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Il popolo quando fa comodo: un ritratto della fragile democrazia brasiliana

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IL POPOLO QUANDO FA COMODO: UN RITRATTO DELLA FRAGILE DEMOCRAZIA BRASILIANA

34854874756_49e202a29f_kScrivere riguardo alla realtà politica brasiliana è sempre doloroso. Ogni tentativo di realizzare un’analisi della congiuntura attuale del Governo, con le proiezioni per il futuro, nasce con l’inquietante possibilità di fallimentoL’indefinitezza è diventata patrimonio nazionale, terreno su cui prevale la logica dell’assurdo. Nell’ingenua speranza del domani, vi è un colpo di scena ad ogni angolo. In questo spettacolo quantomai incoerente, quantomai brasiliano.

Da poco più di un anno il Brasile sperimenta turbolenze quotidiane sul piano politico. A partire dalla fase dell’impeachment ai danni della Presidente Dilma Rousseff (Partido dos Trabalhadores, PT, trad: Partito dei Lavoratori), nell’Agosto del 2016, abbiamo come l’impressione di vivere una sceneggiatura sadica di Quentin Tarantino. Il controverso episodio della destituzione della governante ha rivelato la debolezza delle istituzioni brasiliane. Il processo, guidato da individui moralmente e legalmente discutibili – come il Presidente della Camera dei Deputati di quel frangente Eduardo Cunha, per fare un esempio, il quale mesi dopo sarebbe stato arrestato e condannato per corruzione e di riciclaggio di denaro – spalancò le gravi disfunzioni strutturali nella nostra recente e fragile Repubblica democratica.

All’interno della miriade di problemi tupiniquins (espressione derivante dalla lingua tupi-guaraní, con cui noi brasiliani siamo soliti indicare la nostra terra), ve n’è uno che si distingue per la sua drammaticità istituzionale: la graduale perdita di importanza della volontà popolare nei processi decisionali. Lo Stato brasiliano, come altre Nazioni repubblicane contemporanee, fissa il suo fondamento sul popolo. L’articolo 1 della Costituzione datata 1988, incaricato a stabilire i principi dello Stato democratico di diritto al termine della Dittatura Militare, è categorico: «[…] Tutto il potere deriva dal popolo, che lo esercita per mezzo di rappresentanti eletti o direttamente, secondo quanto previsto dalla presente Costituzione». Il Discorso di Gettysburg, pronunziato da Abraham Lincoln nel 1863, sembra riecheggiare in un modo quasi spirituale: la nostra democrazia è il Governo del popolo, dal popolo e per il popolo. O almeno così dovrebbe essere.

Nei giorni precedenti l’impeachment, alcune anime della società civile – cioè una parte del popolo – sono scese nelle piazze delle principali città brasiliane in una sorta di manifestazione favorevole alla destituzione. Questi eventi che, curiosamente, hanno avuto l’appoggio delle amministrazioni politiche locali (soprattutto dei sindaci oppositori del Governo federale), la copertura massiccia dei mass media (che velatamente invitava a partecipare agli eventi in atto) e la calorosa ricettività del corpo di Polizia (che normalmente agisce con repressioni violente ad ogni forma di protesta) sono stati sintomatici. L’articolazione della classe politica per avvalorare l’impeachment si è basata, in larga misura, su questo desiderio popolare espresso nelle manifestazioni come un modo per attribuire legittimità a ciò che sarebbe accaduto. Per esser più precisi, la deposizione della Presidente Rousseff non è stata soltanto una questione di legalità giuridica, ma soprattutto un desiderio popolare materializzatosi con le proteste.

Manifestante aggredito durante le proteste contro il Governo Temer a Brasília
Un manifestante aggredito durante le proteste contro il Governo guidato da Michel Temer (1940) – Brasília

Dall’insediamento di Michel Temer (Partido do movimento democrático brasileiro, PMDB, trad: Partito del Movimento Democratico Brasiliano), vicepresidente e principale coordinatore dell’impeachment, la volontà popolare ha iniziato a perdere la facoltà di poter intervenire con successo nella politica. Le manifestazioni di scontentezza con il neo Governo hanno ricevuto un trattamento diametralmente opposto a quello riservato ai movimenti precedenti: ora la polizia torna ad agire nel modo abituale, come difensori rabbiosi dello Stato – con la violenza, l’oppressione, la brutalità, le aggressioni fisiche e psicologiche. In pratica, la metodologia politica adottata per il consolidamento delle nuove proposte di Governo non soltanto ha smesso di curare gli interessi del popolo, ma anzi è stata esplicitamente il contrario della sua volontà. Il Presidente non ha mai provato imbarazzo nel dire che l’adozione di «misure amare» sarebbe qualcosa di necessario, così come non ha provato vergogna nel riconoscere che non aveva paura di incorrere nell’impopolarità.

Misure amare che, se nel discorso di Temer occupano un posto oscuro, diventano chiare riguardo al loro obiettivo: il popolo. Nelle prime settimane al potere, la coalizione di Governo ha speso le proprie forze per coordinare, in tutta fretta, la riforma del lavoro e quella della previdenza sociale, modificando le normative per i contratti lavorativi e le regole per la pensione. Un tentativo disperato per tranquillizzare il mercato finanziario – e per liquidare un debito con le realtà industriali e commerciali per il loro sostegno nel processo di impeachment – che ha rivelato, per una parte del popolo brasiliano, il volto terrificante (e catastrofico) della nuova fase della nostra storia. In numeri, secondo un sondaggio pubblicato per la Datafolha  un importante gruppo di ricerca – nel mese di Aprile del 2017, prima di completare un anno al potere, il Governo Temer riscuoteva l’approvazione soltanto del 9% dei brasiliani, mentre un altro 61% considerava le scelte adottate dal Presidente come «pessime». Un’approvazione ridicola e irrisoria, quantunque giusta, per un Governo nato sotto l’ombra dell’illegittimità e che chiaramente non ha esitato a prendere decisioni sfavorevoli al popolo.

Nei giorni scorsi, l’immagine personale del Presidente è stata scalfita in modo quasi irreversibile. Nel corso dell’Operação Lava-Jato [1] il sospettato Joesley Batista, uno dei proprietari della JBS (la più grande compagnia di meat processing al mondo), attraverso un accordo di delazione premiata [2] ha presentato alle autorità una registrazione audio che ha gettato benzina sul fuoco sulla politica e sull’economia nazionale.

"Charge" del vignettista Henfil del 1988.
“Charge” (1988) realizzata dal vignettista, umorista e scrittore brasiliano Henfil (1944-1988)

In tale registrazione Joesley, responsabile di milioni versati in svariate donazioni per il finanziamento di numerose campagne politiche, ha rivelato al Presidente che starebbe istigando con subornazione l’ex deputato offrendogli del denaro, per garantirsi il suo silenzio in carcere. Ovvero che lui non dovrebbe accettare l’accordo di delazione premiata e fare in modo, quindi, che non vengano incriminati altri soggetti. In risposta Temer avrebbe approvato, dichiarando: «Hai questo [patto] da mantenere, va bene?».

La divulgazione di questo contenuto ha dissolto quel poco di tranquillità che rimaneva in Brasile. Con il rischio di un nuovo impeachment, gli alleati politici hanno timidamente iniziato a sfilarsi. Il Presidente, in un’intervista rilasciata per un’emittente televisiva nazionale, è stato perentorio: le prove presentate riguardo alla sua compiacenza/indifferenza verso la corruzione sono dubbie e fragili. Così, «non rinuncerei!».

Ma dietro le quinte del Palácio do Planalto, le dimissioni sembrano ormai essere una questione di tempo. Al tergiversare ci sarebbe un motivo in particolare: la coalizione di Governo non conosce ancora la direzione da intraprendere per mantenersi al potere. In questo scenario di devastazione totale, la proposta inedita di un’elezione indiretta, in cui la carica della presidenza sarebbe scelta attraverso una votazione chiusa all’interno dello stesso Parlamento – differenziandosi quindi dall’elezione diretta dei rappresentanti dal proprio popolo – acquista sempre più credito.

Il popolo, nuovamente, è sceso in piazza in segno di protesta. Ma il popolo, nuovamente, non è stato ascoltato. Non è stato udito per il semplice fatto che non fa comodo ai governanti inginocchiarsi ad ascoltarlo. In questo momento esatto, mentre finisco di tracciare il breve resoconto della nostra disgrazia, il Presidente Temer sta convocando l’esercito nazionale, i militari, per contenere la manifestazione di trentacinquemila persone che hanno letteralmente bruciato Brasilia. È la tipica immagine del sovrano intrappolato all’interno della propria fortezza.

Nutriamo la sensazione, purtroppo, che la democrazia brasiliana non sia supportata dal volontà popolare, bensì da una casta di politici che agisce in difesa dei propri interessi – spesso alquanto sospetti. Il potere politico fondato sul popolo sembra un miraggio. Tuttavia, la democrazia consolidata sulle spalle di questi politici inizia a mostrare difetti strutturali irreparabili.

In quest’imminente rovina della Repubblica, e nella totale incertezza del domani, al popolo non rimane che sperare che una direzione politica possa essere ricostruita con strumenti democratici appropriati.

