Lucas Cranach the Elder, 1553

Il quaderno di Mercurio: Francesco Orlando e la funzione ringiovanente della letteratura

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone
Juan Ponce de Leon
Juan Ponce de León (1474-1521) è stato un condottiero spagnolo che ricoprì la carica di Governatore di Porto Rico dal 1508 al 1511 e dal 1515 al 1519

La quarta puntata de Il quaderno di Mercurio si apre a bordo di un vascello di fine Quattrocento: mozzi castigliani schiamazzano e qua e là tirano i grossi canapi per governare le vele; ritto sulla prua che fende l’aria gonfia di salsedine, l’ammiraglio Cristoforo Colombo osserva il cerchio dell’orizzonte sfumato dalla nebbia, dietro la quale indovina la silhouette delle terre d’oltremare a cui, di lì a breve, approderà per la seconda volta. È il 3 di Novembre del 1493. Su una delle diciassette navi che veleggiano ai comandi della Mariagalante si trova tale Juan Ponce de León, un avventuriero diciannovenne che nei mesi precedenti si era distinto combattendo contro i Mori, nell’ultima tappa della Reconquista spagnola che aveva liberato Granada.

Negli anni successivi questo giovane marinaio avrebbe fatto carriera nel Nuovo Mondo, diventando perfino governatore di Porto Rico; tuttavia non perse mai il suo giovanile ardimento. Rimase sempre un inguaribile sognatore: dal 1511 ebbe il permesso di esplorare le terre a Nord di Cuba, ma non cercò ricchezze o prodotti esotici per soddisfare la curiosità degli europei. Niente di così prosaico: Juan Ponce de León andò alla ricerca della leggendaria fonte dell’eterna giovinezza. Non è chiaro se riuscì a trovarla; pare che, nel frattempo, ebbe anche il merito di scoprire la Florida, che allora si pensava fosse un’isola. Ma, a pensarci bene, non è importante sapere se la trovò davvero, la fonte dell’eterna giovinezza; quello che conta è il carattere paradigmatico di Juan Ponce de León, il suo incarnare uno degli imperituri desideri dell’uomo di ogni epoca: la possibilità di arrestare l’impetuoso scorrere del tempo, il sogno di rimanere o tornare giovani, di governare le ineluttabili leggi della natura.

Orlando
Francesco Orlando (1934-2010) è stato un critico letterario, insegnante e scrittore italiano

Quasi cinquecento anni dopo, in Italia, Francesco Orlando pubblicava uno dei saggi di teoria letteraria più importanti e innovativi del nostro Novecento: Per una teoria freudiana della letteratura. È qui che Orlando teorizza quella che abbiamo chiamato «funzione ringiovanente» della letteratura: come la fonte dell’eterna giovinezza (ma con minor dispendio di energie, e standosene comodamente seduti sul divano), i grandi libri hanno il potere di farci tornare giovani. Vediamo come.

Secondo Orlando, il lettore ideale dovrebbe seguire una ferrea norma comportamentale, mettendo in pratica quella che chiama «sospensione momentanea dell’incredulità». Ogni volta, cioè, che iniziamo a leggere un romanzo, non dovremmo chiederci se i fatti narrati siano realmente accaduti, né se i personaggi sono davvero esistiti o se hanno compiuto proprio quelle azioni: il fascino della letteratura risiede anche in questo rapporto privo di sospetti e sostanzialmente fiduciario che si dovrebbe instaurare col testo. D’altra parte, se quello che si cerca è la veridicità storica o la verisimiglianza, sarebbe meglio leggere un saggio invece di un romanzo o di una poesia che, in misura maggiore o minore, contengono sempre e invariabilmente degli elementi di invenzione. Perciò, chi non fosse disposto a sospendere la propria incredulità, dovrebbe scorrere il puntatore del mouse in alto a destra, chiudere la pagina e smettere di leggere questo articolo: costui, condannato a un’eterna vecchiaia, non potrebbe ringiovanire nemmeno con la leggendaria fonte di Juan Ponce de León. Ma chi, invece, non ha paura di affidarsi ai libri senza tormentarli con domande inutili, mi segua: insieme potremo attingere una goccia di quell’inesauribile fonte dell’eterna giovinezza che è la letteratura.

