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In punta di piedi sul baratro del mondo: considerazioni tratte da storie di ordinaria fragilità

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Quale sfumatura attribuire alla fragilità? Intollerabile difetto di fabbrica o specificità intrinseca del genere umano? Alessandro D’Avenia analizza questo concetto in poco più di duecento pagine, condensate nel titolo L’arte di essere fragili, seguito da una precisazione: come Giacomo Leopardi può salvarti la vita.

Alessandro D'Avenia (Palermo, 2 Maggio 1977) è uno scrittore, insegnante e sceneggiatore italiano. Il suo romanzo d'esordio, Bianca come il latte, rossa come il sangue, è stato tradotto in diciannove lingue e ha raggiunto il milione di copie nei primi mesi del 2013, diventando così un best seller internazionale.
Alessandro D’Avenia (1977) è uno scrittore, insegnante e sceneggiatore italiano. Il suo romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue è stato tradotto in diciannove lingue e ha raggiunto il milione di copie nei primi mesi del 2013, diventando così un best seller internazionale

Trattandosi di Leopardi in molti potrebbero rispondere che la vita se la salvano già da soli evitando di leggere la sua roba da depresso cronico – o era cosmico? – e insomma, ciò è comprensibile solo alla luce dell’immagine standard, scialba e infruttifera del pessimista quasi orbo e gobbo spesso trasmessaci dagli insegnanti. Che poi, ad essere anche sinceri, Leopardi la gobba neanche l’aveva: non c’è neanche uno straccio di ritratto in cui figuri la chimerica protuberanza. Sissignori, qualcuno prima o poi doveva dirvelo, e per quanto sconvolgente potrà risultare questa verità credo che se non è riuscita a demolirvi la triade constante di pseudo-addio di Kakà al calcio, più addio di Andrea Pirlo, più mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio e conseguente combustione della carta fedeltà IKEA, dubito che possa farlo il trapasso della fantomatica gobba leopardiana.

Tornando a noi, nel fiume carsico di spunti riflessivi offerti da questo volume – per i sottolineatori seriali di passi significativi consiglio di incollare una matita alla mano – a destare maggiormente il mio interesse è stato il parallelismo, incantevole, tra vita e Bellezza che effluisce sin dalle prime pagine. Sembrano due concetti così antitetici, vita e Bellezza, no? Oramai si dice che la vita è bella più per retorica che perché lo si crede davvero, in trade union con il bloc-notes di frasi di circostanza da propinare in seguito ad una catastrofe personale: «andrà tutto bene, forza e coraggio, sei forte fratè, ci devi credere, se proprio non vuoi credere ai miracoli dimenticati di Lourdes ma ricordati del Leicester […]».

In ogni caso vi assicuro che nessuno, meglio di Leopardi, il poeta dall’insaziabile sete d’infinito, poteva tessere le trame di quel meraviglioso intreccio tra dolore, felicità, rinascita, Bellezza e morte che è la vita. Perché vedete, forse sbagliamo proprio in questo. Forse sbagliamo nell’identificare una vita bella con una vita facile, nel condannare aprioristicamente il brutto della vita, il grigiore oscillante dietro le quinte dell’illusoria felicità. Il problema di fondo è che sulla nostra civiltà occidentale si staglia a caratteri cubitali il terrorizzante imperativo di rimuoverlo, questo dolore. Ed effettivamente, pensandoci bene, quanti di noi sono in grado di elaborare una visione poietica, e non distruttiva, di esso? Quella della riconversione dell’energia negativa del dolore in positiva è una verità che sconvolge, una verità dalla difficile applicazione.

Non voglio scadere in un’apologia dell’angoscia, ma invitare ad una ri-comprensione della sofferenza entro il quadro esistenziale di ognuno non come una disgrazia, ma come un’occasione di esistenza alternativa. Che vi piaccia o no, quando salite sulle montagne russe il prezzo del vostro biglietto comprende anche i momenti in discesa. L’assicurazione circa il corretto funzionamento del vostro apparato digerente non lo so, ma non salire sulle montagne russe per paura di vomitare o anche semplicemente di farsela sotto è come rifiutarsi di amare per paura di soffrire (prossimamente su un biglietto della Perugina, ci portiamo avanti per San Valentino 2018). Scavando più a fondo, trovo che il rifiuto del dolore sia un qualcosa di propriamente insito nella nostra cultura, una cultura che ci ha insegnato a puntare al benessere e alla felicità prima di suggerirci che l’esistenza umana contempla necessariamente anche altro, e non sempre piacevole. La dimensione del dolore è co-implicata nel nostro vivere sin dal momento in cui veniamo al mondo: mentre il nostro pianto squarcia il silenzio, mentre i nostri occhi si aprono per la prima volta come una finestra sull’universo, qualcuno esperisce, e per il nostro bene, dolore. Ma è un dolore necessario, un dolore che genera, un dolore da cui sgorga la vita stessa.

Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.
Giacomo Leopardi (1798-1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano

Molti artisti affermano che sono soliti essere colti dall’ispirazione più profonda esattamente nei momenti di maggior patimento: forse che il dolore non sia quella condizione che ci costringe ad un dialogo forzato ed interiore con noi stessi? A fornirci occhi nuovi per intendere la realtà? «Il poeta canta perché soffre per tutti, per chi non sa ancora nulla del proprio destino» (Giuseppe Ungaretti). Forse che ci ricordiamo di poterci permettere il lusso di essere fragili, di poter soffrire quando qualcosa che accade a noi o intorno a noi ci ricorda che il dolore esiste, e che siamo condannati non a schivare le emozioni, ma ad attraversarle, subirle, sentirle? Un po’ come ci ricordiamo della Luna solamente quando c’è un blackout o quando ci tartassano di articoli del tipo «stanotte previsto rarissimo caso di eclissi, imperdibile, si verifica una volta ogni settordici anni», e allora tutti ad aprire la finestra come allocchi per scoprire una verità che già conosciamo, ma che ignoriamo beatamente: che la Luna esiste, che è fuori, immobile, lì dove è sempre stata, lì dove anche Leopardi ha rivolto il suo sguardo, lui che più di tutti non sapeva solo cantarla, la Bellezza, ma anche cercarla, scovarla, e convertire lo stupore di quella scoperta in versi. Abbiamo smesso di guardare davvero non solo fuori, ma anche in noi stessi, e ce ne ricordiamo solo quando qualcosa, dentro di noi, già guaisce, e ci richiama alla finitezza, alla cagionevolezza del nostro essere.

La fragilità dovrebbe percepirsi come una risorsa che ci pone entro un’uguaglianza emotiva che, consequenzialmente, dovrebbe spingerci a riflettere sull’universalità della nostra condizione; e invece, disgraziatamente, è qualcosa che ci siamo persi per strada nel tentativo di schermarci, in una società che ci impone di essere risultati, aspettative portate a compimento, prima che individui con una vocazione. Su questo punto D’Avenia si sofferma con particolare enfasi. «Non abbiate mai paura della vocazione unica che vi portate dentro», e io credo si tratti di uno di quei mantra da ripetersi quando suona la sveglia il Lunedì mattina, per intenderci. Viviamo in una contemporaneità che stigmatizza l’imperfezione e vede il positivo nel bello plastico, in una perfezione illusoria da fotomontaggio, quella di un mondo patinato e costernato dall’incessante preoccupazione di esistere nel giudizio altrui prima che nel proprio, in «[…] un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità, sembra essere bandita» (Alessandro D’Avenia).

La fragilità è il prezzo che paghiamo per lo stare al mondo, come gli uccelli la pesantezza delle proprie ali per godere della leggerezza del librarsi in volo: il magnifico gesto di solcare i cieli non è altro che frutto di un’aspra lotta contro la gravità, di un movimento incessante che garantisce, però, la meraviglia del volteggiare tra le nuvole. La fragilità ci aiuta a percepire il mondo in modo profondo, diverso, ad abbracciarlo quasi: un mondo in cui la Natura non è matrigna, ma è la stessa che dichiarerà all’islandese leopardiano di essere totalmente indifferente rispetto alle umane sorti. E questo cosa vuol dire? Che siamo gettati nel mondo e che la nostra esistenza è totalmente priva di senso? La chiave di volta risiede proprio in questo. Leopardi stesso ci insegna a prestare orecchio all’inquietudine del nostro cuore, senza soffocarla per il timore della vera chiamata alla vita, e forse ci suggerisce indirettamente di leggerlo, quel timore, quel dolore, come la siepe che schiude dinanzi a noi le porte dell’infinito, prima di trasportarci in un naufragare dolce e lento entro un mare d’incommensurabile bellezza. Ma la Bellezza, in fondo, cos’è? «L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui» (Fëdor Dostoevskij). Solo la bellezza dà senso alla vita, così come la nostra vocazione. Quando pensate di poter sezionare il vostro vissuto e gettarlo nell’immondizia, ricordate, intima D’Avenia, ciascuno di noi è chiamato a vivere a modo proprio, e la forza della nostra unicità risiede proprio nella possibilità che abbiamo di occupare il mondo in un modo di cui solo noi siamo capaci.

Nei libri che leggete, nel modo in cui piangete – e sì, si sa, anche se credete non ci sia nessuno a guardare -, nel modo in cui siete capaci di sorridere, amare, odiare, lottare, dimora il nucleo più profondo di voi stessi, il modo in cui rispondete al canto della vita. E la Bellezza? «La Bellezza ci ricorda che c’è un’armonia nascosta, che anche nella situazione più oscura e difficile c’è una speranza. Ho anche scoperto, però, che della bellezza spesso abbiamo paura, una paura non dichiarata, spesso non cosciente. Perché la bellezza a volte è troppo intensa. Perché, forse, sotto sotto, non sentiamo di meritarla. Perché in qualche modo pensiamo che sia una cosa frivola. Perché sappiamo che, se veramente vi ci abbandonassimo, cambierebbe radicalmente la nostra vita» (Pietro Farinelli).

E se questa è la Bellezza, la tendenza che hanno i poeti di celebrare spassionatamente l’universo tutto è il dono di cui necessitiamo per riscoprirci «belli e non mostri», più umani e meno macchine.

Solo la Bellezza ci permette di innamorarci delle cose, solo la Bellezza ci aiuta ad uscire da noi stessi, a sentire, sentire davvero. Altrimenti? Tanto vale sigillarvi in casa e attendete il giorno del giudizio atrofizzando i vostri stimoli neuronali davanti al televisore.

 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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