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Ma quale “We Are the World”?

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo

Circa 29 anni fa gli artisti statunitensi più illustri decisero di incidere un brano, il cui ricavato fu destinato ad uno dei Paesi più poveri dell’Africa, l’Etiopia, colpita da una violenta carestia. L’idea e il gesto erano senza dubbio lodevoli, ma anche la visibilità di questi filantropi è accresciuta.

A distanza di tempo, altre canzoni da “salviamo il mondo” si sono susseguite, i pantaloni a zampa d’elefante e il ciuffo colorato di Cyndi Lauper sono passati fuori moda (ma continuano ad avere un posto speciale in un angolino del mio cuore) e il mondo di cui Michael Jackson e compagnia bella cantano ha visto momenti migliori. Il quadro internazionale è più incomprensibile dell’inglese sfoggiato da Matteo Renzi qualche giorno fa. L’unica certezza è che Domenica la Germania ha alzato la sua quarta Coppa del Mondo con tanto di baci e abbracci della Merkel ad ogni singolo membro del team (allenatore coi capelli alla Sandy Cohen compreso).

 

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Selfie di Angela Merkel con il giocatore della Nazionale tedesca Lukas Podolski negli spogliatoi, in compagnia della Coppa del Mondo

 

La nostra cara Angela, se già prima si sentiva il boss dell’Europa, adesso con il suo solito sorriso austero e il suo rigore geometrico si starà preparando a nuove mosse da imporre come se queste fossero la chiave per venir fuori dal tunnel della crisi economica. Dobbiamo prepararci a nuovi default? E chi sarà il fortunato tra gli Stati ancora in gara per il premio “Sono uscito dalla crisi” ad avere il biscottino di ricompensa? Ma la Germania si sta confermando una potenza di giorno in giorno: basti pensare alla prova di forza della cancelliera tedesca nei confronti di Barack “sorrido sempre ed esporto democrazia nel mondo” Obama, cacciando dal suo Paese il capo della CIA a seguito dello spionaggio sia dei politici ma anche dei semplici cittadini messo in atto dai servizi segreti statunitensi con il bene placido della Casa Bianca. E se da un lato gli USA gridano allo scandalo, dall’altro lato bisogna osservare che i tempi della Guerra Fredda sono ufficialmente passati (almeno in Germania) e che tra Paesi alleati non ci si comporta in una maniera che indica sfiducia più una punta di arroganza e presunzione di rimanere sempre impuniti tipica del self-made man statunitense. Barack, la prossima volta che sarai interessato a sapere cosa la Merkel o Hollande pensano del tuo operato o quello di un altro Presidente, usa whatsapp: è gratis, puoi inviare simpaticissime note vocali e in più ti risparmia l’imbarazzo internazionale.

 

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Barack Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d’America

 

Ma la violazione della privacy da parte degli agenti statunitensi, aggiunta alle politiche di austerity per nulla simpatiche, è solo la punta di un iceberg vergognoso costruito dalla nostra (e presunta) comunità internazionale. Da dove iniziare? Iniziamo dalla guerra civile in Siria che ormai imperversa da ben tre anni e non si ostina ad avere una fine. Il Consiglio di Sicurezza ha votato per una risoluzione che ha imposto ad Assad di sbarazzarsi di tutto l’arsenale di  armi chimiche usato contro i ribelli e contro i civili. Ma questo non ha fermato il conflitto, l’assedio a città che implorano una soluzione concreta ai massacri di donne, vecchi e bambini, la distruzione di siti storici patrimonio dell’UNESCO. E se Assad ha l’appoggio indiretto di Vladimir Putin, la compagine dei ribelli è formata da jihadisti e non più dai veri oppositori del governo siriano e fonti parlano di aiuti ai ribelli provenienti dall’Arabia Saudita e – mi auguro di no, per quei valori di libertà e democrazia che ancora si ostinano a propugnare in qualità di loro difensori – dagli USA. A tutto questo aggiungiamo una crisi umanitaria della portata di circa un milione e mezzo di profughi siriani che cercano disperatamente asilo, ma il più delle volte sono trattati dai Paesi limitrofi e dai Paesi europei come un peso da disfarsi in maniera rapida e indolore. Ma non ci sono solo i siriani sui barconi che arrivano sulle nostre coste, perché in tutto questo tempo altre guerre sono scoppiate nella Repubblica Centrafricana e in Sud Sudan, a seguito delle lotte di potere tra etnie o tra ribelli ed esercito presidenziale che hanno provocato milioni di sfollati accolti nei Paesi vicini in campi profughi in cui spesso mancano i servizi igienici di prima necessità.

 

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Jihadisti siriani

 

L’ONU non può fare altro che prendere nota, scrivere risoluzioni e stare a vedere se queste hanno qualche effetto. Beh, sia nel caso siriano che in quello dei due Paesi africani, quelli da punire sono in primis gli Stati che vendono armi ai guerriglieri e si rendono complici di stragi di innocenti. Ma siccome tra i venditori di fucili, pistole e compagnia bellica ci sono alcune tra le allegri comari del Consiglio di Sicurezza, mi sembra dura vedere una luce alla fine del tunnel bellico. L’ONU ancora una volta (dopo i casi di ex Jugoslavia e Ruanda) parla il politichese del dolce far nulla e aspetta di agire quando ormai non ci saranno più gli occhi per piangere. In realtà la nostra cara comunità internazionale è ora occupata a capire che ne sarà del conflitto tra Palestina e Israele, che ha raggiunto nuovamente la sua fase più acuta in quest’ultima settimana, benché le angherie, gli scontri armati e il lancio di razzi  tra i due Stati sia ormai una costante da decenni. A farne le spese sono soprattutto gli abitanti di Gaza, che agli occhi di quel bisbetico di Israele rappresentano l’incarnazione del terrorismo.

La verità è che non bastano più gli appelli di cessate il fuoco da parte di tutto il mondo: Israele è un prodotto dell’Occidente volto a supervisionare il Medio Oriente ed ora, da brave figlio ribelle, se ne frega degli appelli di Obama o di Ban Ki-moon, perché la sua paranoia di essere sotto attacco costante ha prevalso sul buon senso. E la Palestina ne fa le spese sempre attraverso rappresaglie all’alba, pestaggi, uccisioni di innocenti. Le diplomazie stanno scaldando i motori e si preparano a mediare tra le due parti in conflitto, ma quanto potrà durare un possibile accordo tra i due? E poi: in che cosa potrebbe consistere l’accordo, in un  immediato cessate il fuoco e Israele tornerà a fare la parte dell’occupante e la Palestina quella dell’occupato? In questo clima di incertezza e scarsa risolutezza, la società internazionale appare in preda al gioco di interessi economici e politici tra potenze mondiali che stanno gettando nel baratro Paesi immersi nel caos più totale.

Mi sa che il world, come lo vedevano Michael Jackson e company, non fa più rima con comunità solidale ma con faccio quello che è nel mio interesse.

 

 

About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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