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Pubblicità, che passione!

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute
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Pubblicità del profumo “Invictus”, di Paco Rabanne

<<Mamma, perché quella ragazza esce con indosso solo la biancheria? Papà, perché quel tipo sta cucinando nudo?>>. Queste sono alcune domande alle quali molti genitori devono rispondere quando i loro figli sono ancora piccoli. Come farlo? Come possono spiegare ai loro figli che ciò che vedono continuamente in tv, o nei cartelloni, fa solo parte di una strategia per vendere sempre di più? Oggi, uomini e donne sono le materie prime delle maggiori campagne pubblicitarie e questo sfruttamento ha diverse conseguenze sulla nostra società.

La televisione mostra, solitamente, gli uomini come virili e potenti. Alcuni scendono nel mondo umano come dei dell’Olimpo: ne è un esempio la recente pubblicità del profumo Invictus. Oppure sono rappresentati in pubblicità casalinghe, totalmente incompetenti. D’altra parte, le donne sono generalmente rappresentate in casa, seguono costantemente i loro figli o sono ossessionate da diete ed alimenti. Alcune volte appaiono in pubblicità automobilistiche, in cui vengono ritratte come ridicole, alla ricerca di una macchina che corrisponda al loro look. Ed è qui che, anche oggi, gli stereotipi sono presenti e difficili da dimenticare.

Inoltre, entrambi i generi sono idealizzati in televisione da splendidi modelli che diventano oggetti di connotazioni sessuali. Nel mondo del marketing, lo sfruttamento di bei corpi stimola il desiderio sessuale delle persone, e quest’ultimo motiva inconsciamente ogni cliente ad acquistare un determinato prodotto più che un altro. Di conseguenza, la pubblicità spinge molti a pensare al loro aspetto fisico, a come migliorarlo, o peggio: omologarlo. Questa tendenza crea insicurezze in entrambi i sessi. Le aziende hanno studiato perfettamente come vendere i propri prodotti, ma ci deve essere un limite. Gli uomini e le donne sono trattati come strumenti della macchina di vendita, ed è importante esserne consapevoli. In questi ultimi decenni, però, il centro di attenzione di molte aziende pubblicitarie non è più focalizzato esclusivamente sul genere umano, ma anche sulla protezione dell’ambiente e delle sue risorse, essendo un tema di preoccupazione globale.

Il fenomeno del greenwashing, che deriva da brainwashing (lavaggio del cervello), sta dilagando e rappresenta la mera disinformazione diffusa da un’azienda che vuole presentare una sua immagine pubblica ecologicamente responsabile, nonostante questo non corrisponda poi alla realtà, per motivi esclusivamente utilitaristici ed economici. Come analizza il Professor Hansen Anders, il green advertising o letteralmente pubblicità verde (per il colore anch’esso strumentalizzato) inizia a diventar popolare nel mondo anglosassone tra la fine degli Anni ’80 e l’inizio degli Anni ’90. Quest’ultima è stata definita come un tipo specifico di pubblicità incentrata su temi ambientali e prodotta da aziende che si occupano di operare in modo sostenibile attraverso involucri dei prodotti, consumo energetico etc..

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Natura strumentalizzata – Greenwashing

Tuttavia, come uno studio britannico realizzato nel 2002 ha dimostrato, la natura è stata sempre presente insieme ai suoi colori in una grande quantità di pubblicità, ma il campione illustrato ci spiega che la maggior parte di questi slogan – o poster pubblicitari – non avevano e non hanno messaggi ambientali volti ad incoraggiare i consumatori a risparmiare energia o ad usare metodi alternativi di trasporto. Queste pubblicità, infatti, celebravano e celebrano la natura in modo generico e lasciano intendere che essa sia come una proprietà intrinseca dei prodotti, un garante di genuinità e autenticità. Questi messaggi ingannevoli possono essere facilmente riconosciuti perché, in genere, si riferiscono alla sola idea di natura e freschezza.

Ad esempio, questo è ciò che ha fatto la celebre marca automobilistica Audi, con il suo slogan del 2010, Green has never felt so right.  Parole che possono suonarci bene, ma riflettendo sul loro significato e il contesto in cui vengono utilizzate, non hanno senso e diventano assai generiche. Di fatti, servono a promuovere una macchina, come verde e quindi ecologica; per non parlare del recente scandalo del Volkswagen Group che trai i suoi marchi di vendita comprende anche quello Audi. Una vettura è sicuramente uno dei prodotti peggiori per l’ambiente, perché non può essere completamente riciclabile e non sarà mai intrinsecamente naturale come vorrebbero farci intendere.

In questo modo la pubblicità verde/green advertising, che dovrebbe servire a sensibilizzare il consumatore, aiuta invece a mantenere il passo con l’illusione che tutti i nostri problemi ambientali saranno risolti, ma è soltanto una distrazione che con il tempo ci ha fatto sottovalutare la reale questione dei fatti. Un esempio sono i numerosi dati che evidenziano come le emissioni generate dalle automobili non diminuiscono. In tutto il mondo, la quantità di utilizzo di vetture supera 1 miliardo di veicoli. Inoltre, è interessante notare la quantità di carbonio bruciato: circa 4,5 tonnellate l’anno e quindi, anche se le auto vengono progettate per essere più sostenibili, le tracce di carbonio globali restano in aumento.

Questi sono fatti e cifre su quanto le auto inquinano l’ambiente di oggi. Il greenwashing avviene perché crediamo di diventare ecologici con una nuova macchina ed è un’illusione. La pubblicità è fuorviante, il messaggio generale fa pensare che stiamo aiutando l’ambiente con la nostra vettura pulita. Il fenomeno di greenwashing è oggi sfruttato dalle aziende, come quella automobilistica, che non producono prodotti intrinsecamente naturali. E la definizione di Marshall McLuhan esemplifica un tale consumismo:

<<La pubblicità è uno spogliarello ambientale per un mondo di abbondanza>>.

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About Corinna Rombi

REDATTRICE | Nata a Siena nel 1991, è laureata presso la John Cabot - Università americana di Roma in Comunicazioni, Media e Marketing. Durante gli studi ha vissuto prima a New York e poi a Miami, dove ha sviluppato la sua passione per la fotografia e la recitazione. Attualmente vive a Venezia.

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