 

I manifestanti agiscono violentemente a Brasilia
I manifestanti agiscono violentemente a Brasilia

 

[1] Una serie di indagini condotte dalla Polizia Federale che, in grande scala, indaga su crimini che coinvolgono il pagamento di subornazione a coloro che ricoprono funzioni pubbliche.

[2] Beneficio legale che riceve l’accusato di un’indagine in cambio della cooperazione per lo sviluppo dell’investigazione.

 

 

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O POVO QUANDO CONVÉM: UM RETRATO DA FRÁGIL DEMOCRACIA BRASILEIRA

34854874756_49e202a29f_kEscrever sobre a realidade política brasileira é sempre angustiante. Toda tentativa de realizar uma análise de conjuntura do panorama de Governo, com projeções para o futuro, nasce com uma assombrosa possibilidade de fracasso. A indefinição tornou-se patrimônio nacional, terreno em que prevalece a lógica do absurdo. Na esperança ingênua pelo amanhã, existe um plot twist em cada esquina. Nesse espetáculo, quanto mais incoerente, mais brasileiro.

Há pouco mais de um ano, o Brasil experimenta uma turbulência diária no cenário político. Desde o impeachment da Presidenta Dilma Rousseff (Partido dos Trabalhadores, PT), em Agosto de 2016, paira sobre nós a impressão de que vivemos em um sádico roteiro do Quentin Tarantino. O controverso episódio da destituição da governante revelou a debilidade das instituições brasileiras. O processo, conduzido por indivíduos moral e juridicamente questionáveis – por exemplo, o Presidente na da Câmara dos Deputados na ocasião, Eduardo Cunha, que meses depois seria preso e condenado pelos crimes de corrupção e lavagem de dinheiro – escancarou graves disfunções estruturais em nossa recente e frágil República democrática.

Dentro da miríade de problemas tupiniquins, existe um que se destaca por sua dramaticidade institucional: a gradual metamorfose da importância do povo na dinâmica de constituição dos poderes governamentais. O Estado brasileiro, como os demais sistemas republicanos contemporâneos, estabelece seus fundamentos sobre o povo. O Artigo 1 da Constituição de 1988, responsável por estabelecer os princípios do Estado democrático de direito após o final da Ditadura Militar, é categórico: «[…] Todo o poder emana do povo, que o exerce por meio de representantes eleitos ou diretamente». O Discurso de Gettysburg, proferido por Abraham Lincoln em 1863, parece ecoar de maneira quase espiritual: nossa democracia é o Governo do povo, pelo povo e para o povo. Ou, ao menos, deveria ser.

Nos dias que antecederam ao impeachment, alguns setores da sociedade civil – ou seja, parte do povo – ocuparam as ruas das principais cidades brasileiras como forma de manifestação favorável à destituição. Esses eventos, que, curiosamente, contaram com o apoio das administrações políticas locais (sobretudo prefeitos opositores ao Governo federal), com a cobertura maciça da imprensa (que veladamente distribuía convites para a participação nos atos) e com uma receptividade calorosa dos aparelhos policiais (que comumente agem com repressão violenta a qualquer forma de protesto), foram sintomáticos. A articulação da classe política para a fundamentação do impeachment serviu-se, em grande medida, desse anseio popular expresso nas manifestações como um modo para atribuir legitimidade àquilo que aconteceria. Isto é, a deposição da Presidenta Rousseff não era apenas uma questão de legalidade jurídica, mas, sobretudo, de um desejo popular que se materializava nos protestos.

Manifestante aggredito durante le proteste contro il Governo Temer a Brasília
Manifestante agredido durante os protestos contra o Governo Temer em Brasília

A partir da posse de Michel Temer (Partido do movimento democrático brasileiro, PMDB), vice-presidente e principal coordenador do impeachment, a vontade popular começa a perder sua força de interpelar na política com sucesso. As manifestações de descontentamento com o governo recém-instaurado receberam um tratamento diametralmente oposto daquele ofertado aos movimentos anteriores: agora, a polícia volta a agir de maneira habitual, como defensores raivosos do Estado – com violência, opressão, truculência, agressões físicas e psicológicas. Na prática, a metodologia política adotada para a consolidação das novas propostas de Governo não apenas deixou de corresponder aos interesses populares, mas foi explicitamente contrária a eles. O Presidente não ficou constrangido em afirmar que a adoção de «medidas amargas» seria algo necessário, nem tampouco envergonhou-se em reconhecer que não tinha o temor de incorrer na impopularidade.