Sigmund_Freud_LIFE
Sigismund Schlomo Freud (1856-1939) è stato un neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco. È considerato il fondatore della psicoanalisi

Orlando, da buon freudiano, sostiene che, quando ci addentriamo nei meandri di un romanzo, si attivano zone della nostra mente che, entrando in società come adulti, abbiamo dovuto imbrigliare e nascondere; crescendo, abbiamo imparato a ritenere vere certe cose e false certe altre, a credere nell’esistenza di qualcosa e, invece, a relegare altri fenomeni nell’ambito dell’immaginario e dell’impossibile. Abbiamo, in definitiva, costruito un’immagine di noi stessi accettabile per gli altri: pensiamo all’amministratore delegato di una grossa multinazionale, colletto inamidato e cravatta di seta, che durante un briefing se ne esca dicendo che la notte non ha potuto dormire per colpa dell’uomo nero, o che finga una telefonata col suo amico immaginario… sarebbe ben poco credibile, e perderebbe il posto in quattro e quattr’otto. E tuttavia, anche se ci sforziamo di apparire persone serie, mature e razionali, restano da qualche parte della nostra psiche desideri, paure, pulsioni e fantasie di quando eravamo bambini: questi contenuti non vengono cancellati ma nascosti sotto il tappeto, scampano all’operazione di rastrellamento che mettiamo in atto rimpiattandosi in qualche anfratto remoto della nostra mente, sfuggendo alla nostra consapevolezza. Ora, nel gergo psicanalitico, il sotto il tappeto della mente si chiama «inconscio»; è una parola a cui siamo tutti abituati che designa quella sacca interna alla nostra psiche e incaricata di custodire tutta una serie di contenuti interdetti. Il fatto che questi contenuti non vengano cancellati del tutto, ma rimangano celati dentro di noi, giustifica una loro manifestazione in situazioni propizie: è per esempio nel sogno che essi sono in grado di tornare alla luce con più frequenza.

Moby_Dick_final_chase
“Achab rampona Moby Dick” (1902), illustrazione dell’artista statunitense I. W. Taber

Ebbene, la letteratura è, come il sogno, una zona franca, esentata dal rigido controllo razionale che governa la nostra vita quotidiana: entrando nel mondo ricreato da un romanziere o da un poeta, possiamo levare gli ormeggi e solcare i sette mari col capitano Achab alla ricerca di Moby Dick, ritenendo veri sia l’uomo che il cetaceo, anche se sono i geniali frutti della mente di Herman Melville. Aprire un libro equivale a dire «facciamo che io ero Toro Seduto e tu eri un cow-boy». Leggiamo delle parole di Sigmund Freud citate anche Orlando nel suo libro:

«[…] Le restrizioni che devono affermarsi durante l’educazione a pensare correttamente e a distinguere ciò che nella vita è vero da ciò che è falso [sono molto dispotiche], e perciò la ribellione contro la costrizione del pensiero logico e della realtà viene dal profondo ed è incessante; anche i fenomeni dell’attività fantastica [come, e soprattutto, la letteratura] rientrano in questa prospettiva».

Qualche pagina prima, Orlando aveva dato una perfetta definizione della letteratura come un «ritorno del represso reso fruibile per una pluralità sociale di uomini, ma reso innocuo dalla sublimazione e dalla finzione»: tornando al nostro amministratore delegato di qualche riga fa, se effettivamente verrebbe licenziato in tronco se simulasse una conversazione con un amico immaginario, tuttavia non gli accadrebbe niente di spiacevole se discutesse con un colto collega di quanto ha amato Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez o le poesie di Fernando Pessoa. Questo perché la letteratura è uno spazio socialmente autorizzato a veicolare quello che Orlando chiama «ritorno del represso razionale»: entrati all’interno del perimetro delimitato dalla copertina di un buon libro, possiamo lasciarci andare, abbassare le difese razionali e comprendere che, per quanto anziani, barbosi e austeri possiamo essere, non c’è nulla che ci impedisce di tornare bambini avventurandoci nei mondi ricreati dai grandi scrittori di tutti i tempi con infantile entusiasmo. Niente lifting costosi, niente faticose cure dimagranti, niente creme o belletti; è la letteratura a compiere il miracolo, mettendoci in contatto con zone del nostro Io nascoste, bistrattate, messe a tacere, coartate; come per miracolo il bambino che è in noi resuscita, trasportandoci in una dimensione che credevamo ormai perduta.

In definitiva, forse Juan Ponce de León aveva perso troppo tempo a dare a caccia ai Mori prima e a solcare l’Atlantico poi: se avesse conosciuto le meraviglie che può compiere la letteratura, probabilmente non avrebbe perso tempo a cercare la fonte dell’eterna giovinezza, e se ne sarebbe rimasto comodamente in patria a leggere un buon libro, alimentando in tal modo la sua indole da sognatore.

 

17155662_10208430151621109_6554310696010889819_n

 

 

CICLO DE “IL QUADERNO DI MERCURIO”

Primo articolo -> clicca qui

Secondo articolo -> clicca qui

Terzo articolo -> clicca qui

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

n.4 -> clicca qui

About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *