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Il quaderno di Mercurio: Tzvetan Todorov e la funzione didattica della letteratura

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
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Da sinistra verso destra: David Bowie (1947-2016), Prince (1958-2016) e Bud Spencer (1929-2016)

Lo scorso 31 Dicembre, allo scocco della mezzanotte, qualcuno avrà sicuramente tirato un sospiro di sollievo. In effetti il 2016 era stato un autentico annus horribilis per un nutrito drappello di esponenti del jet-set internazionale (andando a ritroso e pescando dal mazzo, ci avevano salutato nell’ordine Carrie Fischer e George Michael, Leonard Cohen e Bud Spencer, Prince e David Bowie). Ma, appena il tempo di digerire il cenone, ecco che il 2017 s’è voluto subito dimostrare all’altezza del suo infausto predecessore: il 5 di Gennaio se ne andava Tullio De Mauro; trascorsa una manciata di giorni veniva il turno di Zygmunt Bauman e, dopo poco più di un mese, di Tzvetan Todorov.

Ogni personaggio che ho menzionato meriterebbe un omaggio all’altezza dell’inestimabile eredità che ci ha lasciato. Per quanto mi riguarda, non potevo esimermi dal tributare un estremo saluto a chi ha contribuito ad alimentare la mia passione per la letteratura e, soprattutto, a rivelarmene molti segreti, regalandomi preziosissime chiavi d’accesso a un mondo meraviglioso.

Sarebbe impossibile enucleare dall’immensa produzione di Todorov un fil rouge condensabile in un singolo articolo; l’eclettismo di un intellettuale della sua statura rende indispensabile una conoscenza profonda della sua opera per poterne apprezzare del tutto la portata. D’altra parte non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da chi aveva mosso i primi passi della propria carriera francese sotto l’egida di due mostri sacri come Gérard Genette e Roland Barthes.

Roland Barthes
Roland Barthes (1915-1980) è stato un critico letterario, linguista e semiologo francese. È considerato uno dei maggiori esponenti della nuova critica francese di orientamento strutturalista

In questa sede mi limiterò a commentare un’agile pubblicazione del 2008: La letteratura in pericolo. Paradossalmente, Todorov imputava molte responsabilità nell’arretramento degli studi umanistici nella Francia del primo decennio del XXI secolo proprio ai professori di letteratura che, a suo dire, avrebbero perso di vista, proprio loro che per primi avrebbero dovuto esserne i più consapevoli, l’importanza della propria materia nella formazione dei giovani allievi. In ogni caso non si deve sopravvalutare il rimprovero che Todorov muove ai docenti: d’altra parte anche loro, prima di salire in cattedra, sono stati studenti, prima al liceo e poi all’università, dove hanno appreso metodi e principi che avrebbero a loro volta trasmesso alle nuove generazioni.

Su che cosa verte il rimprovero di Todorov? Innanzitutto egli scorge una sorta di miopia nell’individuazione delle priorità nell’insegnamento della letteratura: tutti noi, chi più chi meno, siamo stati abituati a studiare più i metodi di analisi letteraria che le opere in quanto tali, dice Todorov. Siamo cioè stati costretti a focalizzarci sui mezzi più che sul contenuto: quali sono le differenze tra il registro tragico e quello elegiaco? E quale dei due prevale ne Il cinque Maggio di Alessandro Manzoni? Qual è la definizione di metonimia, e in che cosa differisce dalla sineddoche? È possibile individuarne degli esempi ne Il Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi? Cos’è il discorso indiretto libero? Insomma, attualmente «gli studi letterari hanno lo scopo principale di farci conoscere gli strumenti di cui si servono. Leggere poemi e romanzi non porta a riflettere sulla condizione umana, l’individuo e la società, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione, ma su nozioni critiche, tradizionali o moderne. A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici. […] studiamo in primo luogo i metodi d’analisi, che illustriamo ricorrendo a opere di vario genere, oppure studiamo opere ritenute fondamentali, utilizzando i metodi più diversi? Dove sta lo scopo e dove il mezzo? Che cos’è obbligatorio e che cosa rimane facoltativo?».

È proprio questo fraintendimento che sta attualmente alla base, secondo Todorov, di un insegnamento della letteratura anemico, asettico, non più in grado di attrarre giovani menti che non possono essere imbrigliate in gabbie metodologiche troppo strette. Certo, come in geometria è necessario apprendere il teorema di Pitagora, così in letteratura sarà imprescindibile una prima infarinatura delle diverse teorie critiche o l’acquisizione di nozioni basilari della narratologia e dell’analisi stilistica. Il cortocircuito, però, avviene quando si perdono di vista le priorità: impariamo a leggere per la capacità in sé, o per essere in grado di fruire di tutta una serie di testi che per un analfabeta sarebbero inaccessibili? Scrive Todorov:

«Non solo si studia malamente il significato di un testo se ci si limita a un rigido approccio interno, mentre le opere esistono sempre in seno a un contesto e in dialogo con esso; non solo i mezzi non devono diventare il fine, ma la tecnica non deve nemmeno farci dimenticare l’obiettivo dell’esercizio. È necessario anche interrogarsi sulla finalità ultima delle opere che riteniamo degne di essere studiate. In linea generale, il lettore non specialista, oggi come un tempo, non legge le opere per padroneggiare meglio un metodo di lettura, né per ricavarne informazioni sulla società in cui hanno visto la luce, ma per trovare in esse un significato che gli consenta di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza; così facendo riesce a capire meglio se stesso. La conoscenza della letteratura non è fine a se stessa, ma rappresenta una delle vie maestre che conducono alla realizzazione di ciascuno. Il cammino che ha intrapreso oggi l’insegnamento letterario, voltando le spalle a questo orizzonte, rischia di condurci in un vicolo cieco, per non parlare del fatto che difficilmente farà innamorare della letteratura».

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“La letteratura in pericolo” (2008) a cura del filosofo e saggista bulgaro naturalizzato francese Tzvetan Todorov (1939-2017), pubblicato da Garzanti Editore

Un problema non da poco, a quanto pare. Leggere i capolavori del passato concentrandosi esclusivamente sulle figure retoriche o sulla vita del loro autore, sui registri utilizzati o sulle varianti redazionali tra un’edizione e l’altra a scapito di una fruizione diretta è riduttivo e poco coinvolgente, questo è ovvio. Ma anche se si volesse prescindere da questi elementi, come fare poi per fornire un seppur aleatorio carattere di scientificità, o almeno una parvenza di oggettività, allo studio della letteratura? Se si guarda il problema da quest’angolazione, effettivamente la questione diventa molto complicata. Se si prende a modello dello studio dell’Infinito di Leopardi il calcolo dell’area del triangolo rettangolo, si è destinati a imboccare un vicolo cieco.

Ma siamo davvero sicuri che debba essere l’oggettività la base della formazione scolastica? Siamo davvero sicuri che sia la verificabilità delle tesi e delle ipotesi a costituire il cardine di qualsiasi pedagogia? Personalmente credo che a volte si perda di vista il vero ruolo della scuola, che è quello di preparare i ragazzi ad affrontare un mondo ricco di sfumature e non sempre benevolo, fornendo loro strumenti utili per decifrare una società complessa e stratificata. Non è forse meglio insegnare ai ragazzi a dubitare continuamente di quello che si legge e si sente, a porsi instancabilmente delle domande, ad analizzare criticamente quello che è dato per certo, a essere, in definitiva, adulti e cittadini consapevoli? Se è questo l’obiettivo, non credo che il carattere assiomatico del teorema di Pitagora, da comprendere e accettare come principio incrollabile, sia più educativo delle friabili conclusioni cui si perviene analizzando un testo letterario. Con questo non sto dicendo che è auspicabile ignorare il significato delle figure retoriche, la vita degli autori o gli altri (pochi) elementi inequivocabili di un testo, ma solo che questa conoscenza deve essere propedeutica alla lettura di capolavori letterari che non possono essere trattati come triangoli rettangoli qualsiasi.

Il penultimo capitolo de La letteratura in pericolo ha un titolo bellissimo: Che cosa può la letteratura? Vorrei citare alcune memorabili parole, che chiunque abbia la pretesa di insegnare letteratura dovrebbe leggere e interiorizzare:

«I libri di cui [lo studente] s’impossessa potrebbero aiutarlo ad abbandonare le false ovvietà e ad aprire la mente. La letteratura ha un ruolo particolare da svolgere a questo proposito: a differenza di discorsi religiosi, morali o politici, non formula un sistema di precetti […]. Conoscere nuovi personaggi è come incontrare volti nuovi, con la differenza che possiamo subito scoprirli dall’interno, osservando ogni azione dal punto di vista del suo autore. Meno questi personaggi sono simili a noi e più ci allargano l’orizzonte, arricchendo così il nostro universo. Questo allargamento interiore non si formula in affermazioni astratte, ed è per questo che ci risulta così difficile da descrivere; rappresenta piuttosto l’inclusione nella nostra coscienza di nuovi modi d’essere accanto a quelli consueti. […] I romanzi non ci forniscono una nuova forma di sapere, ma una nuova capacità di comunicare con esseri diversi da noi […]. Pensare e sentire adottando il punto di vista degli altri, esseri umani in carne ed ossa o personaggi letterari, è il solo modo per tendere verso l’universalità, permettendoci così di compiere la nostra missione».

In conclusione, parafrasando un comunicato dell’Associazione francese dei Professori di Lettere, è auspicabile che lo studio della letteratura ritorni a occuparsi dell’uomo, del suo rapporto con se stesso e il mondo e del suo rapporto con gli altri.

 

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About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo Magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

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