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Quando Dio richiede il conflitto: la Jihād

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Siamo giunti al secondo ed ultimo capitolo (per rileggere il primo, clicca qui) inerente alle Guerre Sante. Nel primo abbiamo tracciato l’evoluzione della guerra per i cristiani che, almeno inizialmente, ripudiavano ogni forma di guerra poiché li avrebbe portati a violare il quinto comandamento, per poi legittimarla e cominciando a pensare con drammaticità che una guerra potesse salvare la loro anima.

Oggi ci occuperemo della nascita e dell’evoluzione del concetto di Jihād nel mondo musulmano e, come per l’articolo precedente, a causa dell’estrema complessità mi rifarò alle lezioni tenute dal Prof. Alessandro Barbero. Il concetto di Jihād è presente in diversi brani del Corano, non senza contraddizioni. Quest’ultimo è un volume ricco di contraddizioni, con versetti che risultano ufficialmente abrogati da altri versetti. Comunque sia, il concetto di Jihād emerge abbastanza chiaramente. Il termine è soltanto una parte dell’espressione che risulta essere, nella sua completezza, una parola molto più difficile da pronunciare, ossia Al-Jihād fi sabilillah che vuol dire: <<Combattere sulla via di Dio>>. Alcuni storici ed esperti delle vicende islamiche sostengono che sia inesatta la traduzione di “combattere”, per un più moderato “dare tutto se stessi”. Non sarà comunque l’oggetto del nostro articolo, in quanto la traduzione “combattere” emerge abbondantemente dai testi che vedremo. Questa traduzione non si discosta pienamente dal pensiero cristiano.

 

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Tornando ancora una volta alle Crociate – il periodo storico nel quale, più di tutti, si assiste ad una visuale più chiara dello scontro fra i due credi –  Papa Urbano II lasciò intendere che questa guerra sarebbe stata un cammino sulla Via del Signore. Tale precisazione ritengo non debba essere spiegata più di tanto ed evidenzia le differenze, ma soprattutto tutte le uguaglianze fra culture così distanti fra loro. Per quanto riguarda l’Islam, citeremo la sūrah n. 22 (i capitoli del Corano) del pellegrinaggio: <<E’ stato dato il permesso di reagire, a quelli che vengono attaccati, poiché essi subiscono violenza e certamente Dio li può soccorrere. Hanno il permesso di reagire coloro che son stati scacciati dalle loro dimore senza alcun diritto, solo perché dicevano il nostro Signore è Dio. Dio aiuterà certamente chi aiuterà lui. Dio è forte e potente>>.

 

Da questo primo brano il concetto Jihād sembra completamente assente, nelle accezioni in cui noi lo conosciamo. Gli esperti di questo credo ci dicono invece che, proprio all’interno di questo brano, è chiarito limpidamente. Viene ribadito che l’idea di Jihād è legittima per difendersi quando si è aggrediti. Ed è dunque comprensibile come gli arabi, per secoli, non abbiano avuto il bisogno di occuparsi di Jihād. Avevano conquistato molti territori, il loro grado di evoluzione era persino superiore a quello dell’Occidente, ma soprattutto non erano minacciati da nulla. Nel momento in cui il popolo islamico tornò a parlare ed a ragionare sul significato della Jihād, ecco che ci ritroviamo nel periodo immediatamente successivo alla prima Crociata che, dopo decine di anni, manifestò la volontà di un popolo straniero di invadere e conquistare porzioni di terra dei presidi del regno arabo. La notizia di una possibile invasione, difatti, corse per tutto il mondo islamico: e il passo del Corano rievoca proprio l’idea che chi è attaccato possa rispondere e che Dio lo aiuterà sicuramente.

 

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Al-Jihād fi sabilillah: “combattere sulla via di Dio”

 

Lasciamoci alle spalle la surāh del pellegrinaggio per passare invece alla n. 2, in cui la visione di Jihād viene questa volta esplicato più specificatamente. Il problema di fondo rimane, quindi, cosa fare con chi non riconosce il vero Dio:<<Combattete nella via di Dio, contro coloro che vi faranno la guerra. Però non eccedete, poiché Dio non ama quelli che eccedono. Uccideteli quindi, ovunque li troviate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati. Però non li combattete presso il Tempio Sacro, a meno che essi non vi attacchino in quello, e se essi vi attaccheranno, uccideteli. Tale è la ricompensa dei miscredenti. Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole. Combatteteli finché non ci sia più discordia civile, e sia la religione solo quella di Dio. Se però essi desistono, allora non vi siano più ostilità se non contro gli iniqui>>.