Medidas amargas que, no discurso de Temer ocupam um lugar sombrio, são claras quanto ao seu alvo: o povo. Nas primeiras semanas de Governo, a base governista empenhou sua força política para coordenar, às pressas, a reforma trabalhista e a reforma na previdência social, alterando as normativas para contratos empregatícios e as regras para a aposentaria. A tentativa desesperada para acalmar o mercado financeiro – e para saldar uma dívida contraída com entidades industriais e comerciais pelo apoio no encaminhamento do impeachment – revelou, para parte do povo brasileiro, o semblante aterrador (e catastrófico) da nova fase de nossa história.

Em números, conforme pesquisa divulgada pela Datafolha – um importante grupo de pesquisas – em Abril de 2017, antes de completar um ano no poder, o Govero Temer enfrentava a aprovação de apenas 9% dos brasileiros, enquanto outros 61% consideravam as escolhas adotadas pelo comando presidencial como «péssimas». Uma aprovação ridícula e irrisória, embora justa, para um Governo nascido sob a sombra da ilegitimidade e que claramente não apresentou desconforto em chocar-se contra o povo.

Nos últimos dias a imagem pessoal do presidente corroeu-se de maneira quase irreversível. No curso da Operação Lava-Jato [1] o suspeito Joesley Batista, um dos proprietários da JBS (maior companhia de processamento de carne do mundo), por meio de um acordo de delação premiada [2], apresentou uma gravação que conseguiu incendiar ainda mais a política e a economia nacional.

"Charge" del vignettista Henfil del 1988.
“Charge” (1988) do cartunista, quadrinista, jornalista e escritor brasileiro Henfil de (1944-1988)

No áudio Joesley, responsável por doações milionárias para o financiamento de campanhas de diversos políticos, revelava ao Presidente que estaria pagando propina ao ex-deputado Eduardo Cunha para que ele permanecesse calado na prisão. Isto é, para que não aceitasse o acordo de delação premiada e, assim, não incriminasse outras pessoas. Em resposta, Temer anuía: «Tem que manter isso, viu?».

A divulgação desse conteúdo dissolveu o pouco de tranquilidade que restava no Brasil. Com o risco de um novo impeachment, os aliados políticos começaram um movimento tímido de debandada. O Presidente, em pronunciamento aberto em rede televisiva nacional, foi peremptório: as provas apresentadas sobre sua leniência em relação à corrupção são dúbias e frágeis. Diante disso, «Não renunciarei!».

Nos bastidores do Palácio do Planalto a renúncia parece ser uma questão de tempo. A procrastinação teria um motivo peculiar: a base governista ainda não sabe o caminho que deve tomar para conservar-se no poder. Nesse cenário de devastação total, a proposta de uma inédita eleição indireta, onde o cargo da presidência seria escolhido através de um escrutínio fechado dentro do próprio Parlamento – diferenciando-se, por isso, da eleição direta, como uma escolha dos representantes pelo próprio povo – ganha força.

O povo, porém, outra vez ocupou as ruas em protesto. Mas o povo, outra vez, não foi ouvido. Não foi ouvido pelo simples fato de que não convém aos governantes a flexão para ouvir o povo. Nesse exato momento, enquanto termino de traçar um breve relato do nosso infortúnio, o Presidente Temer convoca o Exército Nacional para conter uma manifestação de 35 mil pessoas que literalmente está incendiando Brasília. É a típica imagem do rei encurralado dentro de sua própria fortaleza.

Infelizmente, temos a sensação de que a democracia brasileira não se sustenta sobre o desejo popular, mas sobre uma casta de políticos que age em defesa de interesses próprios e, muitas vezes, escusos. O poder político fundado sobre o povo parece uma quimera. Todavia, a democracia estabelecida sobre os ombros desses políticos começa a apresentar falhas estruturais irremediáveis.

Nessa iminente ruína da República, em mais um episódio imprevisível do amanhã, resta, ao povo, esperar que ela seja reconstruída sobre os alicerces democráticos apropriados.

 

Manifestantes agem violentamente em Brasília
Manifestantes agem violentamente em Brasília

 

[1] Conjunto de investigações da Polícia Federal que, em grande medida, apura crimes envolvendo o pagamento de propina para homens públicos.

[2] Benefício legal que o acusado recebe em troca da colaboração nas investigações.

 


 

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About Douglas Fedel Zorzo

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Brasiliano, nato a Toledo (Paraná) nel 1989. Discendente di immigrati italiani, è laureato in Filosofia ed è dottorando in Etica e Filosofia Politica presso l’UNIOESTE - Universidade Estadual do Oeste do Paraná. Dichiaratamente repubblicano, è interessato ai problemi della democrazia odierna. Avido lettore degli scrittori del Rinascimento fiorentino, nel tempo libero si trasforma in un cinefilo e banjoista. Attualmente vive a Milano.

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