Angioini per il dominio sull’isola. Oggi è uno stupendo borgo turistico, cinto dalla catena montuosa dei Nebrodi, adagiato sulle tranquille sponde del Tirreno.

Torniamo indietro, per imboccare l’autostrada A18 che collega Messina all’intero versante orientale dell’isola: costruita (il primo tronco) tra il 1965 ed il 1971, un tempo biglietto da visita per i turisti e che oggi versa in un parziale stato d’abbandono, il nostro viaggio on the road si dirama tra i monti d’un lato ed il mare dall’altro, con l’alternanza tra paesini mondani e marittimi, che non vi lasceranno mai soli. Potreste continuare così per ore, ma la vostra tabella di marcia vi impone di mettere la freccia sullo svincolo per Taormina: con tutta probabilità, ad oggi l’antica Tauromenium (Tauromenion, seguendo la traduzione in greco antico) è la città – insieme ad un’altra, che sveleremo a tempo debito – che risalta maggiormente nelle guide turistiche, riecheggiando nelle menti di coloro che si apprestano a visitare la Sicilia. Dal basso verso l’alto, passando per Giardini NaxosIsola Bella e il piccolo centro di Castelmola (iscritto nella lista de I Borghi più belli d’Italia), Taormina è uno scrigno che attende soltanto d’essere rivelato: le sue ingenti ricchezze paesaggistiche ed archeologiche rappresentano una delle cartoline più celebri del Bel Paese.

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Isola Bella – Taormina (Provincia di Messina)

E il trinomio tra Monte Etna, Teatro Antico e mare riassume esaurientemente la straordinarietà di un’isola che, nella sua varietà, riesce a legare degli elementi estranei in altri luoghi. Una piccola curiosità: al tempo dei Romani tale trinomio non esisteva, per via dell’edificazione dell’impianto scenico e di antiche costruzioni che, secondo varie fonti, difatti ostacolavano la veduta del vulcano. Ciononostante, la sapienza e l’ingegno dei popoli che hanno saputo cogliere la bellezza di quest’isola, non limitandosi soltanto ad abitarla, ma cercando piuttosto d’impreziosirla, hanno contribuito al completamento del mosaico. In una sorta di ringraziamento dovuto, o più semplicemente mettere la firma in cotanto splendore. Nelle stagioni calde (che in Sicilia diventano ben tre: Primavera, Estate e parte dell’Autunno) il teatro greco-romano ospita numerose tournée, teatrali e musicali. Ma Taormina, città che Plinio e Tolomeo ricordavano come una delle più fedeli colonie romane nell’isola, è anche sinonimo di cinema: dal 1970, infatti, va in scena il Taormina Film Fest che ha coinvolto artisti provenienti da ogni parte del globo e che, nel 2014, ha raggiunto la sua quarantesima edizione.

Lasciamo la bella Taormina, rimboccando l’autostrada e cambiando Provincia, per dirigerci verso i paesi etnei (i più rinomati sono Bronte, Trecastagni, Nicolosi, Adrano, Acireale, Aci CastelloPaternò, Belpasso, Giarre, Zafferana Etnea, Linguaglossa e Fiumefreddo di Sicilia) ed il loro capoluogo: Catania. Città “do liotru” (trad. “dell’elefante”, appellativo nato dalla storpiatura del nome Eliodoro, un nobile catanese del 700 d.C. circa, caduto poi in disgrazia) e di fondazione calcidese, Kατάvη ha una storia piena di vanti e miserie, rinascite e distruzioni. L’attuale conformazione del centro storico è risalente al periodo post-terremoto del 1693, che rase al suolo gran parte della Sicilia orientale. Dalle macerie, però, fiorì il barocco siciliano tipico del Val di Noto, coinvolgendo otto Comuni (Catania, Caltagirone, Militello in Val di Catania, Palazzolo Acreide, Noto, Ragusa, Modica, Scicli) che dal 2002 sono iscritti nella World Heritage List stilata dall’UNESCO e in qualità, per l’appunto, di Patrimonio dell’Umanità. Catania e i suoi abitanti nutrono sostanzialmente tre legami, inscindibili dal loro patrimonio genetico: l’energia intrepida del vulcano e del mare, la (già citata) Fontana dell’Elefante e la devozione millenaria per Sant’Agata, martire cristiana del III secolo d.C., di origine catanese e Patrona della Città. Non potrete mai comprendere l’animo di un catanese, se rinuncerete alla sue tradizioni. Narravano gli arabi che “u liotru” fosse dotato di poteri magici in grado di preservare la città. Dal punto di vista paleontologico, poi, è possibile giustificare la – curiosa, per il turista – vicinanza tra il capoluogo etneo ed il pachiderma con la presenza di numerosi rinvenimenti di elefanti (pressoché nani), risalenti all’epoca preistorica e che testimoniano l’antichissimo insediamento di questa specie nell’isola.

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Fontana dell’Elefante (in dialetto siciliano: “U liotru”) – Piazza Duomo, Catania

Le strade ed i palazzi della città sono costruiti in pietra lavica; le facciate delle chiese adornano le vie del centro storico. Il “salotto dei catanesi” si sviluppa attorno la Via Etnea, arteria principale che interseca Piazza Duomo, Piazza Università, Piazza Stesicoro (in cui è possibile visitare una parte dell’Anfiteatro Romano), il Giardino (più tipicamente Villa) Bellini e Piazza Borgo. Celebre la Via Crociferi per le sue chiese monumentali e in cui vennero girate varie scene del film Storia di una Capinera (1993) di Franco Zeffirelli, ispirato all’omonimo romanzo epistolare (1869) dello scrittore Giovanni Verga. I festeggiamenti in onore a Sant’Agata, svolti dal 03 al 05 Febbraio di ogni anno, raccolgono circa un milione di fedeli e di turisti provenienti da ogni parte del mondo (nella maggior parte dei casi, siciliani che vivono all’estero), rendendola la terza festa al mondo per numero di partecipanti, dopo il Carnevale di Rio de Janeiro e l’evento popolare de Las Fallas che si tiene annualmente a Valencia. Il vestito che i fedeli indossano durante le celebrazioni viene definito “u saccu”, con in mano un fazzoletto bianco che rievoca una leggenda che vedrebbe la Santa arrestare la lava del vulcano alle porte della città, salvando quindi i suoi abitanti. Ultima annotazione che vi consiglio di aggiungere: a Catania si mangia divinamente. Dalla tavola calda all’immensa varietà pasticcera, dallo street food locale alla carne di cavallo, Catania e la sua movida (la terza in Italia, dopo Roma e Milano) non vi annoieranno mai. Il piatto tipico è certamente la pasta alla norma (pomodoro di Pachino, foglie di basilico, melanzane fritte e ricotta salata), il cui nome deriva dall’omonima opera lirica (Norma) di Vincenzo Bellini, per via della squisitezza del piatto associabile alla bellezza delle musiche belliniane. Le spoglie mortali del compositore catanese riposano, oggi, all’interno della Cattedrale. Consigliamo, infine, una visita al Castello Ursino – realizzato da Riccardo da Lentini, praepositus aedificiorum alla corte di Federico II di Svevia (XIII secolo d.C.), ospitò per qualche anno la sede del Parlamento siciliano, oggi è la sede del Museo Civico – le Terme Achilliane sotto la Cattedrale di Sant’Agata, il Monastero dei Benedettini insieme con l’incompiuta Chiesa di San Nicolò l’Arena, il Teatro Romano e nondimeno il Teatro Massimo Vincenzo Bellini, progettato da Andrea Scala ed inaugurato il 31 Maggio del 1890.

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Monastero dei Benedettini – Catania

Salutiamo il capoluogo etneo, con l’ultima occhiata sugli Archi della Marina, il porto e il faro, per immergerci nella Piana di Catania, il fiume Simeto – il più grande dell’isola, in cui è presente un’Oasi naturale, visitabile – e dirigerci verso la mia Lentini (in Provincia di Siracusa): l’antica Λεοντῖνοι, fondata dai Calcidesi secondo le fonti di Tucidide, fu il granaio di Roma, dalla storia articolata e in perenne lotta con i tiranni siracusani. Quando i portoghesi portarono le arance sull’isola (chiamate in dialetto, per l’appunto, “pottualli”), nacque la tipica Arancia Rossa di Sicilia, oggi marchio IGP. Terra del filosofo Gorgia e di Jacopo da Lentini (ideatore del sonetto, nonché uno dei maggiori esponenti della Scuola poetica siciliana), sono rinomati i festeggiamenti in onore ai Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino, tre fratelli che da Vaste (frazione del Comune di Poggiardo, in Provincia di Lecce) vennero trascinati dapprima a Roma e poi a Pozzuoli, Messina, Taormina, Trecastagni (“tre casti agnelli”), Catania ed infine Lentini, governata dal tiranno romano Tertullo. Qui subirono il martirio, il 10 Maggio del 253 d.C.. E in questa data del calendario (09-10-11 Maggio) ogni anno si svolge quindi l’omonima festa, nei luoghi del martirio e per le vie della città. Tra le più folkloristiche e sentite dell’isola. Nei giorni in cui il profumo di zagara riempie l’aria e le piazze di Lentini.

Oltrepassiamo la piana, il grano e gli aranceti, scorgendo il Lago di Lentini in lontananza e divenuto, ad oggi, un invaso artificiale per debellare un male che per secoli ha afflitto la gente del luogo: la malaria. Siamo nelle campagne di Mazzarò, raccontate nella novella La roba del Verga, attraversate proprio da quest’ultimo quando soleva dirigersi a Vizzini (in Provincia di Catania), il paesino che diede i natali al celebre siciliano, tra i maggiori rappresentanti del Verismo italiano.

La prima tappa termina qui. Riposate, miei cari erranti esploratoriNell’attesa di riprendere il nostro viaggio: alla scoperta della Sicilia, tra storia e mito.

 

(Video del musical Li Tri Santi, opera dialettale a cura del Gruppo La Compagnia d’Encelado Superbo)

 

(Per leggere la Seconda Parte dell’Articolo, clicca qui)

 

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