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Il quaderno di Mercurio: Mario Vargas Llosa e la funzione politica della letteratura

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone

letteratura_antoNel primo articolo del Il quaderno di Mercurio, basandoci su un’idea di Umberto Eco, abbiamo definito terapeutica una delle innumerevoli funzioni svolte dalla letteratura. Non è certo nostro obiettivo far ricredere quanti relegano gli studi umanistici, e la letteratura in particolar modo, al rango di simpatico passatempo subordinato ad altre attività più utili e produttive; sarebbe una meta troppo ambiziosa, e le nostre fragili spalle ingobbite sui libri non sono in grado di sostenere un peso tanto gravoso. In ogni caso, insieme ai pochi che rimangono convinti del valore intrinseco della letteratura, è il caso di andare oltre, individuando altre prerogative e compiti dei grandi libri, e per farlo saremo accompagnati da uno dei più grandi scrittori viventi, il Premio Nobel del 2010 Mario Vargas Llosa.

Abbiamo chiamato politica questa nuova funzione, e già qui c’è bisogno di qualche precisazione. Per l’aggettivo politico, la Treccani fornisce, tra le altre, questa definizione: «nell’uso letterario, che partecipa alla vita sociale e civile (in questo senso riprende uno dei significati che il termine aveva in greco)»; in greco antico infatti, πoλιτικός (politicòs) ha il significato di cittadino, civile, evidentemente derivato da πόλις (pòlis), città, ma anche cittadinanza, nel senso di insieme di cittadini che forma una comunità istituzionalmente funzionante, sulla stessa lunghezza d’onda del latino civitas. Con funzione politica, dunque, non ci riferiamo al fatto che la letteratura, troppe volte nel corso della storia, sia stata utilizzata strumentalmente da regimi di destra o di sinistra, o che siano effettivamente esistiti scrittori fascisti o marxisti che nei loro libri hanno propugnato odiose ideologie; per politico qui si deve intendere qualcosa di molto più complesso – e nobile – rispetto all’uso quotidiano del termine, relativo ai rapporti tra individui, all’organizzazione e al funzionamento della società e alla vita in comune dell’uomo. Vediamo, insieme ai pochi coraggiosi che avranno sopportato tappandosi il naso questa lunga disquisizione filologica, in che modo.

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“Elogio della lettura e della finzione” (Giulio Einaudi Editore, 2011) – Mario Vargas Llosa

Vargas Llosa ripone una fiducia quasi sconfinata nelle capacità della letteratura, demandandole compiti che pochi di noi, forse, le riconoscerebbero. Una sua prima, importante prerogativa è quella di costituire uno dei motori del progresso umano, la linfa senza la quale l’Uomo sarebbe rimasto bloccato a una fase di sviluppo arcaica e precivilizzata, senza riuscire ad andare oltre quello stato ferino e bestiale che ha caratterizzato le nostre origini. Leggiamo dall’Elogio della lettura e della finzione:

«Mi ha sempre affascinato immaginare quella curiosa circostanza in cui i nostri antenati, poco più che diversi dagli animali, grazie a un linguaggio appena nato che permetteva loro di comunicare, iniziarono, nelle caverne, intorno al fuoco, durante notti piene di pericoli – fulmini, tuoni, fiere ringhianti -, a inventare storie e raccontarsele. Quello fu un momento cruciale del nostro destino, in quanto, in quella cerchia di esseri primitivi meravigliati dalla voce e dalla fantasia di chi stava loro raccontando, ebbe inizio la civiltà, quel lungo percorso che poco a poco ci avrebbe reso umani e ci avrebbe portati a inventare un individuo sovrano, e a staccarlo dalla tribù, a inventare la scienza, le arti, il diritto, la libertà, a indagare i misteri della natura, del corpo umano, dello spazio e a viaggiare verso le stelle».

Grazie alle storie che gli uomini, nel corso del tempo, si sono raccontati e che poi, messe nero su bianco, hanno costituito quell’immenso e mirabolante serbatoio della letteratura, i nostri antenati riuscirono a sollevarsi dalla loro condizione primordiale, facendo qualche passo in avanti nella lunga teoria delle specie. Nel corso della storia ci sono stati momenti, persone, invenzioni che hanno rappresentato un fondamentale spartiacque, un perno così decisivo che il mondo, dopo di loro, non è stato più lo stesso: la ruota, facilitando i contatti fra gli uomini, ha consentito ai nostri progenitori di rendersi conto dell’esistenza di un altrove, che c’era qualcosa oltre quello sputo di fango che era stato loro destinato da chissà chi come orizzonte primo e ultimo dell’esistenza. Allo stesso modo, il titano Prometeo, leggendario donatore del fuoco, ha permesso agli uomini di difendersi dalla furia degli elementi, di dipanare il buio assoluto della notte, aprendo la via a una vita un po’ meno miserabile di prima. E anche la letteratura ha svolto la medesima funzione: narrando di personaggi diversi, ha fatto prendere coscienza all’uomo dell’esistenza di un tu, gli ha permesso di astrarsi da se stesso, e mediante le emozioni e i sentimenti – positivi o negativi che fossero – che quei personaggi suscitavano, di formulare giudizi sull’altrui (e quindi anche sul proprio) operato, magari di inorridirsi davanti alla mattanza quotidiana che costituiva l’antica esistenza e di cercare, quindi, di essere un po’ migliore.

Ma la funzione politica della letteratura non è stata soltanto quella di catalizzare il progresso umano; Vargas Llosa vede nella letteratura un ponte gettato sopra il baratro vertiginoso che a volte si apre tra culture troppo diverse e lontane:

«La buona letteratura tende ponti tra persone diverse e, dandoci piacere, facendoci soffrire o sorprendendoci, ci unisce al di là delle lingue, del credo, degli usi, dei costumi e dei pregiudizi che invece ci separano. Quando la grande balena bianca affonda in mare il capitano Achab [Moby Dick, Herman Melville, NDR], il cuore dei lettori freme tanto a Tokyo, quanto a Lima o a Timbuctu. Quando Emma Bovary [Madame Bovary, Gustave Flaubert, NDR] beve l’arsenico, quando Anna Karenina si butta sotto il treno o quando Julien Sorel [Il rosso e il nero, Stendhal, NDR] sale sul patibolo […] lo sconvolgimento è simile tanto per il lettore che adora Buddha quanto per quelli che credono in Confucio, nel Cristo o in Allah o per un agnostico, in giacca e cravatta, o con la gellaba, il kimono o i pantaloni da gaucho. La letteratura crea una sorta di fratellanza all’interno della diversità umana ed eclissa le frontiere erette tra gli uomini e le donne dall’ignoranza, le ideologie, le religioni, le lingue e la stupidità».

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Taj Mahal – Agra, India

Grazie alla letteratura possiamo entrare in contatto con modi di pensare e d’intendere la vita opposti al nostro, con la possibilità di comprenderli, accettarli e amarli. Nella vita si può viaggiare in tutti i Paesi del mondo, se ne possono conoscere le lingue e ammirare i monumenti, ma soltanto poche volte si riesce veramente ad apprezzarne – o semplicemente accettarne – la cultura. È facile rimanere a bocca aperta davanti alla magnificenza del Taj Mahal o folgorati dalla bellezza delle piramidi Maya, ma finché il nostro rapporto con l’altro rimane visivo ed epidermico, indiani e messicani saranno lo straniero da combattere, cacciare e temere; se, invece, entrassimo in contatto con quelle culture insieme ai rispettivi grandi scrittori, allora saremmo accompagnati per le vie di Calcutta o Città del Messico da guide d’eccezione che, forse, ci permetterebbero di vedere punti di contatto che ci sembravano inaspettati e, anche, di ridimensionare differenze apparentemente insormontabili. Così, se certi signori, cravatta verde e cervello di passero, parlassero meno e leggessero di più, forse riuscirebbero davvero a rendere migliore la nostra società.

Non è chiaro, infine, cosa portino nei loro zaini quei dispensatori di morte che pretendono di lavare col sangue altro sangue, di assurgere a un non ben determinato paradiso portando la distruzione nel mondo; saremmo propensi a credere che, frugando in quelle bisacce dell’orrore, non troveremmo libri, in nessun formato. Vargas Llosa crede che, attraverso la letteratura, si riuscirebbe a spezzare quel circolo vizioso che chiama altre stragi dopo terribili stragi, altra disperazione dopo estrema disperazione:

«Tutte le epoche hanno avuto i loro orrori, la nostra è quella del fanatismo, dei terroristi suicidi, antica specie convinta che uccidendo ci si possa conquistare il paradiso, che il sangue degli innocenti possa lavare gli oltraggi collettivi, correggere le ingiustizie e imporre la verità sulle false credenze. […] Non dobbiamo lasciarci intimidire da chi vorrebbe sconfiggere la libertà che abbiamo conquistato col progredire della civiltà. Difendiamo la democrazia liberale che, nonostante tutti i suoi limiti, continua a significare pluralismo politico, convivenza, tolleranza, diritti umani, rispetto nei confronti della critica, legalità, libere elezioni, alternanza di potere, tutte cose che ci hanno strappato da un’esistenza belluina e ci hanno avvicinato – anche se non riusciremo mai a raggiungerla – alla perfetta e meravigliosa vita che sta dietro alla letteratura, quella che solo inventandola, scrivendola e leggendola possiamo meritare».

Vorremmo avviarci alla conclusione di questa seconda puntata de Il quaderno di Mercurio citando le parole del nostro prossimo accompagnatore, Tzvetan Todorov: «Al di là dall’essere un semplice passatempo, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano».

È forse una fiducia troppo elevata quella che lo scrittore peruviano ripone nei libri. Continueranno a esistere uomini che disprezzano la letteratura e il proprio simile, troppo oberati da attività certamente più importanti.

Ma ognuno di noi è padrone della propria vita e del proprio destino, e può scegliere da che parte stare; e magari quella scelta, per chi conosce le meraviglie della letteratura (di qualsiasi letteratura), è un po’ più semplice.

 

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Mario Vargas Llosa (1936) è uno scrittore, drammaturgo e politico peruviano. Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2010

 

 

CICLO DE “IL QUADERNO DI MERCURIO”

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About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo Magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

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