È chiaro come il Corano verta su questo punto. E rientra nell’ottica di un musulmano considerare dunque uno scandalo che dei miscredenti possano attaccare le loro terre, o addirittura scacciarli. Per questo meritano pari risposta e si può combattere tranquilli poiché è lo stesso Dio ad ordinarlo. In questo passo alquanto inquietante per i nostri occhi, inoltre, viene mostrata tutta la contraddittorietà della concezione islamica inerente alle Guerra Sante. Si insiste molto che la guerra vada condotta solo contro chi aggredisce, però la sola esistenza di chi nega Dio è percepita come un’aggressione e, dunque, degna di essere combattuta. Ma non è tutto, poiché se questi miscredenti si sottomettono, deponendo le loro armi, potranno vivere tranquillamente nel regno islamico, purché paghino delle tasse speciali e riconoscano l’autorità di Dio (sappiamo, infatti, che per alcuni secoli ebrei e cristiani vissero in pace entro i confini islamici). Il Corano dispone ancora di una surāh che motiva il perché le definizioni riguardo alle Guerre Sante siano poco chiare. E così recita la n. 47: <<Dicono quelli che credono, perché non è stata fatta scendere una sura che ordini la guerra? Ma se fosse stata fatta scendere una sura precisa e fosse stata comandata in essa la guerra si ignorerebbe l’esistenza di molti deboli. E Dio non voleva mettere in difficoltà tali uomini>>.

È chiaro: Dio non vuole mettere in difficoltà i deboli, ordinando una guerra. Saranno i poteri terreni a decidere se sia meglio combattere o meno, chi debba combattere e chi no. Anche il Corano, quindi, riconosce che la Guerra Santa è materia ambigua, che non si è voluta dichiarare. Nelle numerosissime pagine di questo volume, si parla infatti pochissimo di Guerra Santa e nei passi in cui viene citata il problema viene preso di petto. Citeremo un ultimo brano a riguardo, molto interessante, della  sūrah n°2 : <<Combattete sulla via di Dio. Sappiate che Dio sente e vede tutto. Non vedesti l’assemblea dei figli di Israele dopo la morte di Mosè? Quando dissero ad un loro profeta, “dacci un re! E noi combatteremo nella via di Dio”. Il profeta disse che se vi sarà ordinato di combattere, certamente combatterete, e quelli risposero “Ma come potremmo non combattere nella via di Dio, visto che siamo scacciati dalle nostre case, dai nostri figli?”. E però quando fu prescritto loro di combattere, essi volsero le spalle, tranne pochi. Però Dio conosce gli iniqui, e diede loro il Re Saul>>.

 

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Il mausoleo Taj Mahal – Agra, India

 

Com’è possibile notare, il profeta Maometto sta facendo riferimento ad un passo della Bibbia molto preciso: cita il primo libro di Samuele, limitandosi ad eliminare soltanto qualche piccola sfumatura. Nel passo biblico si racconta di come gli ebrei furono governati da Samuele, il quale non volle proclamarsi re. Quando quest’ultimo si  avvicinava alla fine dei suoi giorni ed i figli non furono in grado di adempiere a tale mandato, gli ebrei chiesero a Samuele di designare un sovrano. Samuele non volle, perché conscio di tutti i mali che un re porta con sé nel proprio ruolo (tasse, leggi, punizioni etc…). <<Avremo un Re che ci governerà, che uscirà alla testa dei nostri soldati e combatterà le nostre battaglie>>. Samuele va dunque da Dio, che gli ordina di dare loro un re: e venne così nominato Saul.

In questo libro, tutto è ambiguo. Avere un re sembra quasi non essere un bene e lo stesso Samuele lo sconsiglia vivamente, scegliendo di non autoproclamarsi. Ma quando il sovrano di nome Saul fa la sua entrata in scena (e dopo di lui ci sarà Davide – nella cui stirpe appartenne Gesù di Nazareth – e tutta una serie di Re d’Israele) gli ebrei inizieranno a combattere per una serie di guerre che la Bibbia definirà come sacrosante e vittoriose. Maometto conosce bene le tradizioni ebraiche e cristiane; quando scrive il Corano, riprendendo tutte le questioni che gli potranno tornare utili (magari limitandosi a semplificarle), dispone di un bacino di informazioni a cui attingere quasi illimitato. Nel libro di Samuele non si evince in maniera inequivocabile, comunque, se quella guerra fosse considerata giusta o meno: ma a Maometto tanto basta. Proprio come Dio ordinò secoli prima il popolo d’Israele, così investì la sua persona di tale compito e per cui queste guerre sono giuste e santificate da Dio stesso.

I testi sacri, alla fine son sempre gli stessi: sono le epoche che contribuiscono, difatti, a mutarne il significato primordiale. Nel mondo islamico si era parlato molto poco di guerra santa tra il IX ed il X secolo. Ed soltanto a partire dalla prima Crociata che verrà utilizzato, per la prima volta, il termine Mujaheddin. Termine che deriva direttamente dal concetto di Jihād, che indica delle persone “occupate nel fare qualcosa”, in questo caso proprio la Guerra Santa: <<Solo un gruppo di Mujaheddin tenne fermo. E si batte per ottenere merito verso Dio e cercare il martirio>>.

