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Quando David Lynch inventava i nostri sogni

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

Da un punto di vista squisitamente cinematografico, la presenza di David Lynch al decimo Lucca Film Festival (28 Settembre-3 Ottobre) può essere paragonata, per importanza, alla visita in Italia di un importante capo di Stato straniero.
Esagerazione? Non proprio, se si analizza il peso specifico del regista americano all’interno del grande e piccolo schermo. Regista, sì: ma anche scrittore, musicista, pittore. Raramente si sono viste figure più poliedriche nella storia dell’arte contemporanea. Ma andiamo con ordine. O meglio, senza alcun ordine, come piacerebbe al personaggio di cui parliamo.

 

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Anno 1979: durante le riprese di Shining, Stanley Kubrick costringe più volte il cast e la crew del film ad assistere alla proiezione di Eraserhead, primo lungometraggio di Lynch, per introdurli nella giusta atmosfera.
Anno 1990: la regina Elisabetta II d’Inghilterra, grande fan di Twin Peaks, obbliga sir Paul McCartney a posticipare un concerto privato per poter guardare la puntata serale.
Anno 2006: durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia viene assegnato a Lynch il Leone d’oro alla carriera.
Tre episodi distinti che evidenziano altrettanti aspetti della carriera del cineasta del Montana, riassumibili tutti nel termine culto. Le opere lynchiane hanno creato con il passare degli anni una notevole schiera di cultori tra i colleghi illustri, nel grande pubblico, e infine all’interno della critica. I motivi sono molteplici e contraddittori.
Se escludiamo Una Storia Vera del 1999, in tutti i suoi lavori è possibile riconoscere al primo impatto una nota fondamentale: il carattere respingente. Non è affatto facile approcciarsi ad un film di David Lynch. Un esempio per tutti, proprio Eraserhead. Per chi non ha affinità con lo stile del regista, cominciare dalla sua prima pellicola potrebbe rappresentare un’esperienza a dir poco spiazzante. Definito all’uscita l’horror più originale degli ultimi anni, Eraserhead non è propriamente inscrivibile in un genere omogeneo. A dire il vero non è possibile definirlo neppure un “film”, almeno non nel significato comune del termine. Sarebbe come dichiarare che Finnegans Wake di James Joyce è un semplice “libro”. C’è un uomo dalla pettinatura stramba e lo sguardo allucinato, c’è una donna sfigurata che abita in un radiatore, c’è un neonato simile a un girino che popolerà i vostri incubi per mesi e mesi. Ecco, senza l’ausilio di uno strumento rassicurante come la trama, questo è ciò di cui si può scrivere. Il resto, appunto, è esperienza, visione, Cinema.

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Eraserhead – La mente che cancella, scritto e diretto da David Lynch (1977)

Ma se quanto detto può bastare a spiegare la venerazione di un mostro sacro come Kubrick, mal si concilia con l’apprezzamento della massa indistinta del popolo. E qui passiamo a Twin Peaks.
Twin Peaks è LA serie tv (e anche qui il termine è come minimo riduttivo). Attraverso un formato (stavolta sì) accessibile per tutto il pubblico – la fiction televisiva di genere thriller – Lynch, insieme allo sceneggiatore Mark Frost, ha potuto trasmettere i suoi personali contenuti con libertà innaturale. Così si spiega il successo planetario (persino la famosa torta di ciliegie che i personaggi mangiano durante la serie è diventata un oggetto di culto).
La superficie è, come detto, quella del giallo deduttivo, secondo lo schema del whodunit (un omicidio, una serie di sospettati). Più a fondo, i contorni sfumano: c’è un tocco di soap opera adolescenziale, c’è dell’horror soprannaturale, ci sono personaggi che sembrano usciti da un noir anni ’50. E deliri simbolistici come se piovesse. Il tutto rende la serie un unicum nel panorama televisivo mondiale, capace di ispirare generazioni di prodotti come Lost, Fringe, True Blood, The Killing e persino I Simpson. E i temi in essa contenuti attraversano tutta la poetica lynchiana, tanto che Twin Peaks potrebbe essere definito il fulcro, il centro della sua carriera. Temi come il sogno.
La tematica onirica è da sempre stata oggetto di forte interesse cinematografico. Pensiamo a Chaplin, a Bunuel, più di recente a Polanski. Ma raramente il sogno, come esperienza inconscia, si è innalzato a ragione fondante, leitmotiv e al contempo significato stesso di una pellicola. Con David Lynch, e in particolar modo da Mulholland Drive in poi, il sogno diventa quasi il soggetto di un’analisi.
All’improvviso torniamo al 2006, al Leone d’oro alla carriera. In quell’anno David Lynch presenta il suo ultimo capolavoro, Inland Empire. Forse come carattere respingente siamo dalle parti di Eraserhead: un angosciante enigma di due ore e mezza. Ma laddove l’esordio alla regia di Lynch si presentava come un necessario punto di partenza (evidente la natura sperimentale del progetto), Inland Empire è, inevitabilmente, un punto di arrivo. Preceduto da Mulholland Drive (definito dalla Los Angeles Film Critics Association il miglior film degli anni duemila) e Strade Perdute, esso va a formare una perfetta trilogia del sogno.
Il sogno secondo Lynch è un mondo parallelo, in cui molti sono i rimandi alla vita reale e altrettanto numerosi gli inganni che la nostra mente tende a se stessa. Lontano anni luce dalla visione fredda e calcolata di Christopher Nolan in Inception. Il sogno non è una fortezza progettata, costruita e abitata dal legittimo proprietario. Non c’è niente di rassicurante nelle strade appena illuminate di Inland Empire, o nelle camere da incubo di Strade Perdute. La nostra mente è un labirinto, e scopo del regista non è fornire le chiavi allo spettatore. Non siamo più nel crime drama, a Twin Peaks, dove alla fine l’assassino viene logicamente svelato. La logica non abita da queste parti, o meglio, non è la via preferibile per godersi queste opere. Come accennato, non vi è alcuna trama tangibile a soccorrere chi osserva. E, d’altronde, nei sogni di ognuno di noi non vi è mai una trama prestabilita.
Questo rende le ultime pellicole di Lynch dei caleidoscopi di immagini, suoni, musiche, suggestioni felliniane (e Fellini è stato sempre descritto dallo stesso Lynch come una continua fonte d’ispirazione). Film popolati da donne in pericolo, criminali loschi, personaggi disperati in cerca di redenzione. Film costruiti come scatole cinesi, in cui arrivare in fondo e aprire l’ultima scatola non è semplice né risolutivo. Film che hanno fatto la Storia, e che la stanno facendo tutt’ora, se consideriamo un’ultima, fortunata, caratteristica di David Lynch: il tempo fa soltanto bene ai suoi lavori (sempre più cineasta di culto, appunto).

 

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Inland Empire – L’impero della mente, diretto da David Lynch (2006)

E se Steven Spielberg ha insegnato al mondo che Cinema equivale a Emozione, e che il fare cinema è attività spensierata come quella di un bambino che gioca.
Se Martin Scorsese e Francis Ford Coppola hanno fatto propri il crudo iperrealismo e la descrizione della violenta natura umana, diventando capisaldi di Hollywood.
Se Stanley Kubrick, più di tutti, ha innovato la macchina dell’immagine, rendendo personale ogni genere con cui si è misurato.
Se tutti questi registi sono seduti al tavolo dei migliori, defilato, un po’ inquietante, a mangiarsi una fetta di torta di ciliegie, c’è anche David Lynch. E la sua presenza in Italia è senz’altro gradita.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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