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Quando la casa non è più sicura

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<<Era una brava persona, un grande lavoratore>>.

Sono queste le parole che leggiamo ed ascoltiamo nei notiziari quasi ogni giorno. La strage familiare è diventata l’emergenza del nuovo secolo. Ordinariamente veniamo a conoscenza, purtroppo, di mattanze che si concludono dentro le mura del focolare domestico, proprio quello che dovrebbe rappresentare sicurezza ed amore. Alle basi della filosofia del diritto, quella che ci spiega le regole della convivenza civile, una delle prime nozioni che si apprendono è quella che siamo tutti figli di Caino. Il racconto biblico di Caino ed Abele lo conosciamo tutti: ciò significa che tutti, ma proprio tutti, siamo capaci di uccidere.

La prima volta che udii quest’affermazione restai alquanto incredula. Oggi, purtroppo e senza capire il perché, mi rendo conto che è così. Attimi di pura follia, che scemano la capacità d’intendere e volere, che infrangono la lucidità mentale che culmina nella tragedia. Molto spesso i moventi appaiono inutili, frutto di discussioni sterili e prive di fondamenta. Altre volte, come abbiamo potuto appurare giorni fa nella strage familiare alle porte di Milano, l’intento omicida è premeditato, ossia covato già da tempo. Ma ciò che inquieta di più è il fatto che, molto spesso, il papà o la mamma killer, alla resa dei conti con la Giustizia, affermano : <<l’ho fatto per loro>>. Ma cosa significa l’ho fatto per loro? Da quando uccidere è diventato un favore? Il disagio, alle volte, va ricercato nella depressione, nella disperazione, altre volte nella troppa apprensione di genitori che si domandano quale sarà il destino dei loro pargoli dopo la loro assenza. La casistica potrebbe riportarci ad omicidi di madri che per disperazione uccidono i propri figli, di padri che per paura di non poter garantire un futuro dignitoso alla propria famiglia preferiscono quindi negargli qualsiasi tipo di futuro. O ancora, genitori di ragazzi con handicap che si chiedono se dopo di loro potrebbe mai esserci qualcuno che sia artefice della sofferenza del proprio figlio. Ed allora, per la follia che si radica nella mente dell’omicida, è meglio uccidere che sapere che i propri figli possano soffrire magari per colpa di una separazione, della mancanza di lavoro, per una grave malattia. Probabilmente, dunque, l’atto omicida è frutto del troppo amore. Analizzando il fenomeno con le pinze, uccidere rappresenta un atto di estremo amore: per evitarti ogni male del mondo, io che sono tuo/a padre/madre, preferisco toglierti la vita, annullando così ogni probabile sofferenza che questo mondo crudele potrebbe riservarti.

 

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Alle volte uccidere rappresenta invece un atto di odio estremo, non tanto per le vittime, quanto per chi resta su questa terra a piangerne la mancanza. E proprio il mito ci lascia testimonianze sul caso: Medea fu capace di uccidere i propri figli, per evitare che l’uomo con cui li ebbe avrebbe potuto avere discendenza. Questo, purtroppo, è un fenomeno che non ha limiti culturali, che non resta confinato solo a certune condizioni socioculturali. Oggi l’insospettabile, il vicino con cui ti fermi a scambiare qualche parola, l’amica con cui porti i bambini al parco possono essere gli autori di questo genere di reato. È quel << era una brava persona>> non fa che rendere ancora più incredule le dinamiche delle mattanze. Il dover ammettere che a chiunque può sfuggire il controllo, rende la situazione ancora più incomprensibile. E se finora abbiamo parlato solo di figli, esiste il rovescio della medaglia: figli che uccidono i propri genitori. Chi per una tanto desiderata eredità, chi per procurarsi i soldi per la droga, chi per la folle idea di sentirsi oppressi od incompresi dalla propria famiglia. Ritengo che, in una società moderna ed avanzata come la nostra e in cui, grazie alla presenza di istituzioni e del diritto odierno, laddove tutto è possibile e risolvibile la mente umana preferisca invece regredire: ritornare all’istinto primordiale dell’uccisione, allo spirito del sacrificio. Immolare la vita di innocenti, come piccoli agnellini dinanzi agli altari degli dei, per evitare le sofferenze del mondo.

Siete così sicuri che i vostri figli, magari, non riescano ad accettare una separazione? Che non riescano a comprendere che, se manca il lavoro, ai capricci si può benissimo rinunciare? Che nella vita quello che più conta è la salute? È poter abbracciare un genitore ed essere sicuri che costui non possa mai infierirti, in tutti i sensi della parola, una pugnalata alle spalle?

 

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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