Cristianesimo ed Islam, due civiltà ereditate fino alla nostra generazione odierna, sono legate fra loro senza nemmeno saperlo. Forse esiste troppa ignoranza nei confronti di questo argomento, nei riguardi dello studio del “diverso”. Probabilmente vi sono non pochi secondi fini in un palcoscenico un po’ più esteso. Fatto sta che per secoli queste due culture, queste due fedi, si son fatte la guerra, trucidandosi nel nome di Dio e tutt’ora questa carneficina continua ad insanguinare la terra. Un problema complesso, in cui ognuno muta la sua legittimazione, di epoca in epoca. Pensando, magari, che tutto questo sia giusto e “divino”.

 

Masked Palestinian Members of Islamic Jihad

Fonti

Lezione prof. A. Babrbero

Conferenza prof. A. Barbero

A. Maalouf, Le crociate viste dagli arabi

A. Ducellier/ F. Micheau, L’islam nel Medioevo

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

3 pensieri su “Quando Dio richiede il conflitto: la Jihād

  1. Senza entrare nel merito della jihad, sulla quale mi ritengo troppo poco informato per dare un giudizio pertinente, vorrei intanto sapere da dove è tratto il passo che è citato dopo quello tratto dalla surah 47. Inoltre vorrei far notare che se un musulmano leggesse questo articolo monterebbe su tutte le furie, perché, suppongo inconsapevolmente e senza malizia, l’autore ha riportato nel suo articoli alcuni pregiudizi sull’Islam che l’Occidente si porta dietro fin dal medioevo: in particolare le opinioni (del tutto da dimostrare, ma che qui sono offerte come fatti puri e semplici) secondo cui il Corano sarebbe stato scritto da Maometto, e che Maometto lo avrebbe scritto rimettendo insieme spezzoni, magari semplificati, delle tradizioni giudaiche e cristiane. Ma questo significa mettere automaticamente in dubbio che il Corano sia la Parola di Dio rivelata a Maometto, così come credono i musulmani, i quali credono anche che Maometto fosse analfabeta, e perciò del tutto incapace sia di leggere che di scrivere. Questo solo per dire che quando giustamente ci si interessa del diverso e si parla di lui è necessario rendere piena giustizia al suo punto di vista.

    1. Gentile Emanuele, intanto mi scuso per i 5 giorni di attesa al tuo commento. Volevo ringraziarti per avermi fatto notare una grave mancanza. Il brano che mi chiedi (quello sotto la surah 47) è tratto dalla surah n°2.
      Io ho voluto scrivere questo articolo (che rientra nella serie di articoli sulle guerre sante) sulla jihad, cercando di trattare tale argomento per quello che è, evitando di finire in discorsi troppo religiosi. Volevo mostrare, in tali articoli, dove le due religioni (cristianesimo e islam) attingono le loro idee bellicose, da cosa sono causate e se questo è stato da sempre il loro atteggiamento. I credenti sanno bene che questi testi sono la parola di Dio. Ho toccato questi testi prescindendo tale questione, se ci si debba credere o meno che questi siano veramente la parola del Signore. Inoltre l’Antico testamento è ritenuto, da tutte queste religioni, come la parola di Dio. Lo è per gli ebrei, per i cristiani e per i musulmani. Ho trattato questi testi da “storico”, lasciando la libertà ad ognuno di credere se quella fosse la parola di un Dio creatore. Possiamo però giudicare questi testi come libri scritti da uomini (che se li sentivano dettare) in un determinato periodo storico, entro una cornice dove si richiedeva qualcosa del genere, senza scordare che questi testi son riusciti ad influenzare le popolazioni per altri secoli, se non millenni.

      1. Concordo sulla liceità e sulla necessità di un trattamento “da storico” dei testi sacri, come chiunque voglia esprimere idee non partigiane sull’argomento dovrebbe fare, ma rimango dell’idea che, anche se non si vuole parlare in una prospettiva religiosa, è sempre bene mettere nero su bianco i suoi punti fermi, prima di interpretare una tradizione sacra secondo il metodo storico, specialmente se si tratta di una religione “altra” come l’Islam. Chiaramente un lettore europeo medio sa che i testi sacri del cristianesimo sono soggetti a critica testuale e storica ma, allo stesso tempo, mantengono per i credenti un valore di parola rivelata; lo stesso non sempre purtroppo può dirsi, per il lettore europeo medio, per quanto riguarda l’Islam, i cui testi difficilmente vengono visti in questa duplice prospettiva, storica e religiosa. Perciò l’alternativa dovrebbe essere esplicitata. Ad ogni modo ti ringrazio per l’occasione dello scambio di idee, e ti faccio auguri di buon proseguimento.

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